La pasta italiana? Sempre più sostenibile

L’attenzione alla sostenibilità è un tema cruciale dei nostri anni: impensabile che anche le filiere produttive non ne tengano conto, specie in fatto di consumi idrici ed energetici. La conferma che le cose stiano cambiando, in positivo, arriva anche dal settore della pasta, fiore all’occhiello dell’agroalimentare italiano: grazie ad un impatto ambientale minimo, la pasta è amica del pianeta e risponde ogni anno a tendenze di consumo ed esigenze sostenibili con l’avvio di nuovi piani.

Un investimento importante

Dall’agricoltura di precisione agli impianti di trigenerazione alimentati a metano, fino al packaging compostabile, ogni anno i pastai italiani investono in media il 10% del proprio fatturato (circa 560 milioni) in ricerca e sviluppo per rendere la produzione e la pasta sempre più moderna, sicura e sostenibile. E anche un piccolo gesto quotidiano, come preparare un piatto di spaghetti, può fare la differenza. Oggi per gli italiani la nuova cultura del cibo passa dal rispetto per l’ambiente. Negli ultimi anni è cresciuta l’attenzione verso un’alimentazione più sana e sostenibile, un trend che si è rafforzato durante la pandemia: quasi 9 su 10 dichiarano di prestare attenzione agli aspetti di sostenibilità quando sono al supermercato (Fonte: ricerca Unione Italiana Food). La pasta è amica del pianeta con un impatto ambientale, dalla produzione alla trasformazione fino al consumo, decisamente basso (1 mq globale, vale a dire la misura dell’area biologicamente produttiva di mare e di terra necessaria a rigenerare le risorse consumate durante la produzione) per una porzione di pasta di 80 grammi e un’impronta ecologica minima, appena 150 grammi di CO2 equivalente.

Dal 2013 consumati 270mila metri cubi di acqua in meno

Le imprese sono sensibili al cambiamento green: per 1 impresa su 2 è fondamentale, se non addirittura necessario, puntare sull’innovazione (Fonte: indagine Unione Italiana Food “L’industria alimentare italiana alla prova del futuro. L’innovazione come strategia per garantire cibo accessibile e sostenibile sulle tavole di domani”). E per quanto riguarda la pasta, con i soli investimenti effettuati nel comparto negli ultimi anni, i consumi idrici hanno subito un calo del 20% circa, i rifiuti recuperati sono circa il 95% del totale e l’emissione di anidride carbonica corrispondente (CO2) è diminuita del 21% circa. Per produrre un chilo di pasta, un pastificio usa non più di tre litri d’acqua. Secondo l’ultimo rapporto di sostenibilità di Unione Italiana Food (2020), nel periodo 2013-2019 nell’industria della pasta sono stati risparmiati 270.000 m3 di acqua (-4%), pari a circa 2 Anfiteatri Flavii (Colosseo), 69.000.000 kg di emissioni co2 (-11%) pari a circa 36.300 vetture e sono 19.500.000 kg i rifiuti recuperati (+33% pari a circa un comune di 39.000 abitanti).

Sostenibilità: nuovo record per i prodotti che la comunicano in etichetta

La sostenibilità avanza sulle etichette dei prodotti di largo consumo venduti in supermercati e ipermercati. A misurarne la crescita è l’ultima edizione dell’Osservatorio Immagino di GS1 Italy: il 25,6% dei prodotti a scaffale presenta on-pack uno dei 35 claim sulla sostenibilità rilevati, e nel 2021 queste 32.787 referenze (tra food, bevande, cura casa, cura persona e prodotti per animali domestici) hanno realizzato 12,5 miliardi di euro di vendite (+1,2%).
“Siamo di fronte a un universo di valori in veloce evoluzione e ampliamento, che coinvolge un numero crescente di prodotti – spiega Marco Cuppini, research and communication director di GS1 Italy -. L’offerta di prodotti con almeno un claim sulla sostenibilità in etichetta è aumentato del +5,3%, mostrando come le aziende siano impegnate su questo fronte e come scelgano di comunicarlo sempre più spesso ai consumatori”.

