Parità di genere: un’analisi globale per scoprire se il gender equality è realtà

Ogni anno, il WIN – Worldwide Independent Network of Market Research, in collaborazione con BVA Doxa per l’Italia, svolge un’indagine sulla parità di genere, coinvolgendo quasi 35.000 persone in 39 paesi.

I risultati offrono una visione articolata sul tema, anche se spesso contraddittoria: sebbene il 65% delle donne a livello mondiale ritenga che si sia raggiunta la parità, il 75% continua a farsi carico della maggior parte delle faccende domestiche.

Disparità tra percezione e realtà

Dal 2019, questa ricerca monitora i progressi in ambito familiare, politico e lavorativo. I dati mostrano una percezione stabile della parità domestica e politica tra le varie fasce d’età, con variazioni minime (1% per la casa, 2% per la politica). Ci sono invece differenze importanti in ambito lavorativo: il 63% dei giovani tra i 18 e i 24 anni crede che l’uguaglianza sia stata raggiunta, mentre tra gli over 65 la percentuale scende al 50%.

Nonostante queste opinioni, l’analisi statistica mostra che la convinzione di equità non corrisponde alla reale distribuzione delle responsabilità domestiche. In sostanza, credere nella parità non significa che uomini e donne condividano allo stesso modo i compiti di tutti giorni.

Differenze internazionali

Il quadro globale varia considerevolmente da paese a paese. In Giappone la percezione della parità è tra le più basse: non per niente la divisione delle faccende domestiche riflette questa visione. Al contrario, in nazioni come Pakistan, Indonesia e Vietnam, sebbene vi sia un’alta percezione di uguaglianza, resta molto marcato il divario nella gestione della casa.

Un caso particolare è la Polonia, dove la fiducia nella parità di genere è bassa, ma la condivisione delle responsabilità domestiche è tra le più equilibrate. I dati evidenziano quanto i fattori culturali, economici e storici influenzino la percezione dell’uguaglianza.

Parità in Italia: dati a due velocità

In Italia, il 59% della popolazione ritiene che la parità di genere sia stata raggiunta in famiglia, con percentuali simili tra uomini e donne. Tuttavia, un’analisi approfondita rivela un’evidente disparità nella gestione dei compiti domestici: il 63% delle donne si occupa del bucato rispetto al 30% degli uomini, il 79% rifà il letto contro il 52% dei partner maschi, e il 61% si occupa di riordinare la casa rispetto al 34% degli uomini. L’unica attività realmente condivisa è la spesa, con un’equa suddivisione del 50%.

Nel mondo del lavoro e della politica, solo il 38% degli italiani ritiene che l’uguaglianza sia stata raggiunta. Qui le differenze di genere sono ancora più evidenti: il 66% delle donne percepisce un’ineguaglianza persistente, rispetto al 50-51% degli uomini.

Violenza e molestie: va meglio, ma non si può abbassare la guardia 

A livello globale, le donne che dichiarano di aver subito violenza fisica o psicologica nell’ultimo anno sono passate dal 20% nel 2024 al 14% nel 2025. Anche le segnalazioni di molestie sessuali sono diminuite dal 10% al 7%. Va ricordato però che questi dati sono influenzati dalla partecipazione di paesi con tassi di violenza più bassi. In Turchia, ad esempio, le segnalazioni di violenza sono aumentate dal 13% al 18%, mentre in Brasile la riapertura del Ministero per le Donne ha contribuito a una significativa riduzione dei casi.

L’America Latina si conferma una delle aree più critiche: l’Argentina ha il tasso più alto di violenza (39%), mentre il Messico è in cima alla classifica per molestie sessuali (28%).

Necessità di interventi concreti

In Italia, il 17% delle donne intervistate ha subito violenza fisica o psicologica nell’ultimo anno. Questo dato colloca il paese al quattordicesimo posto su 39 nel ranking globale.

Una posizione preoccupante che sottolinea la necessità di politiche più efficaci per la tutela delle donne e il rafforzamento delle misure contro la violenza di genere.

