La pasta italiana? Sempre più sostenibile

L’attenzione alla sostenibilità è un tema cruciale dei nostri anni: impensabile che anche le filiere produttive non ne tengano conto, specie in fatto di consumi idrici ed energetici. La conferma che le cose stiano cambiando, in positivo, arriva anche dal settore della pasta, fiore all’occhiello dell’agroalimentare italiano: grazie ad un impatto ambientale minimo, la pasta è amica del pianeta e risponde ogni anno a tendenze di consumo ed esigenze sostenibili con l’avvio di nuovi piani.

Un investimento importante

Dall’agricoltura di precisione agli impianti di trigenerazione alimentati a metano, fino al packaging compostabile, ogni anno i pastai italiani investono in media il 10% del proprio fatturato (circa 560 milioni) in ricerca e sviluppo per rendere la produzione e la pasta sempre più moderna, sicura e sostenibile. E anche un piccolo gesto quotidiano, come preparare un piatto di spaghetti, può fare la differenza. Oggi per gli italiani la nuova cultura del cibo passa dal rispetto per l’ambiente. Negli ultimi anni è cresciuta l’attenzione verso un’alimentazione più sana e sostenibile, un trend che si è rafforzato durante la pandemia: quasi 9 su 10 dichiarano di prestare attenzione agli aspetti di sostenibilità quando sono al supermercato (Fonte: ricerca Unione Italiana Food). La pasta è amica del pianeta con un impatto ambientale, dalla produzione alla trasformazione fino al consumo, decisamente basso (1 mq globale, vale a dire la misura dell’area biologicamente produttiva di mare e di terra necessaria a rigenerare le risorse consumate durante la produzione) per una porzione di pasta di 80 grammi e un’impronta ecologica minima, appena 150 grammi di CO2 equivalente.

Dal 2013 consumati 270mila metri cubi di acqua in meno

Le imprese sono sensibili al cambiamento green: per 1 impresa su 2 è fondamentale, se non addirittura necessario, puntare sull’innovazione (Fonte: indagine Unione Italiana Food “L’industria alimentare italiana alla prova del futuro. L’innovazione come strategia per garantire cibo accessibile e sostenibile sulle tavole di domani”). E per quanto riguarda la pasta, con i soli investimenti effettuati nel comparto negli ultimi anni, i consumi idrici hanno subito un calo del 20% circa, i rifiuti recuperati sono circa il 95% del totale e l’emissione di anidride carbonica corrispondente (CO2) è diminuita del 21% circa. Per produrre un chilo di pasta, un pastificio usa non più di tre litri d’acqua. Secondo l’ultimo rapporto di sostenibilità di Unione Italiana Food (2020), nel periodo 2013-2019 nell’industria della pasta sono stati risparmiati 270.000 m3 di acqua (-4%), pari a circa 2 Anfiteatri Flavii (Colosseo), 69.000.000 kg di emissioni co2 (-11%) pari a circa 36.300 vetture e sono 19.500.000 kg i rifiuti recuperati (+33% pari a circa un comune di 39.000 abitanti).

Sostenibilità: nuovo record per i prodotti che la comunicano in etichetta

La sostenibilità avanza sulle etichette dei prodotti di largo consumo venduti in supermercati e ipermercati. A misurarne la crescita è l’ultima edizione dell’Osservatorio Immagino di GS1 Italy: il 25,6% dei prodotti a scaffale presenta on-pack uno dei 35 claim sulla sostenibilità rilevati, e nel 2021 queste 32.787 referenze (tra food, bevande, cura casa, cura persona e prodotti per animali domestici) hanno realizzato 12,5 miliardi di euro di vendite (+1,2%).
“Siamo di fronte a un universo di valori in veloce evoluzione e ampliamento, che coinvolge un numero crescente di prodotti – spiega Marco Cuppini, research and communication director di GS1 Italy -. L’offerta di prodotti con almeno un claim sulla sostenibilità in etichetta è aumentato del +5,3%, mostrando come le aziende siano impegnate su questo fronte e come scelgano di comunicarlo sempre più spesso ai consumatori”.