Quattro cluster tematici

I 35 claim del mondo della sostenibilità sono stati suddivisi in quattro cluster tematici. Nel primo, Management sostenibile delle risorse (tra cui ‘riciclabile’, ‘meno plastica’ e la certificazione Ecolabel) sono stati individuati sull’11,8% dei prodotti. Il loro apporto al sell-out complessivo è del 19,2% e il loro giro d’affari è aumentato del +3,0% rispetto al 2020. Per Agricoltura e allevamento sostenibili, il 10,5% dei prodotti rilevati presenta in etichetta uno dei nove claim di quest’area (ad esempio, ‘senza antibiotici’ o ‘filiera’). La quota sulle vendite totali è del 7,8% e la crescita annua del sell-out +1,1%.

Da Responsabilità sociale a Rispetto degli animali

Le cinque certificazioni del paniere Responsabilità sociale (come FSC, Rainforest Alliance e Fairtrade) accomunano il 6,5% delle referenze, che contribuiscono per il 10,6% alle vendite complessive. Il trend annuo a valore è +3,5%. Inoltre, il 2,4% dei prodotti presenti in supermercati e ipermercati dichiara esplicitamente sulle confezioni l’impegno a tutela degli animali, utilizzando almeno uno dei sei claim rilevati nel cluster Rispetto degli animali ( ‘benessere animale’, ‘no cruelty’ o la certificazione ‘Friend of the Sea’). Complessivamente il loro apporto al sell-out totale è del 4,4% e la crescita +1,6%.

L’indicazione più presente in etichetta: Biologico/EU Organic

Nel corso del 2021 i panieri più dinamici nel mondo della sostenibilità sono stati quello della responsabilità sociale e quello del management sostenibile delle risorse, le cui vendite sono cresciute a un tasso triplo rispetto alla media. Sopra media anche l’andamento annuo del paniere della responsabilità sociale, mentre di poco sotto media è stato il cluster di agricoltura e allevamento sostenibili. In termini di numero di prodotti a scaffale l’indicazione ‘green’ più presente in etichetta si conferma Biologico/EU Organic (10,1% delle referenze), seguita dalla certificazione FSC (5,2%) e dai claim ‘sostenibilità’ e ‘riciclabile’ (entrambi 2,9%). 
Quanto all’andamento delle vendite, i claim che hanno registrato i maggiori aumenti sono stati le certificazioni Ok-Compost (+35,3%) e Rainforest Alliance (+16,3%) e le indicazioni Mater-Bi (+19,4%) e ‘compostabile’ (+16,6%).

Come diventare fisioterapista sportivo?

La figura del fisioterapista sportivo è oggi più che mai richiesta. Sono tantissime infatti le discipline sportive il cui livello di competitività è aumentato a tal punto da rendere indispensabile il riuscire a diminuire quelli che sono i tempi di recupero degli atleti a seguito di un infortunio e soprattutto riuscire a fare in modo da evitare infortuni di tipo non traumatico.

Soprattutto in sport quali il calcio, basket, pallavolo e tennis, la figura del fisioterapista sportivo è pressoché indispensabile al punto tale che le varie società sportive hanno un vero e proprio team di professionisti di questo tipo, i quali si dedicano quotidianamente ai vari atleti componenti la squadra.

Ogni atleta infatti è da vedere un po’ come un asset della società, la quale gode delle sue prestazioni sportive, e per questo motivo diventa prioritario riuscire a preservarne l’integrità fisica.

Ecco dunque il motivo per il quale tante persone che pensano di avviare una carriera in ambito medico si chiedono come diventare fisioterapista sportivo e quale sia il percorso da seguire.

Vediamo allora di seguito di fare chiarezza in merito.

Il percorso formativo per diventare fisioterapista sportivo

È importante sapere innanzitutto che è necessario acquisire una laurea in fisioterapia, la quale fa capo alla facoltà Medicina e Chirurgia.

A seguito della laurea è necessario seguire un tirocinio formativo che può essere espletato anche all’interno di strutture ospedaliere, cliniche o poli multifunzionali in cui vengono erogate prestazioni mediche.