Italia, 6 persone su 10 hanno un dispositivo Smart  

Nel 2024 il mercato della Smart Home in Italia torna a crescere a doppia cifra, registrando un incremento dell’11% rispetto all’anno precedente e raggiungendo un valore complessivo di 900 milioni di euro. Questo risultato appare particolarmente positivo se confrontato con il resto d’Europa, dove la crescita media si è fermata al 6,5% nei primi sei mesi dell’anno. Tuttavia, la spesa pro capite italiana per soluzioni smart rimane inferiore rispetto alla media europea, con 15,5 euro per abitante contro i 32,5 euro registrati in altri Paesi.

I dati emergono dalla ricerca dell’Osservatorio Internet of Things del Politecnico di Milano, presentata durante il convegno “Nuove sfide per la Smart Home tra AI, dati e sostenibilità: mission (im)possible?”. L’analisi condotta da BVA Doxa ha permesso di esplorare il livello di diffusione delle tecnologie smart nelle abitazioni italiane, il grado di consapevolezza degli utenti e il loro interesse per i dispositivi connessi.

Gli italiani e la casa intelligente

Secondo lo studio, sei italiani su dieci possiedono almeno un dispositivo smart in casa, ma solo quattro su dieci lo hanno effettivamente connesso alla rete internet. Nonostante ciò, l’interesse per questo tipo di soluzioni è in crescita: un italiano su tre si dichiara intenzionato ad acquistare nuovi dispositivi per rendere la propria abitazione più connessa e automatizzata.

Uno degli aspetti più interessanti riguarda l’interazione con la tecnologia. L’uso delle app per la gestione della Smart Home è aumentato del 18% rispetto al 2023, mentre gli assistenti vocali sono utilizzati dal 24% degli utenti (+4%). Sempre più persone combinano entrambe le modalità per un’esperienza più fluida e integrata. L’app si conferma l’interfaccia principale per il controllo della casa connessa, anche se rimane ancora molto da fare per migliorare l’interoperabilità tra i diversi dispositivi.

Tra sicurezza, risparmio e incentivi

Le principali motivazioni che spingono gli italiani verso la Smart Home riguardano la sicurezza domestica, la comodità nell’interazione con i dispositivi e il controllo dei consumi energetici. Circa il 30% desidera una casa più sicura, il 28% vorrebbe una gestione più intuitiva della domotica e il 23% è interessato a soluzioni che consentano un maggiore risparmio energetico.

In questo scenario, gli incentivi statali giocano un ruolo cruciale. Più della metà dei consumatori ritiene che le agevolazioni fiscali siano un elemento determinante nelle decisioni di acquisto. Un italiano su cinque afferma che un aumento degli incentivi lo spingerebbe a investire nella domotica nei prossimi mesi, mentre il 15% potrebbe rinunciare del tutto all’acquisto in caso di riduzione degli aiuti statali.

Il mercato della Smart Home è quindi in una fase di evoluzione, trainato dall’innovazione tecnologica e dalla crescente consapevolezza dei consumatori. Tuttavia, per garantire uno sviluppo sostenibile del settore, sarà fondamentale migliorare l’integrazione tra i dispositivi, incentivare l’uso consapevole della tecnologia e continuare a supportare gli investimenti con politiche mirate.

Startup innovative: i giovani “pesano” più al Nord, le donne al Sud

È una geografia delle startup innovative a doppia frequenza quella italiana. Nel 2024 al Nord gli under 35 conducono il 17,2% delle startup innovative dell’area, ma la mappa si ‘capovolge’ se si guarda alla quota delle startup innovative guidate da donne. Dall’analisi del Centro Studi Tagliacarne e Unioncamere emerge come nel Mezzogiorno le startup femminili pesino di più rispetto al resto del Paese. Sono infatti il 15,8% (con punte del 27,5% in Molise), rispetto al 15,1% del Centro e l’11,8% del Nord.

Al Nord però giovani e donne startupper sono più numerosi. Nel Settentrione risiede più della metà (52%) delle startup innovative under 35 del Paese (1.084 su 2.049), e oltre un terzo di quelle femminili, 745 su 1.648. Ed è il Nord-Ovest a trainare l’intera area, perché il Nord-Est frena, presentando l’incidenza più bassa per startupper femminili e under 35.