Quattro cluster tematici

I 35 claim del mondo della sostenibilità sono stati suddivisi in quattro cluster tematici. Nel primo, Management sostenibile delle risorse (tra cui ‘riciclabile’, ‘meno plastica’ e la certificazione Ecolabel) sono stati individuati sull’11,8% dei prodotti. Il loro apporto al sell-out complessivo è del 19,2% e il loro giro d’affari è aumentato del +3,0% rispetto al 2020. Per Agricoltura e allevamento sostenibili, il 10,5% dei prodotti rilevati presenta in etichetta uno dei nove claim di quest’area (ad esempio, ‘senza antibiotici’ o ‘filiera’). La quota sulle vendite totali è del 7,8% e la crescita annua del sell-out +1,1%.

Da Responsabilità sociale a Rispetto degli animali

Le cinque certificazioni del paniere Responsabilità sociale (come FSC, Rainforest Alliance e Fairtrade) accomunano il 6,5% delle referenze, che contribuiscono per il 10,6% alle vendite complessive. Il trend annuo a valore è +3,5%. Inoltre, il 2,4% dei prodotti presenti in supermercati e ipermercati dichiara esplicitamente sulle confezioni l’impegno a tutela degli animali, utilizzando almeno uno dei sei claim rilevati nel cluster Rispetto degli animali ( ‘benessere animale’, ‘no cruelty’ o la certificazione ‘Friend of the Sea’). Complessivamente il loro apporto al sell-out totale è del 4,4% e la crescita +1,6%.

L’indicazione più presente in etichetta: Biologico/EU Organic

Nel corso del 2021 i panieri più dinamici nel mondo della sostenibilità sono stati quello della responsabilità sociale e quello del management sostenibile delle risorse, le cui vendite sono cresciute a un tasso triplo rispetto alla media. Sopra media anche l’andamento annuo del paniere della responsabilità sociale, mentre di poco sotto media è stato il cluster di agricoltura e allevamento sostenibili. In termini di numero di prodotti a scaffale l’indicazione ‘green’ più presente in etichetta si conferma Biologico/EU Organic (10,1% delle referenze), seguita dalla certificazione FSC (5,2%) e dai claim ‘sostenibilità’ e ‘riciclabile’ (entrambi 2,9%). 
Quanto all’andamento delle vendite, i claim che hanno registrato i maggiori aumenti sono stati le certificazioni Ok-Compost (+35,3%) e Rainforest Alliance (+16,3%) e le indicazioni Mater-Bi (+19,4%) e ‘compostabile’ (+16,6%).

Caro bollette: quanto consumano gli elettrodomestici? E a quali non rinunceremmo mai?

Se è vero che gli elettrodomestici ci semplificano la vita, con il prezzo dell’energia alle stelle la tentazione di staccare la spina per abbattere il costo delle bollette è forte.
Basti pensare che in questi primi 8 mesi dell’anno una famiglia tipo ha speso per la sola bolletta elettrica circa 776 euro. Ma quali sono gli elettrodomestici a cui gli italiani non rinuncerebbero mai? Facile.it, con l’aiuto di mUp Research e Norstat, lo ha chiesto a un campione rappresentativo della popolazione nazionale. Inoltre, ha calcolato anche quanto questi apparecchi pesino sulla bolletta, tenendo in considerazione i consumi indicati nelle etichette energetiche dei dispositivi e il prezzo dell’energia applicato nel 2022 nel mercato tutelato per una famiglia tipo. 

Alla lavatrice impossibile rinunciare

Dall’indagine emerge che l’elettrodomestico più amato dagli italiani è la lavatrice. Sarà che l’idea di tornare a lavare a mano i panni spaventa molte persone, di fatto il 62,7% degli intervistati ha dichiarato di non poterne fare a meno. Ma costa fare il bucato in lavatrice? Dal punto di vista dei consumi, considerando una lavatrice in classe A acquistata nel 2020, il costo annuo in bolletta è pari a 91 euro. Al secondo posto, battuto di un soffio, si posiziona il frigorifero, che conquista il 61,7% delle preferenze.
Dal punto di vista dei consumi, questo elettrodomestico rappresenta però uno dei dispositivi più energivori. Considerando che rimane in funzione 24h al giorno, un frigorifero da 350 litri con congelatore integrato, in classe A, comprato più di due anni fa, costa in bolletta 142 euro l’anno.