Si tratta di un tirocinio pratico molto importante e che consente al laureando di acquisire nozioni che non esistono sui libri ma che fanno parte del proprio lavoro nel quotidiano. Fatto questo si può pensare di specializzarsi, ricordando comunque che non esiste al momento una normativa che regoli il settore e che indichi uno specifico percorso post laurea a chi intende diventare fisioterapista sportivo.

Ad ogni modo, visto l’altissimo livello di specializzazione attualmente richiesto, è fortemente consigliato frequentare degli specifici corsi in ambito medico-sportivo e più in generale qualsiasi corso di terapie manuali possa sembrare utile.

Come trovare lavoro una volta completato il percorso formativo?

Quando l’aspirante fisioterapista avrà completato il suo percorso formativo, sarà il momento di guardarsi attorno per riuscire a trovare uno sbocco lavorativo. La buona notizia è che in questo settore è facile trovare una buona occupazione, dato l’alta richiesta di professionisti specializzati.

Da questo punto di vista il consiglio è quello di mettersi direttamente in relazione con realtà sportive e dunque società di qualsiasi tipo proponendo la propria candidatura. Dato che si tratta di una figura professionale particolarmente ricercata, trovare una società interessata ad acquisire le prestazioni di un buon medico sportivo non dovrebbe essere un problema.

È Importante sottolineare che è possibile inviare la candidatura anche per tutte quelle società dilettantistiche che pur non disputando campionati professionistici necessitano ugualmente di tale figura, così come hanno bisogno di un fisioterapista sportivo anche a tutte quelle società che fanno parte dei cosiddetti “sport minori”.

Conclusione

Un fisioterapista sportivo è dunque a tutti gli effetti un professionista altamente specializzato le cui prestazioni sono particolarmente richieste, da qualche anno a questa parte.

Le società sportive affidano infatti i propri atleti ai fisioterapisti sportivi in maniera tale da riuscire ad accorciare i tempi di recupero o fare direttamente in modo che determinati tipi di infortuni non vadano a presentarsi.

Intraprendere questo tipo di percorso formativo è certamente un’esperienza stimolante, e bisogna tenere a mente che si tratta di un settore in cui la formazione è una necessità costante anche nel momento in cui si comincerà a lavorare.

Più ci si tiene aggiornati infatti, e più si acquisiscono nuove tecniche di manipolazione, più si riesce ad essere efficaci.

Caro bollette: quanto consumano gli elettrodomestici? E a quali non rinunceremmo mai?

Se è vero che gli elettrodomestici ci semplificano la vita, con il prezzo dell’energia alle stelle la tentazione di staccare la spina per abbattere il costo delle bollette è forte.
Basti pensare che in questi primi 8 mesi dell’anno una famiglia tipo ha speso per la sola bolletta elettrica circa 776 euro. Ma quali sono gli elettrodomestici a cui gli italiani non rinuncerebbero mai? Facile.it, con l’aiuto di mUp Research e Norstat, lo ha chiesto a un campione rappresentativo della popolazione nazionale. Inoltre, ha calcolato anche quanto questi apparecchi pesino sulla bolletta, tenendo in considerazione i consumi indicati nelle etichette energetiche dei dispositivi e il prezzo dell’energia applicato nel 2022 nel mercato tutelato per una famiglia tipo. 

Alla lavatrice impossibile rinunciare

Dall’indagine emerge che l’elettrodomestico più amato dagli italiani è la lavatrice. Sarà che l’idea di tornare a lavare a mano i panni spaventa molte persone, di fatto il 62,7% degli intervistati ha dichiarato di non poterne fare a meno. Ma costa fare il bucato in lavatrice? Dal punto di vista dei consumi, considerando una lavatrice in classe A acquistata nel 2020, il costo annuo in bolletta è pari a 91 euro. Al secondo posto, battuto di un soffio, si posiziona il frigorifero, che conquista il 61,7% delle preferenze.
Dal punto di vista dei consumi, questo elettrodomestico rappresenta però uno dei dispositivi più energivori. Considerando che rimane in funzione 24h al giorno, un frigorifero da 350 litri con congelatore integrato, in classe A, comprato più di due anni fa, costa in bolletta 142 euro l’anno.