La Lombardia raccoglie metà dell’innovazione nazionale

Nel complesso, le startup innovative presentano un’incidenza dei giovani quasi doppia rispetto a quella del totale delle imprese italiane (16,9% vs 8,4%) e una quota di imprese femminili pari a circa la metà (13,6% vs 22,7%).

A livello regionale, la metà delle le startup innovative si trova in Lombardia (568 giovanili, equivalenti al 27,7% del totale nazionale e 382 femminili, il 23,2%), seguita da Campania (242 under 35, 11,8% e 232 ‘rosa’, 14,1%) e Lazio (231, 11,3% e 224, 13,6%).
Non sorprende trovare nelle prime tre posizioni della classifica provinciale Milano, con 408 startup innovative giovanili (il 19,9% di quelle nazionali) e 281 startup innovative femminili (17,1%), Roma (206, 10,1% e 200, 12,1%,) e Napoli (139, 6,8% e 121, 7,3%). 

Il Mezzogiorno avanza più spedito

Tra il 2016 e il 2024 le startup innovative under 35 sono cresciute del 66,5%, ma al Meridione hanno allungato maggiormente il passo (+69,1%). Seguono il Nord (+67,5%), rallentato dall’andamento del Nord-Est (+12,7%), e il Centro (+60,2%).

Il Mezzogiorno avanza più speditamente anche sul fronte delle startup innovative femminili, con incrementi del +175,5% a fronte del +106,3% al Centro e del +99,7% al Nord.
Boom di crescita si registrano a livello regionale in Molise (+533,3%), Campania (+337,7%) e Puglia (+203,7%). Sul piano provinciale, spiccano Avellino (da 2 a 22, +1000,0%), Brindisi (+900,0%) e Como (+700,0%).

Primati regionali: dal Molise “rosa” al giovane Piemonte 

Il Molise è la prima regione dove il peso relativo le startup femminili sul totale di queste realtà locali si presenta maggiore (27,5%), seguito da Basilicata (20,6%) e Calabria (18,4%).

Sul fronte opposto, Friuli-Venezia Giulia (9,4%), Trentino-Alto Adige (10,0%) e Liguria (10,5%).
E se è il Piemonte ad accaparrarsi l’etichetta della regione più giovanile, vantando quasi una startup innovativa giovanile su quattro (23,2%), la meno giovanile è l’Abruzzo, con ‘solo’ l’11,4% di queste realtà.

Logistica nella sanità: perché è un settore strategico

Nel settore sanitario, la logistica sta assumendo un ruolo sempre più rilevante, non solo per garantire la continuità delle attività, ma anche per migliorare il livello di servizio offerto. Però c’è ancora molta strada da fare affinché la gestione della supply chain venga considerata un vero valore aggiunto e non solo un costo operativo.

Secondo l’indagine condotta dall’Osservatorio Contract Logistics “Gino Marchet” del Politecnico di Milano, in collaborazione con Consorzio Dafne, il fatturato delle aziende logistiche attive nell’Healthcare risulta in crescita costante dal 2019 al 2023. Eppure la redditività del settore rimane contenuta: nel 2024, il margine medio si attesta al 3,5%, inferiore rispetto al 5,3% della Contract Logistics italiana.

I “conti” del mercato 

Analizzando i dati, emerge che i vettori nazionali nel settore della logistica sanitaria presentano una marginalità maggiore rispetto agli operatori logistici (5,8% contro 3,5%). Anche i vettori regionali registrano un buon andamento, con una redditività media del 4,7%, seppure inferiore ai vettori nazionali.
Diversa la situazione nella distribuzione intermedia, dove i margini sono molto più ridotti: il valore medio dell’EBITDA in questo comparto è 1,5%, con il 47% dei distributori che presenta un indice inferiore al 2%.

Sul fronte operativo, il 2024 mostra una stabilità nei volumi movimentati (-1,7% in termini di colli, +1% in chilogrammi), ma un calo nelle spedizioni (-5,5%), segnale di un consolidamento dei flussi. Le principali destinazioni sono farmacie (40%) e ospedali (43%), che rappresentano oltre l’80% del totale delle spedizioni.