Televisore, forno e lavastoviglie

Sul gradino più basso del podio si trova il televisore, oggetto ritenuto irrinunciabile dal 40% dei rispondenti. Non sorprende vedere come la percentuale sia nettamente più altra tra gli over 65, dove raggiunge il 55%, mentre crolli al 23% tra gli intervistati con età compresa tra i 18 e i 24 anni. Dal punto di vista dei consumi, ipotizzando un uso giornaliero di 4 ore, un televisore LCD da 40 pollici costa 35 euro l’anno. Quarto e quinto posto sono occupati da due elettrodomestici che spesso troviamo vicini nelle nostre cucine: il forno e la lavastoviglie. Il primo è stato indicato come irrinunciabile dal 19% dei rispondenti, mentre il secondo dal 14,6%. Considerando l’uso di ognuno di essi 1 volta ogni due giorni, il costo in bolletta per un forno elettrico da 70 litri è pari a 62 euro, mentre per una lavastoviglie è di 88 euro.

Condizionatore: il sorvegliato speciale della bolletta

Continuando a scorrere la graduatoria degli elettrodomestici più amati dagli italiani troviamo l’aspirapolvere (11,5%), mentre staccati per poco nelle posizioni basse della classifica si posizionano la macchinetta del caffè (9,7%), l’aria condizionata (9,4%) e il forno a microonde (7,4%). L’ultima posizione è occupata dal ferro da stiro (7%).
Tra questi elettrodomestici, il sorvegliato speciale dal punto di vista dei consumi è il condizionatore, che secondo le stime di Facile.it può costare in bolletta fino a 232 euro.

Assicurazione auto: grazie al web gli italiani risparmiano 

Molti italiani fanno sempre più fatica a risparmiare: la difficile congiuntura economica, il rialzo dell’inflazione e i pesanti rincari sull’energia stanno mettendo a dura prova la capacità di spesa delle famiglie. Insomma, le conseguenze del rialzo generalizzato dei prezzi si possono toccare con mano anche nella cosiddetta ‘economia reale’.  Ma se per contenere la spesa mensile generale molti tendono a ‘tagliare’ beni e servizi considerati superflui, esistono alcuni costi fissi con cui è necessario continuare a confrontarsi. È il caso dell’assicurazione auto, che in Italia è obbligatoria per tutti coloro che possiedono un mezzo a motore, anche se non lo usano regolarmente. Per cercare di ridurre l’entità di questa spesa gli automobilisti si stanno rivolgendo alla rete per individuare le polizze caratterizzate dal miglior rapporto qualità-prezzo.

Stipulare la polizza direttamente online

Il web offre un grande aiuto nella gestione delle spese, soprattutto grazie alle possibilità offerte dai portali di comparazione. Un esempio è 6sicuro, realtà di riferimento nel settore attiva dal 2000, che propone un servizio a 360 gradi, affidabile e gratuito. Più in dettaglio, ogni assicurazione auto su 6sicuro viene selezionata guardando esclusivamente alle proposte più interessanti formulate dalle principali compagnie del settore. Il tutto con la possibilità di poter stipulare direttamente la polizza online. E questo si traduce in un risparmio ulteriore sui costi, poiché evita di dover passare per un intermediario ‘fisico’.

Valutare quale tipo di copertura scegliere

In Italia vige l’obbligo di assicurare il proprio mezzo a motore: tale stipula copre l’intestatario contro i danni derivati in caso di sinistro, tuttavia esistono anche altre garanzie, chiamate coperture accessorie, che possono essere molto utili, e in alcuni casi, anche fortemente raccomandate. È il caso della polizza contro furto e incendio, che tutela il contraente in forma diversa a seconda della tipologia di contratto che si decide di attivare. L’utente, ad esempio, può scegliere di sottoscrivere una copertura solo parziale, per cui la compagnia assicurativa risarcisce solo per un determinato importo. Il costo, ovvero il cosiddetto premio assicurativo, dipende da molte variabili, fra cui il valore vero e proprio dell’auto.