Televisore, forno e lavastoviglie

Sul gradino più basso del podio si trova il televisore, oggetto ritenuto irrinunciabile dal 40% dei rispondenti. Non sorprende vedere come la percentuale sia nettamente più altra tra gli over 65, dove raggiunge il 55%, mentre crolli al 23% tra gli intervistati con età compresa tra i 18 e i 24 anni. Dal punto di vista dei consumi, ipotizzando un uso giornaliero di 4 ore, un televisore LCD da 40 pollici costa 35 euro l’anno. Quarto e quinto posto sono occupati da due elettrodomestici che spesso troviamo vicini nelle nostre cucine: il forno e la lavastoviglie. Il primo è stato indicato come irrinunciabile dal 19% dei rispondenti, mentre il secondo dal 14,6%. Considerando l’uso di ognuno di essi 1 volta ogni due giorni, il costo in bolletta per un forno elettrico da 70 litri è pari a 62 euro, mentre per una lavastoviglie è di 88 euro.

Condizionatore: il sorvegliato speciale della bolletta

Continuando a scorrere la graduatoria degli elettrodomestici più amati dagli italiani troviamo l’aspirapolvere (11,5%), mentre staccati per poco nelle posizioni basse della classifica si posizionano la macchinetta del caffè (9,7%), l’aria condizionata (9,4%) e il forno a microonde (7,4%). L’ultima posizione è occupata dal ferro da stiro (7%).
Tra questi elettrodomestici, il sorvegliato speciale dal punto di vista dei consumi è il condizionatore, che secondo le stime di Facile.it può costare in bolletta fino a 232 euro.

Nuove tabs per Home e Feed su Facebook: cosa c’è da sapere

Meta sta effettuando un’importante revisione dell’app di Facebook, con l’obiettivo di ottimizzarla costantemente per premiare gli utenti e contrastare la concorrenza delle piattaforme simili, in particolare TikTok. In quest’ottica si inserisce l’ultima miglioria, che riguarda la divisione del feed in due schede. Il feed di notizie originale è stato rinominato Home. Continuerà a funzionare come il vecchio feed di notizie visualizzando storie, post e altri contenuti di Facebook che l’algoritmo riterrà che possano interessare l’utente. La tab Feed invece, quella appena introdotta, mostrerà solo i contenuti di amici, gruppi e pagine seguite. In sintesi, fornirà contenuti dalle fonti che si seguono in ordine cronologico, il che significa che si vedranno prima i post più recenti.

Le parole di Mark Zuckerberg

Secondo Mark Zuckerberg, l’obiettivo è rendere più semplice il controllo dei contenuti che vedi e scopri su Facebook. E ha dichiarato in occasione della presentazione di questa novità: “Stiamo introducendo il nome Home per la tab che vedi quando apri l’app Facebook. Home è il punto di partenza per connettersi con familiari e amici, scoprire contenuti o creare post e Storie. Da Home puoi creare un Reel, vedere cosa condividono i tuoi contatti nella tab Feed e nelle Storie e creare una community basata su interessi nuovi e condivisi. La tua tab Home è personalizzata in modo univoco grazie al nostro sistema di classificazione tramite apprendimento automatico. Questo sistema prende in considerazione migliaia di segnali per evitare confusione e classificare i contenuti in base all’ordine che riteniamo potrebbe essere più valido per te. Stiamo investendo nell’AI per continuare a mostrare contenuti suggeriti in questa nuova esperienza con classificazione. Mentre nella tab Home troverai sempre nuove community con passioni e interessi condivisi, con Feed puoi continuare a vedere tutti gli aggiornamenti delle persone e community a cui tieni di più”.

Come si visualizza 

Sempre nel post di annuncio delle nuove funzioni è spiegato come si visualizzano. “Alcune persone vedranno Feed come tab nella barra dei collegamenti rapidi. Su iOS questa barra si trova in fondo all’app e su Android in alto. Prevediamo che questi aggiornamenti verranno implementati a livello globale nel corso della prossima settimana. Le tab nella barra dei collegamenti rapidi cambiano in base alle parti dell’app che usi di più. Puoi anche personalizzare e fissare una tab nella barra dei collegamenti rapidi, e in questo modo la sua posizione non cambierà”. 