Interessante la crescita del canale home delivery, che ha visto un incremento significativo: dal 1% nel 2019 al 4% nel 2024. Sul piano geografico, la maggior parte dei flussi logistici ha origine in Lombardia e Lazio (quasi il 90% del totale), mentre Campania si unisce a queste due regioni tra le principali aree di assorbimento della distribuzione.

Il ruolo chiave della digitalizzazione 

Uno degli aspetti più promettenti per il futuro della logistica sanitaria è la digitalizzazione. Ben 8 aziende sanitarie su 10 hanno dichiarato di avere in programma progetti di innovazione nei prossimi cinque anni, puntando su soluzioni tecnologiche per ottimizzare i processi logistici.
Secondo Marco Melacini, Direttore Scientifico dell’Osservatorio, negli ultimi anni si è assistito a un rafforzamento delle reti logistiche e a una maggiore collaborazione tra gli attori della filiera. Queste strategie hanno permesso di gestire meglio i flussi, riducendo le criticità legate ai picchi stagionali.

Come evidenzia Damiano Frosi, Direttore dell’Osservatorio Contract Logistics, le sfide del contesto attuale hanno dimostrato quanto la logistica sia essenziale per la continuità del settore Healthcare. Tuttavia, la marginalità ancora contenuta indica la necessità di un ulteriore passo avanti nella gestione strategica della supply chain.
Un aspetto cruciale è rappresentato dalla Falsified Medicine Directive (FMD), la direttiva europea sulla tracciabilità dei farmaci che entrerà in vigore in Italia. Secondo Maria Pavesi, ricercatrice dell’Osservatorio, l’obbligo di serializzazione dei medicinali porterà nuove sfide, ma anche opportunità per migliorare i processi logistici e garantire una maggiore sicurezza nella distribuzione dei farmaci.

Blockchain e web3: 13 milioni di italiani interessati ai crypto-asset

Emerge da una ricerca svolta in collaborazione tra l’Osservatorio Blockchain & Web3 del Politecnico di Milano con BVA Doxa: nel 2024 circa 2,7 milioni di italiani (7% utenti internet tra 18-75 anni) possiedono crypto-asset. Nel 2023 erano 3,6 milioni (-11%).
Nonostante la flessione, il fenomeno rimane significativo: circa 13 milioni di italiani possiedono, hanno posseduto o vorrebbero possedere, questi strumenti.

La grande maggioranza di chi possiede questi strumenti (85%) ha meno di 5.000 euro di controvalore, e il 57% meno di 1.000 euro. Inoltre, per il 65% i crypto-asset rappresentano al massimo il 10% del portafoglio, mentre solo il 15% segnala un’allocazione superiore del 30%.
Anche l’interesse a futuri acquisti è diminuito (dal 20% al 17&), mentre chi ha posseduto criptovalute in passato sale dal 10% all’11%.

Le aziende sviluppano nuovi progetti

Il 2024 potrebbe apparire un anno di stasi per la blockchain e il web3, ma sotto la calma apparente si registra un’attività frenetica.
Se nel 2024 le startup che sviluppano prodotti o servizi basati nativamente sulla tecnologia blockchain hanno costruito infrastrutture di base sperimentando nuovi modelli di business e interazione con gli utenti, di contro, calano del 43% le sperimentazioni a favore dei progetti operativi.

Da parte loro, le aziende hanno sviluppato nuovi progetti, con 298 nuovi casi (+3,5% rispetto al 2023), che portano a 1576 quelli complessivamente censiti dal 2016 a oggi.
Un andamento che indica una chiara maturazione, ma anche un rallentamento nell’avvio di nuovi progetti innovativi. 

Internet of Value rimane stabile

Una crescita generale si riscontra anche tra le iniziative delle grandi imprese internazionali della lista Fortune Global 500, dove il numero di aziende attive è passato da 153 nel 2023 (31%) a 204 (41%) nel 2024.
Aumentano, in particolare, i progetti Blockchain for business (+43%), la maggioranza del totale, con 149 nuovi casi tra soluzioni di token e smart contract per ottimizzare i processi aziendali.