Dalla Kasko all’assistenza in caso di guasto

Un’altra copertura accessoria molto richiesta è la Kasko, che tutela l’intestatario anche qualora sia responsabile dei danni provocati. Inoltre, copre tutti gli incidenti che possono riguardare il veicolo, nonché i danneggiamenti accidentali. Si può anche decidere di assicurare solo alcune parti dell’auto, magari quelle più fragili e più esposte agli incidenti. È il caso della polizza cristalli, che assicura i vetri della macchina qualora siano soggetti a un incidente o a un danneggiamento accidentale, come ad esempio la caduta fortuita di un oggetto.
Molti utenti, poi, in particolare quelli che fanno largo uso della vettura o che per lavoro devono guidare per molte ore, scelgono di sottoscrivere l’assicurazione che prevede l’assistenza in caso di guasto. In questo caso, il sottoscrittore potrà richiedere l’intervento di un carro attrezzi che recuperi l’auto rotta senza costi aggiuntivi.

Per un occupato su 4 “chi trova un amico trova un impiego” 

Negli ultimi dieci anni quasi un lavoratore su quattro (23%) ha trovato occupazione tramite amici, parenti, conoscenti, o attraverso contatti stabiliti nell’ambiente lavorativo (9%). Tra il 2011 e il 2021 i canali informali di ricerca hanno generato il 56% dell’occupazione: circa 4,8 milioni di posti di lavoro sottratti alla intermediazione ‘palese’. E oltre il 60% dell’occupazione generata dalle piccole imprese private (1-5 e 6-10 addetti), il 40% del totale del settore privato, passa in maniera consistente attraverso l’intermediazione informale. Ma il canale di ricerca cresciuto maggiormente negli ultimi dieci anni è l’autocandidatura, passata dal 13% al 18%, probabilmente anche in relazione al ruolo crescente dei social media.

L’intermediazione digitale rischia di alimentare ulteriormente l’informalità 

È quanto emerge dal policy brief dell’Inapp, che prende in esame i dati dell’indagine Inapp-Plus, sulla dinamica dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro.
“Sebbene solo il 2% degli occupati dichiari di avere trovato lavoro tramite app o social network – commenta Sebastiano Fadda, presidente Inapp – tuttavia, l’intermediazione digitale, se non adeguatamente regolata, rischia di alimentare ulteriormente l’informalità. Basti pensare che si è passati dal 25% degli occupati che nel 2000 dichiaravano di aver fatto ricorso a Internet durante la fase di ricerca di lavoro, al 50% del 2010, fino al 75% del 2021”.

Si riduce il ruolo dei concorsi pubblici

Tra i canali formali, si riduce il ruolo dei concorsi pubblici (10%, -7% rispetto a dieci anni fa), per effetto della riduzione del perimetro del settore pubblico e del blocco del turn-over nella PA. Si registra, inoltre, un crescente, ma comunque sempre inferiore rispetto ai canali informali, ricorso alle agenzie private e ai job center di istituzioni scolastiche e formative. In un mercato del lavoro esposto a complesse ricomposizioni e transizioni serve un player pubblico che sostenga tutti i processi di allocazione e di riallocazione della forza lavoro. I centri per l’impiego, ad esempio, trattano prevalentemente un’utenza debole (il 32% ha le medie inferiori) e riescono a condurre al lavoro poco più del 4% dell’utenza.