Assicurazione auto: grazie al web gli italiani risparmiano 

Molti italiani fanno sempre più fatica a risparmiare: la difficile congiuntura economica, il rialzo dell’inflazione e i pesanti rincari sull’energia stanno mettendo a dura prova la capacità di spesa delle famiglie. Insomma, le conseguenze del rialzo generalizzato dei prezzi si possono toccare con mano anche nella cosiddetta ‘economia reale’.  Ma se per contenere la spesa mensile generale molti tendono a ‘tagliare’ beni e servizi considerati superflui, esistono alcuni costi fissi con cui è necessario continuare a confrontarsi. È il caso dell’assicurazione auto, che in Italia è obbligatoria per tutti coloro che possiedono un mezzo a motore, anche se non lo usano regolarmente. Per cercare di ridurre l’entità di questa spesa gli automobilisti si stanno rivolgendo alla rete per individuare le polizze caratterizzate dal miglior rapporto qualità-prezzo.

Stipulare la polizza direttamente online

Il web offre un grande aiuto nella gestione delle spese, soprattutto grazie alle possibilità offerte dai portali di comparazione. Un esempio è 6sicuro, realtà di riferimento nel settore attiva dal 2000, che propone un servizio a 360 gradi, affidabile e gratuito. Più in dettaglio, ogni assicurazione auto su 6sicuro viene selezionata guardando esclusivamente alle proposte più interessanti formulate dalle principali compagnie del settore. Il tutto con la possibilità di poter stipulare direttamente la polizza online. E questo si traduce in un risparmio ulteriore sui costi, poiché evita di dover passare per un intermediario ‘fisico’.

Valutare quale tipo di copertura scegliere

In Italia vige l’obbligo di assicurare il proprio mezzo a motore: tale stipula copre l’intestatario contro i danni derivati in caso di sinistro, tuttavia esistono anche altre garanzie, chiamate coperture accessorie, che possono essere molto utili, e in alcuni casi, anche fortemente raccomandate. È il caso della polizza contro furto e incendio, che tutela il contraente in forma diversa a seconda della tipologia di contratto che si decide di attivare. L’utente, ad esempio, può scegliere di sottoscrivere una copertura solo parziale, per cui la compagnia assicurativa risarcisce solo per un determinato importo. Il costo, ovvero il cosiddetto premio assicurativo, dipende da molte variabili, fra cui il valore vero e proprio dell’auto.

Dalla Kasko all’assistenza in caso di guasto

Un’altra copertura accessoria molto richiesta è la Kasko, che tutela l’intestatario anche qualora sia responsabile dei danni provocati. Inoltre, copre tutti gli incidenti che possono riguardare il veicolo, nonché i danneggiamenti accidentali. Si può anche decidere di assicurare solo alcune parti dell’auto, magari quelle più fragili e più esposte agli incidenti. È il caso della polizza cristalli, che assicura i vetri della macchina qualora siano soggetti a un incidente o a un danneggiamento accidentale, come ad esempio la caduta fortuita di un oggetto.
Molti utenti, poi, in particolare quelli che fanno largo uso della vettura o che per lavoro devono guidare per molte ore, scelgono di sottoscrivere l’assicurazione che prevede l’assistenza in caso di guasto. In questo caso, il sottoscrittore potrà richiedere l’intervento di un carro attrezzi che recuperi l’auto rotta senza costi aggiuntivi.

Mercato digitale: nel 2021 vale 75,3 miliardi, +5,3% 

Secondo il Report Il digitale in Italia 2022, condotto da Anitec-Assinform, l’Associazione di Confindustria che raggruppa le principali aziende Ict, in collaborazione con netconsulting, la crescita del mercato digitale italiano nel 2021 si è attestata al+5,3%, per un valore complessivo di 75,3 miliardi di euro. Grazie alla ripresa dell’economia e alla spinta significativa ai progetti di digitalizzazione in molti settori produttivi, nell’anno passato il mercato digitale nazionale è tornato a crescere. Nella prima metà del 2022 il quadro internazionale, economico e geopolitico però è mutato. Per poter proseguire nel suo ruolo sempre più centrale e di traino del sistema Paese per il mercato digitale saranno fondamentali le riforme e gli investimenti previsti dal Pnrr.