Stabili i nuovi progetti Internet of Value (criptovalute, stablecoin e Central Bank Digital Currency): nel 2024 si contano 88 casi, il 28% del totale.
Leggermente in calo i progetti di Decentralized web, in cui la Blockchain serve a sviluppare servizi vicini al paradigma del Web3 (61 nuovi casi, 21%).

PA, aumentano gli investimenti

In Italia, il 2024 del Blockchain & Web3 vede una sostanziale stabilità, con un mercato pari a 40 milioni di euro (+5% ).
Il 49% degli investimenti riguarda il settore finanziario e assicurativo, che si conferma predominante, mentre aumenta la rilevanza della PA al 22%. Si registra poi un interesse per real estate (9%), logistica (4%), automotive (4%) e un drastico calo per l’agrifood (2% vs 10% 2023).

Nonostante il forte fermento degli ultimi anni, il nostro Paese rischia di rimanere indietro rispetto a molti altri Paesi europei. Le aziende investono poco in queste tecnologie e le startup italiane tendono a preferire contesti più favorevoli per l’avvio.

Made in Italy: record per i prodotti della Dieta Mediterranea in tutto il mondo

Lo affermano i dati di un’analisi della Coldiretti su dati Istat: la Dieta Mediterranea segna un record sulle tavole mondiali, con le esportazioni dei prodotti simbolo dello stile alimentare Made in Italy che fanno segnare nuovi primati in valore.
Dati che confermano la leadership globale del cibo italiano dal punto di vista della qualità, della salubrità e della sicurezza alimentare.

L’analisi è stata presentata in occasione della festa di Campagna Amica al mercato del Circo Massimo a Roma per celebrare l’elezione della Dieta Mediterranea come la migliore al mondo, come conferma il nuovo best diets ranking elaborato dai media statunitense U.S. News & World’s Report’s.

Export: +56% per olio EVO

In dettaglio, nel 2024 le esportazioni di olio extravergine d’oliva tricolore sono aumentate in valore del 56%, arrivando a superare per la prima volta i due miliardi di euro, ma, come rileva Coldiretti, un incremento a doppia cifra si registra anche per il pesce (+12%).

Vendite in crescita anche per la pasta (+5%), e per il pomodoro trasformato, come sughi e passate, in salita del 6%, così come il vino, mentre frutta, verdura e legumi si attestano sul +7%.
Un successo che evidenzia l’attenzione anche all’estero verso gli effetti positivi della Dieta mediterranea sulla longevità, e i benefici per la salute.

La salute comincia a tavola

Tra gli effetti positivi sulla salute, si ricordano i benefici per cuore e sistema nervoso, oltre alla perdita e il controllo del peso, la prevenzione del cancro, delle malattie croniche e del diabete.
I vantaggi della Dieta Mediterranea, tuttavia, sono minacciati dai rischi legati ai nuovi sistemi di etichettatura, come il Nutriscore.

Questo sistema, promosso dalle multinazionali, penalizza proprio i prodotti simbolo della Dieta mediterranea, focalizzandosi su alcune sostanze nutritive come zucchero, grassi e sale, senza considerare le quantità effettive assunte.
È emblematico il fatto che alcuni prodotti tipici del Made in Italy siano catalogati con un ‘E’ rosso, il punteggio di gran lunga peggiore, mentre l’olio extravergine d’oliva, universalmente riconosciuto come un elisir di lunga vita, è passato da poco a ottenere una ‘B’ rispetto alla ‘C’ con la quale era entrato.

Sistemi di etichettatura fuorvianti penalizzano i prodotti Made in Italy

Al contrario, bevande gassate e cibi ultra trasformati, spesso privi di ingredienti naturali e di ricetta conosciuta, ottengono il punteggio più alto, con la lettera ‘A’ e il bollino verde.

Questo sistema fuorviante, sottolinea Coldiretti, dovrebbe essere definitivamente bloccato dalla nuova Commissione Europea, poiché, paradossalmente, finisce per escludere alimenti naturali e sani che fanno parte della tradizione alimentare da secoli, a favore di prodotti artificiali di cui, in alcuni casi, non si conosce nemmeno la composizione.