Occorre attribuire un ruolo attivo ai centri per l’impiego

La retribuzione di chi ha trovato lavoro grazie ai centri per l’impiego è in media 23.300 euro lordi all’anno, contro 35.000 di chi ha vinto un concorso pubblico o 32.600 di chi ha trovato lavoro nell’ambiente professionale. La quota di laureati che hanno trovato lavoro attraverso i Servizi per l’impiego è la più bassa (23%) dopo quella delle agenzie interinali (20%). Dunque, da un lato c’è un problema di carenza di opportunità di qualità e dall’altro l’onere di trattare un’utenza particolarmente fragile.
“Per un miglioramento complessivo del funzionamento del mercato del lavoro i centri per l’impiego devono essere potenziati anche nella loro interconnessione con le imprese, i servizi dell’orientamento, i servizi formativi, gli altri organismi operanti nell’intermediazione – aggiunge Fadda -. Ovvero, ai centri per l’impiego bisogna attribuire un ruolo attivo nel mercato del lavoro e offrire le condizioni per poterlo svolgere”.

Il nuovo paradigma dell’abitare per le famiglie italiane 

In un contesto generale di sfiducia, in cui 10,4 milioni di famiglie dubitano dei propri mezzi economici, 3,4 milioni sono comunque interessate a migliorare la propria condizione abitativa. In questo quadro difficile la casa si conferma quindi un’aspirazione che prescinde dalla congiuntura internazionale.
“La dimensione fisica del bene ‘casa’ unita alla possibilità di fruizione conferiscono all’immobile una connotazione naturalmente difensiva – dichiara Luca Dondi, AD Nomisma -. Ancora una volta, come nel periodo pandemico, bisogna ricorrere all’emotività per capire perché la casa è tornata al centro del villaggio”. 

Mutuo: da trampolino a ostacolo

“Il ruolo del credito è diventato imprescindibile e ha consentito di coniugare l’aspirazione di miglioramento abitativo con la possibilità reale di acquisto, ma è un canale che oggi rischia di ridurre le proprie dimensioni – spiega Dondi -. Il mutuo che è stato il trampolino per tante famiglie oggi può diventare uno scoglio”. Negli ultimi 12 mesi “circa 880 mila famiglie hanno fatto fatica a pagare il canone di affitto e 330 mila famiglie hanno incontrato difficoltà con la rata del mutuo – aggiunge Marco Marcatili, Responsabile Sviluppo Nomisma -. Vulnerabilità che avranno a che fare non tanto con l’attaccamento alla casa, ma incideranno sul sistema di finanziarizzazione e selezione da parte del credito bancario”. 

Le preferenze dopo la pandemia

Le famiglie che hanno una reale capacità di acquisto sono quelle più giovani, fra 18-34 anni (7,9%) e fra 35-44 anni (8%), che vogliono transitare dall’affitto alla compravendita (8,2%), e che hanno un reddito medio elevato. La domanda si concentra sui comuni capoluogo delle Città metropolitane.
“Siamo di fronte a un interesse abitativo che vede due ondate – ribadisce Marcatili -. Se nella fase pre-pandemica la domanda delle famiglie ricadeva sulla casa e non sull’abitare, oggi la situazione è molto diversa. Se prima le famiglie segnalavano come driver d’acquisto il contesto e i servizi, l’emergenza sanitaria ha mostrato le inadeguatezze di questi comfort”.
I nuovi bisogni sono legati, ad esempio, più all’efficienza energetica o alla ricerca di nuovi spazi interni ed esterni, che possano migliorare le relazioni familiari e conciliare vita e lavoro.

Da abitare ‘sociale’ ad abitare ‘arricchito’

Il concetto di ‘abitare sociale’ non è più adatto ai tempi. “È tempo di un nuovo paradigma: ‘l’abitare arricchito’, capace di guardare a tutte le diverse forme di vulnerabilità”, prosegue Marcatili.
L’abitare arricchito è quindi in realtà “una chiave trasformativa della propria fiducia per migliorare la propria condizione familiare – puntualizza Mercatili -. Non esiste una domanda aggregata pronta per l’uso, ma tante storie familiari da aggregare in maniera sociale di cui i fondi, i soggetti della finanza e il pubblico devono farsi carico”.