Segno positivo per quasi tutti i settori del mercato

Dal rapporto annuale di Anitec-Assinform emerge che nel corso del 2021 a crescere sono stati quasi tutti i settori del mercato digitale. I Dispositivi e i Sistemi, ad esempio, hanno registrato un incremento del 9,1%, per un valore di 21,1 miliardi di euro, evidenziando un’accelerazione dovuta principalmente alle vendite dei personal computer e degli apparecchi televisivi. Anche il segmento del Software e delle Soluzioni Ict ha chiuso il 2021 a quota 8,1 miliardi di euro, con una crescita dell’8%, mentre i Servizi Ict hanno raggiunto 13,6 miliardi di euro, segnando una crescita complessiva del 7,6%.
Una crescita dovuta alla ripresa degli investimenti nei servizi di System Integration, tra i principali driver dei piani industriali delle maggiori aziende in tutti i settori, nonché dall’ulteriore importante crescita dei servizi di Cloud 

Il segmento dei Contenuti Digitali è in ripresa

Continua invece il trend negativo per i Servizi di Rete Tlc (-3,3%), anche se la diminuzione è avvenuta in misura minore rispetto all’anno precedente. Il rapporto segnala inoltre la ripresa del segmento dei Contenuti Digitali (+8,7%), trainati principalmente dal ritorno agli investimenti pubblicitari su piattaforme internet. 
“I dati fatti registrare nel corso del 2021 certificano che la digitalizzazione è stata un fattore imprescindibile per la ripresa dell’economia del nostro Paese – commenta Marco Gay, presidente Anitec-Assinform -. Non a caso la crescita del mercato digitale ha interessato tutti i principali settori economici. Lo scorso anno abbiamo inoltre accentuato e normalizzato l’impiego di soluzioni digitali nella vita di tutti i giorni, dal lavoro allo studio”. 

“Il digitale è qui per restare”

“I numeri sull’utilizzo di device e sugli investimenti in tecnologie ci rassicurano sulla diffusa percezione che il digitale è qui per restare – aggiunge Gay -. Ora stiamo affrontando uno scenario nuovamente mutato a causa del conflitto bellico in Ucraina, da problemi nelle catene di fornitura di alcuni beni, dal costo dell’energia e più in generale da un’inflazione crescente e preoccupante. Pertanto per bilanciare tali dinamiche e fare avanzare la transizione digitale dell’economia saranno fondamentali l’attuazione delle riforme e degli investimenti previsti dal Pnrr”.

Per un occupato su 4 “chi trova un amico trova un impiego” 

Negli ultimi dieci anni quasi un lavoratore su quattro (23%) ha trovato occupazione tramite amici, parenti, conoscenti, o attraverso contatti stabiliti nell’ambiente lavorativo (9%). Tra il 2011 e il 2021 i canali informali di ricerca hanno generato il 56% dell’occupazione: circa 4,8 milioni di posti di lavoro sottratti alla intermediazione ‘palese’. E oltre il 60% dell’occupazione generata dalle piccole imprese private (1-5 e 6-10 addetti), il 40% del totale del settore privato, passa in maniera consistente attraverso l’intermediazione informale. Ma il canale di ricerca cresciuto maggiormente negli ultimi dieci anni è l’autocandidatura, passata dal 13% al 18%, probabilmente anche in relazione al ruolo crescente dei social media.

L’intermediazione digitale rischia di alimentare ulteriormente l’informalità 

È quanto emerge dal policy brief dell’Inapp, che prende in esame i dati dell’indagine Inapp-Plus, sulla dinamica dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro.
“Sebbene solo il 2% degli occupati dichiari di avere trovato lavoro tramite app o social network – commenta Sebastiano Fadda, presidente Inapp – tuttavia, l’intermediazione digitale, se non adeguatamente regolata, rischia di alimentare ulteriormente l’informalità. Basti pensare che si è passati dal 25% degli occupati che nel 2000 dichiaravano di aver fatto ricorso a Internet durante la fase di ricerca di lavoro, al 50% del 2010, fino al 75% del 2021”.