I rapporti sociali allungano la vita: senza amici ci si ammala di più

Uno studio anglo-cinese pubblicato su ‘Nature Human Behaviour’ conferma l’effetto-scudo dell’amicizia sulle malattie, e spiega da cosa dipende.
Il segreto sta in un set proteico che contraddistingue le persone isolate. Se la loro salute è peggiore è proprio per colpa di queste ’proteine della solitudine’ collegate, ad esempio, allo stress, al colesterolo alto, alla resistenza insulinica, all’aterosclerosi e allo sviluppo di tumori.

Insomma, avere amici allunga la vita. Poter contare su un’ampia rete di affetti, familiari e non, riduce il rischio di cardiopatie, ictus, diabete e rafforza il sistema immunitario che protegge dalle infezioni.
Al contrario, chi ha poche relazioni sociali si ammala di più e ha più probabilità di andare incontro a una morte prematura.

Le proteine della solitudine

Calcolando i punteggi di isolamento sociale (vivere da soli, avere pochi contatti con gli altri e un basso coinvolgimento in attività di gruppo) e di solitudine (sentirsi soli), gli studiosi hanno potuto individuare le proteine presenti a livelli maggiori nelle persone socialmente isolate o sole, e capire in che modo sono correlate a una salute più scadente.

Al netto di fattori quali età, sesso e background socioeconomico, sono state identificate 175 proteine associate all’isolamento sociale e 26 legate alla solitudine, con una sovrapposizione dell’85%.

Molte di queste proteine vengono prodotte in risposta a infiammazioni, infezioni virali e come reazione immunitaria, oltre a essere correlate a malattie cardiovascolari, diabete di tipo 2, ictus e morte precoce. Gli scienziati hanno anche trovato 5 proteine specifiche per la solitudine.

Tutta colpa dell’Adm

Una delle proteine della solitudine è l’Adm, che svolge un ruolo nella risposta allo stress e nella regolazione di ormoni dello stress e ormoni sociali (come l’ossitocina, il cosiddetto ‘ormone dell’amore’, antistress e alleato del buonumore).

Gli scienziati hanno rilevato una forte associazione tra l’Adm e il volume dell’insula, centro cerebrale che presiede alla capacità di percepire cosa sta accadendo all’interno del nostro corpo: maggiori i livelli di Adm, minore il volume di quest’area.

Concentrazioni più alte di Adm sono state collegate anche a un volume inferiore del caudato sinistro, regione coinvolta nei processi emotivi, di ricompensa e sociali. Infine, livelli maggiori di Adm sono stati associati a un rischio più alto di morte precoce.

“L’isolamento sociale è un problema di salute pubblica”

Un’altra proteina della solitudine, l’Asgr1, è correlata al colesterolo alto e un maggior rischio di malattie cardiovascolari, riferisce Adnkronos. Altre ancora svolgono un ruolo nello sviluppo della resistenza insulinica, anticamera del diabete, nell’incrostazione delle arterie, alla base dell’aterosclerosi, e nella progressione del cancro.

“Sempre più persone di tutte le età riferiscono di sentirsi sole – commenta Barbara Sahakian, Dipartimento di Psichiatria dell’Università di Cambridge -. Ecco perché l’Organizzazione mondiale della Sanità ha descritto l’isolamento sociale e la solitudine come un problema di salute pubblica globale. Dobbiamo trovare modi per affrontare questo problema crescente e mantenere le persone connesse per aiutarle a rimanere in salute”.

Live shopping, come integrare social media e commercio digitale

Tra le nuove soluzioni per integrare i social media e l’e-commerce, una delle più innovative è certamente il live shopping. Lo rivela la ricerca “Live Shopping: la rivoluzione dell’e-commerce”, condotta da Nielsen per la app di live social commerce, che evidenzia il crescente interesse degli italiani verso questa nuova modalità di acquisto online.

Lo studio ha coinvolto oltre 2.000 persone tra i 18 e i 44 anni che acquistano online e seguono influencer, analizzando come la sinergia tra social ed e-commerce stia modificando le abitudini di consumo in Italia.