I prestiti? Servono per sposarsi

Nonostante il tempo passi, gli italiani si confermano dei fan del matrimonio in grande stile. Insomma, per il giorno del sì non ci devono essere rinunce. La riprova è che i nostri connazionali sono tornati a chiedere prestiti personali per sposarsi tanto è vero che, nei primi tre mesi del 2022, il peso percentuale delle richieste di finanziamento per matrimoni e cerimonie è aumentato del 46% rispetto allo stesso periodo del 2021; il 12% in più se confrontato con i livelli pre-pandemia rilevati nel primo trimestre 2019. In base alle stime del comparatore, i finanziamenti erogati nel corso del trimestre per far fronte a questo tipo di spesa equivarrebbero a circa 100 milioni di euro. Lo dice una recente indagine realizzata da Facile.it e Prestiti.it, condotta su un campione di oltre 30.000 domande di prestiti personali.

La cifra richiesta

Per le spese del matrimonio i richiedenti hanno fatto domanda, in media, 9.856 euro, valore in linea con quanto rilevato nel 2019, da restituire in 60 rate (5 anni). In calo, invece, l’età media dei richiedenti, che è passata dai 40 anni del periodo pre-Covid ai 37 anni rilevati nei primi tre mesi del 2022.
“Grazie all’allentamento delle restrizioni il 2022 è visto da molti operatori del settore come l’anno di ripresa per l’industria dei matrimoni e i dati sulla richiesta dei prestiti personali sembrano confermare questo trend”, spiega Aligi Scotti, BU Director prestiti di Facile.it. “Positivo il calo dell’età media dei richiedenti su cui hanno avuto un peso anche le politiche a sostegno dei giovani introdotte dal Governo, in particolare le agevolazioni per l’acquisto della casa e la sottoscrizione di mutui rivolti agli under 36”.
Interessante notare come a presentare richiesta di prestito personale per spese legate ai matrimoni e cerimonie sia stata, nel 40% dei casi, una donna; il valore risulta nettamente superiore alle altre tipologie di prestito personale, dove il campione femminile normalmente rappresenta meno del 25% della domanda.

Più liquidità anche per altri desideri

Allargando l’analisi alle richieste totali di prestiti personali raccolte online emerge che, nel primo trimestre 2022, gli italiani che si sono rivolti ad una società di credito hanno cercato di ottenere, in media, 11.502 euro. Il valore risulta non solo superiore a quello del 2021 (+4%), ma anche più alto rispetto all’importo medio richiesto pre-Covid (11.200 euro nel primo trimestre 2019).
Guardando alle finalità dichiarate in fase di domanda emerge che la prima ragione che ha spinto gli italiani a rivolgersi ad una società di credito è stata la richiesta di liquidità (32%), seguita da quelle per l’acquisto di auto usate (18%). In forte aumento la richiesta per il consolidamento debiti, che rappresenta circa il 15% delle domande; il dato va letto alla luce dell’andamento dei tassi di interesse che, nel primo trimestre dell’anno, sono rimasti estremamente favorevoli offrendo così ai consumatori la possibilità di consolidare debiti già in corso, in alcuni casi anche risparmiando sulla rata del finanziamento.

La caldaia non parte quando si apre l’acqua calda

La caldaia è certamente uno dei dispositivi maggiormente responsabili del benessere e del comfort percepito in casa. Essa infatti garantisce acqua calda che possiamo adoperare per più di un motivo in casa e che è diventata ormai irrinunciabile per tutti noi.

Chi infatti potrebbe ovviare facendo una doccia fredda e rinunciare al benessere dell’acqua calda? E come resistere durante le fredde giornate invernali nel caso in cui la caldaia non parta nel momento in cui si tenta di accendere il riscaldamento per mezzo dei termosifoni?

Per questo motivo la caldaia è praticamente il fulcro di benessere di un appartamento, e nel momento in cui questa non funziona o presenta alcune anomalie facciamo bene a chiamare un tecnico per la riparazione o cercare di effettuare della piccola manutenzione domestica così da riuscire a risolvere.

Il caso della caldaia che non parte quando si apre l’acqua calda è una classica situazione che manda tante persone nel panico e per la quale spesso si finisce con il chiamare un tecnico.

In effetti si tratta di una situazione che potrebbe essere non semplice da gestire e risolvere per chi non è esperto, ad ogni modo ci sono dei piccoli tentativi che è possibile fare prima di dover chiamare un tecnico che si occupa della installazione caldaie.