Si riduce il ruolo dei concorsi pubblici

Tra i canali formali, si riduce il ruolo dei concorsi pubblici (10%, -7% rispetto a dieci anni fa), per effetto della riduzione del perimetro del settore pubblico e del blocco del turn-over nella PA. Si registra, inoltre, un crescente, ma comunque sempre inferiore rispetto ai canali informali, ricorso alle agenzie private e ai job center di istituzioni scolastiche e formative. In un mercato del lavoro esposto a complesse ricomposizioni e transizioni serve un player pubblico che sostenga tutti i processi di allocazione e di riallocazione della forza lavoro. I centri per l’impiego, ad esempio, trattano prevalentemente un’utenza debole (il 32% ha le medie inferiori) e riescono a condurre al lavoro poco più del 4% dell’utenza.

Occorre attribuire un ruolo attivo ai centri per l’impiego

La retribuzione di chi ha trovato lavoro grazie ai centri per l’impiego è in media 23.300 euro lordi all’anno, contro 35.000 di chi ha vinto un concorso pubblico o 32.600 di chi ha trovato lavoro nell’ambiente professionale. La quota di laureati che hanno trovato lavoro attraverso i Servizi per l’impiego è la più bassa (23%) dopo quella delle agenzie interinali (20%). Dunque, da un lato c’è un problema di carenza di opportunità di qualità e dall’altro l’onere di trattare un’utenza particolarmente fragile.
“Per un miglioramento complessivo del funzionamento del mercato del lavoro i centri per l’impiego devono essere potenziati anche nella loro interconnessione con le imprese, i servizi dell’orientamento, i servizi formativi, gli altri organismi operanti nell’intermediazione – aggiunge Fadda -. Ovvero, ai centri per l’impiego bisogna attribuire un ruolo attivo nel mercato del lavoro e offrire le condizioni per poterlo svolgere”.

Il nuovo paradigma dell’abitare per le famiglie italiane 

In un contesto generale di sfiducia, in cui 10,4 milioni di famiglie dubitano dei propri mezzi economici, 3,4 milioni sono comunque interessate a migliorare la propria condizione abitativa. In questo quadro difficile la casa si conferma quindi un’aspirazione che prescinde dalla congiuntura internazionale.
“La dimensione fisica del bene ‘casa’ unita alla possibilità di fruizione conferiscono all’immobile una connotazione naturalmente difensiva – dichiara Luca Dondi, AD Nomisma -. Ancora una volta, come nel periodo pandemico, bisogna ricorrere all’emotività per capire perché la casa è tornata al centro del villaggio”. 

Mutuo: da trampolino a ostacolo

“Il ruolo del credito è diventato imprescindibile e ha consentito di coniugare l’aspirazione di miglioramento abitativo con la possibilità reale di acquisto, ma è un canale che oggi rischia di ridurre le proprie dimensioni – spiega Dondi -. Il mutuo che è stato il trampolino per tante famiglie oggi può diventare uno scoglio”. Negli ultimi 12 mesi “circa 880 mila famiglie hanno fatto fatica a pagare il canone di affitto e 330 mila famiglie hanno incontrato difficoltà con la rata del mutuo – aggiunge Marco Marcatili, Responsabile Sviluppo Nomisma -. Vulnerabilità che avranno a che fare non tanto con l’attaccamento alla casa, ma incideranno sul sistema di finanziarizzazione e selezione da parte del credito bancario”. 