L’e-commerce piace soprattutto per la comodità 

Il digitale è diventato essenziale per il settore retail. L’e-commerce è apprezzato soprattutto per la comodità (67%), la possibilità di confrontare recensioni e prezzi (63%) e l’ampia scelta di prodotti (51%). Restano però alcune criticità: quasi metà degli acquirenti (49%) lamenta discrepanze tra prodotti e descrizioni online, mentre il 44% dubita dell’affidabilità delle recensioni.

Ci sono poi altre barriere all’ulteriore diffusione di questa modalità di acquisto. Gli italiani temono la complessità della politica di reso (31%), i costi di spedizione elevati (45%) e i pericoli legati all’uso della carta di credito (30%).

L’influenza dei social media sugli acquisti

I social media giocano un ruolo chiave nelle decisioni d’acquisto. Quasi tutti gli intervistati (93%) riconoscono che queste piattaforme influenzano il processo di shopping: dalla scoperta di nuovi prodotti (78%) al monitoraggio di trend (66%) e alla consultazione di recensioni (63%).

Tuttavia, il 48% delle potenziali conversioni non si concretizza, spesso per motivi come l’oblio del prodotto (17%), la difficoltà nel reperirlo (13%) o un’esperienza frustrante (1%).

Il successo dei contenuti live

I contenuti live stanno guadagnando popolarità. Il 46% degli intervistati ha incrementato la fruizione di live negli ultimi 12 mesi, apprezzandone l’intrattenimento (33%), il senso di comunità (35%) e l’interazione diretta con creator (39%). La spontaneità dei presentatori è particolarmente gradita dai giovani (42% nella fascia 18-24 anni).

Il futuro dello shopping è live

La ricerca evidenzia l’interesse verso il live shopping: il 58% degli intervistati ne è consapevole e quasi la metà (49%) si dice disposto a provarlo. Le live consentono di superare i limiti dell’e-commerce tradizionale, mostrando i prodotti in modo realistico (36%) e offrendo un’esperienza d’acquisto immediata e affidabile.

In sintesi, rivoluziona lo shopping online, combinando intrattenimento e semplicità, restituendo all’e-commerce un’umanità che lo avvicina sempre più all’esperienza fisica. Commenta Simone Giacomini, fondatore di Bazr: “Uniamo l’autenticità delle live alla comodità dell’acquisto immediato, trasformando lo shopping in un’esperienza interattiva e sicura”.

Previsioni occupazionali: aumentano le assunzioni, ma non si trovano i profili “giusti” 

Le imprese italiane prevedono circa 356mila assunzioni nel mese di dicembre, con un incremento dell’1% rispetto allo stesso mese dell’anno scorso, pari a 3.410 nuove posizioni. Nel trimestre dicembre 2024-febbraio 2025, le assunzioni supereranno 1,3 milioni, segnando un aumento dell’1,2%. Tuttavia, il 48,9% dei profili ricercati, corrispondenti a 174mila posizioni, risultano difficili da reperire, soprattutto per la mancanza di candidati qualificati (32,2%).

Le imprese dei servizi trainano la domanda
Le imprese del settore dei servizi trainano la domanda di lavoro, con oltre 268mila assunzioni a dicembre (+3,5% rispetto al 2023) e 927mila nel trimestre (+4,7%). Tra queste, il turismo e il commercio registrano i maggiori incrementi, grazie alla stagione invernale e alle festività natalizie: 76mila nuove posizioni nel turismo (+8,1%) e 59mila nel commercio (+4,6%).

Dall’altro lato, l’industria sembra segnalare il passo: sono previste 87mila assunzioni a dicembre (-6,1%) e 381mila nel trimestre (-6,4%). Le imprese manifatturiere contano su 57mila assunzioni nel mese e 256mila nel trimestre, mentre il settore delle costruzioni prevede 30mila e 125mila nuove posizioni rispettivamente.