Il blocco di protezione

Uno dei motivi per i quali la caldaia non parte potrebbe essere semplicemente che essa vada in blocco di protezione.

Ciò avviene quando ad esempio la pressione dell’impianto è troppo alta o troppo bassa. Considera che di norma la pressione di esercizio corretta oscilla tra 1,4 e 1,6 bar.

Nel caso in cui il manometro indichi in una pressione che sia particolarmente alta o molto più bassa di questa, potrebbe entrare in funzione il blocco di sicurezza che impedisce alla caldaia di avviarsi.

In questo caso è sufficiente far entrare o uscire dell’acqua dall’impianto per far aumentare o diminuire la pressione e farla rientrare nel range corretto.

L’elettrodo non funziona

Un altro dei motivi per i quali la caldaia non parte può essere quello della fiamma che non si accende. In questo caso il problema può risiedere nell’elettrodo che non è in grado di far scoccare la scintilla necessaria per avviare la combustione del gas che poi va a riscaldare l’acqua.

In questo caso possiamo provare a controllare che non ci sia il bruciatore troppo sporco o che vi sia la termocoppia guasta.

I codici di errore sul display

Soprattutto i modelli più moderni di caldaie hanno dei display che mostrano degli eventuali codici di errore nel caso in cui ci sia un anomalia.

Questi codici servono ad identificare i problemi che di volta in volta si verificano, ed è possibile consultare il manuale di istruzioni per sapere esattamente quel determinato codice a quale tipo di guasto fa riferimento.

Questi codici cambiano da produttore a produttore e se si ritiene di non essere in grado di intervenire sul pannello per risolverli, è bene chiamare direttamente un tecnico.

La temperatura impostata

È possibile in ultima analisi che il problema sia anche relativo alla temperatura impostata troppo bassa.

Le caldaie più moderne hanno dei sensori che rilevano la temperatura presente all’interno dell’ambiente e di conseguenza adeguano il generatore.

Nei modelli più vecchi di caldaia invece questo tipo di dispositivo non è presente e dunque potremmo avere impostato manualmente una temperatura troppo bassa, motivo per il quale l’acqua non si riscalda a sufficienza e abbiamo la sensazione che la caldaia non si accenda.

Fatturazione elettronica: un fattore essenziale per la trasformazione digitale

Oltre il 46% delle Pmi italiane invia e riceve mensilmente tra 10 e 100 fatture elettroniche, e quasi il 40% ne riceve tra 100 e 1000. E gli interlocutori principali per oltre il 71% di chi la utilizza sono altre aziende, per il 17% privati cittadini, e quasi per il 12% la Pubblica Amministrazione. Secondo l’indagine diffusa da Aruba e Idc, il 46% delle aziende che non ha l’obbligo di fatturazione elettronica la utilizza ugualmente.  Questo perché per portare avanti il processo di trasformazione digitale delle imprese, più di 3 Piccole e medie imprese italiane su 4 ritengono essenziale la fatturazione elettronica.

Il livello di adozione della fatturazione elettronica tra le Pmi

Ma in che modo la fatturazione elettronica sta incentivando il processo di digitalizzazione del nostro Paese? La ricerca di Aruba e Idc ha indagato il livello di adozione della fatturazione elettronica tra le Piccole e medie imprese italiane, coinvolgendo un campione di 300 realtà nei diversi comparti, Industria, Commercio, Finanza, Servizi professionali, Servizi alla persona e Pubblica Amministrazione locale.
Dai dati emersi dall’indagine risulta che quasi il 75% delle aziende fino a 5 addetti considera la fatturazione elettronica essenziale per la digitalizzazione della propria azienda.
Un dato che sale all’83% tra le Pmi che contano tra i 6 e i 20 dipendenti, ovvero quelle che assicurano valori maggiori di fatture.