Le preferenze dopo la pandemia

Le famiglie che hanno una reale capacità di acquisto sono quelle più giovani, fra 18-34 anni (7,9%) e fra 35-44 anni (8%), che vogliono transitare dall’affitto alla compravendita (8,2%), e che hanno un reddito medio elevato. La domanda si concentra sui comuni capoluogo delle Città metropolitane.
“Siamo di fronte a un interesse abitativo che vede due ondate – ribadisce Marcatili -. Se nella fase pre-pandemica la domanda delle famiglie ricadeva sulla casa e non sull’abitare, oggi la situazione è molto diversa. Se prima le famiglie segnalavano come driver d’acquisto il contesto e i servizi, l’emergenza sanitaria ha mostrato le inadeguatezze di questi comfort”.
I nuovi bisogni sono legati, ad esempio, più all’efficienza energetica o alla ricerca di nuovi spazi interni ed esterni, che possano migliorare le relazioni familiari e conciliare vita e lavoro.

Da abitare ‘sociale’ ad abitare ‘arricchito’

Il concetto di ‘abitare sociale’ non è più adatto ai tempi. “È tempo di un nuovo paradigma: ‘l’abitare arricchito’, capace di guardare a tutte le diverse forme di vulnerabilità”, prosegue Marcatili.
L’abitare arricchito è quindi in realtà “una chiave trasformativa della propria fiducia per migliorare la propria condizione familiare – puntualizza Mercatili -. Non esiste una domanda aggregata pronta per l’uso, ma tante storie familiari da aggregare in maniera sociale di cui i fondi, i soggetti della finanza e il pubblico devono farsi carico”.

Messenger lancia la scheda Chiamate

Secondo il gruppo Meta, complice anche la pandemia, negli ultimi due anni le chiamate audio e video su Messenger sono aumentate del 40%, con 300 milioni di telefonate effettuate ogni giorno. Messanger ha introdotto per la prima volta le chiamate vocali nel 2013, e con la nuova scheda dedicata compie un ulteriore passo in avanti come hub di comunicazione completo. Meta, già Facebook, ha infatti lanciato la nuova scheda ‘Chiamate’ a livello globale nell’app Messenger per iOS e Android. La sezione terrà traccia di ogni chiamata effettuata o ricevuta nell’app e renderà più semplice usare il client per entrare in contatto con i propri amici, quasi come su WhatsApp. L’idea di Meta è infatti quella di spingere le persone a utilizzare maggiormente Messenger per telefonare, e non solo per sfruttarne le funzionalità di chat testuale.

Una lunga lista di concorrenti

Nel 2014, Facebook aveva separato l’app dal social principale, pubblicandone una versione indipendente sia su App Store di iOS sia sul Play Store di Google. Un anno dopo aveva debuttato la funzione di videochiamata, seguita dalle chat di gruppo. E più di recente, Meta ha aggiunto nuove scorciatoie, incluse opzioni per avvisare tutti in una conversazione, oppure inviare messaggi che non danno luogo a notifiche. Nel settore delle app di messaggistica gratuite Messenger ha una lunga lista di concorrenti, tra cui Google Voice, Viber, Signal e la stessa WhatsApp, che Meta ha acquistato nel 2014.
Tra le tante però, Messenger rimane una delle poche, oltre a FaceTime di Apple, a non richiedere un numero di telefono in fase di registrazione per funzionare, riporta Ansa. 

Un sistema completo per effettuare conversazioni scritte, vocali e video

Se l’app di Facebook Messenger è nata con il solo scopo di offrire agli utenti un sistema per poter chattare in maniera distaccata dal social network vero e proprio, attualmente offre un sistema completo per poter effettuare conversazioni scritte, vocali e video. La nuova scheda può tornare utile per aiutare a mantenere tutte le chiamate organizzate in un’unica posizione, migliorando la visibilità di queste funzioni.

Posizionata al centro tra le schede Chat e Persone

Posizionata al centro tra le schede ‘Chat’ e ‘Persone’, riporta Punto informatico, la nuova scheda Chiamate permette di accedere rapidamente all’elenco dei contatti e presenta pulsanti separati per le chiamate vocali e le videochiamate, permettendo agli utenti di chiamare direttamente un determinato utente senza dover per forza fare troppi passaggi. Il che rende la piattaforma molto più intuitiva anche per chi non l’ha mai utilizzata.
La fase di implementazione della nuova scheda è già in corso, quindi tutti gli utenti dovrebbero vederla comparire nelle prossime ore, sia su Android sia su iOS/iPadOS.