Un aiuto a creare cultura digitale tra le imprese

“I traguardi raggiunti in questi tre anni dalla fatturazione elettronica sono encomiabili – commenta Gabriele Sposato, Direttore Marketing di Aruba -. Come si legge nell’atto della Commissione Europea, l’Italia ha ‘pienamente conseguito’ gli obiettivi prefissati, riducendo i costi amministrativi delle imprese e consentendo loro un risparmio di tempo, spazio e sicurezza di archiviazione. Benefici riscontrati anche dalle Pmi italiane, che hanno compreso come la fatturazione elettronica stia aiutando a creare cultura digitale, e come, sempre più, si stia dimostrando uno strumento essenziale per monitorare in tempo reale il polso dell’economia italiana”.

Estendere l’adempimento anche alle partite Iva in regime forfettario

Aruba ricorda che in data 1° gennaio 2019, attraverso la Legge di Bilancio 2018, veniva esteso l’obbligo della fatturazione elettronica a tutti i soggetti in possesso di Partita Iva. A eccezione di quanti operavano in regime dei minimi e forfettario, riporta Adnkronos. Oggi manca solo il via libera dell’Europa per la proroga fino al 31 dicembre 2024 dell’obbligatorietà della fatturazione elettronica, e per l’inclusione delle partite Iva in regime forfettario tra i soggetti a cui si potrà ora estendere l’adempimento.

Le piccole e medie imprese vogliono assumere, ma mancano i profili tecnici

Pur nello tsunami del Covid-19, le Pmi italiane hanno dimostrato un’eccezionale resilienza. E non solo: hanno anche continuato ad assumere, cercando di attrarre personale e sviluppare competenze per gestire la trasformazione digitale che sta ridefinendo le tecniche produttive e le relazioni con i clienti. Fin qui, le buone notizie, che confermano l’ottima tenuta del sistema imprenditoriale nazionale. Però non mancano le criticità, prima fra tutte la difficoltà a reperire figure professionali con la giusta formazione tecnica. A rivelarlo è l’ultimo Market Watch Pmi di Banca Ifis, realizzato in collaborazione con Format Research su un campione rappresentativo di 500 aziende, secondo cui l’83% delle imprese dichiara di aver bisogno di assumere personale con nuove competenze. Un trend manifestatosi lungo tutto il triennio 2019-2021 che è confermato anche per i prossimi due anni. Accanto ai profili tecnici, sono ambiti quelli digitali e, in particolare, specializzati in tecnologie 4.0.

Mismatch tra domanda e offerta di competenze

Il report Market Watch Pmi di Banca Ifis individua un mismatch tra domanda e offerta di competenze che emerge con forza sul fronte delle conoscenze tecnico-digitali: il 58% delle aziende che reputa necessarie nuove skill in ambito produttivo non trova il personale ricercato, così anche per il 37% delle imprese che considera fondamentale la capacità di gestione delle tecnologie 4.0. Anche le abilità “soft” risultano difficili da incrociare, in particolare la flessibilità (40%), il problem solving e la capacità decisionale (entrambe al 37%), la gestione dello stress (35%). Quasi la metà delle aziende (48%) si affida al passaparola e alle relazioni territoriali per trovare le persone giuste, il 41% alle società di selezione del personale. Solo il 14% attiva collaborazioni con Università e Istituti Tecnici Superiori e il 6% si rivolge ai centri per l’impiego.

Le figure più richieste

In base ai dati emersi dal report, si scopre anche quali sono le figure più ricercate dalle piccole e medie imprese italiane. Il 59% delle Pmi dichiara di aver bisogno di nuove competenze legate alle tecniche di produzione specifiche per il proprio settore; il 28% di collaboratori in grado di gestire soluzioni digitali; il 26% di profili amministrativi e il 24% di soggetti specializzati nell’industria 4.0. Per l’8%, infine, sono necessarie risorse esperte nell’area Smac (social, mobile, analytics, cloud). Tra l’altro, avvisa ancora l’indagine, la richiesta di conoscenze specifiche continuerà anche nel futuro. Nel prossimo triennio, le figure esperte di tecniche produttive rimarranno le più ricercate (42%), seguite da quelle che possono contare su competenze digitali e 4.0 (entrambe al 39%).