Tipologie di contratti e mismatch tra domanda e offerta
Il contratto a tempo determinato rimane la formula più utilizzata, e rappresenta il 56,1% delle assunzioni totali (200mila contratti). Seguono i contratti a tempo indeterminato (81mila) e l’apprendistato. Il mismatch tra domanda e offerta di lavoro penalizza diversi settori. Le maggiori difficoltà si riscontrano nel settore metallurgico (64,2%), nelle costruzioni (63,2%) e nella meccatronica (57,7%).

Tra i profili più richiesti e difficili da trovare emergono ingegneri, tecnici della salute, saldatori, operatori estetici e addetti alla ristorazione.

A “caccia” di giovani e lavoratori stranieri
A dicembre, 68mila posizioni (19,1% del totale) sono riservate a lavoratori immigrati, soprattutto nei servizi operativi, nella logistica e nel settore edile. Inoltre, oltre 103mila assunzioni (29%) sono rivolte a giovani sotto i 30 anni, con opportunità maggiori nei settori finanziario, commerciale e informatico.

A livello geografico, il Nord Est presenta il più alto tasso di difficoltà nel reperire personale qualificato (54%), seguito dal Nord Ovest (49,4%), dal Sud e Isole (46%) e dal Centro (45,7%). Questi dati sottolineano la necessità di migliorare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro su tutto il territorio nazionale.

Brevetti: in Italia l’innovazione si fa di più in provincia

Non sono le grandi città a guidare la crescita delle domande italiane di brevetto pubblicate nel 2023 dall’EPO (European Patent Office), bensì le province, soprattutto del Nord Italia.
Lo conferma l’analisi effettuata da Unioncamere e Dintec.

Sebbene Milano sia da sempre in pole position per numero di brevetti italiani in Europa, nel 2023 registra una lieve flessione del 3,82%, con 698 brevetti pubblicati rispetto ai 726 del 2022.
Bologna, con 26 brevetti in più, e Torino, in leggero aumento (+3), mantengono saldamente la seconda e terza posizione nella classifica per provincia, mentre Roma mostra un lieve rallentamento (-8 brevetti) nella sua capacità innovativa.
Altra storia se si allarga l’osservazione a tutto il territorio italiano, dove le province segnano aumenti anche a due cifre nel numero di brevetti.

Sono 4.780 le domande italiane pubblicate dall’EPO nel 2023

Ad esempio, considerando solo le province che hanno pubblicato almeno 40 brevetti, sebbene su numeri contenuti, si riscontrano variazioni a due cifre per Alessandria, Monza, Rimini, Ancona, Bari, Modena, Novara, Lucca, Mantova, Chieti, Vicenza, Varese, Udine e Verona.

Il quadrò è quello di una realtà variegata, quindi, tanto più importante in un momento in cui la capacità innovativa del nostro Paese ha mantenuto una crescita moderata, ma costante. Sono, infatti, 4.780 le domande italiane pubblicate dall’EPO lo scorso anno, lo 0,13% in più del 2022.

Lombardia, Emilia Romagna, Veneto in testa

“Tra il 2015 e il 2023 – commenta il segretario generale di Unioncamere, Giuseppe Tripoli – l’Italia ha mantenuto un trend di crescita costante (+33% rispetto al 2015), superando stabilmente le 4.500 domande per il secondo anno consecutivo. Nel 2023, di fatto, si conferma il risultato dell’anno precedente ma emerge una novità: sono in crescita le nuove domande di brevetto che utilizzano tecnologie ‘verdi’, oggi particolarmente importanti per sostenere la transizione ecologica del nostro sistema produttivo”. 

Determinante, comunque, l’apporto delle regioni settentrionali del Paese, dove si registrano variazioni positive per il Nord Ovest (+1,67%) e  il Nord Est (+1,44%). Mezzogiorno (-3,79%) e Centro (-5,62%) registrano un leggero rallentamento.
Il bilancio delle regioni vede comunque in testa Lombardia (1.484 brevetti), Emilia Romagna (829) e Veneto (668), tutte con valori in incremento rispetto all’anno precedente. 

In quali ambiti cresce la ricerca?

La parola d’ordine sono le tecnologie green, alle quali nel 2023 sono attribuibili 371 domande di brevetto pubblicate dall’EPO, a fronte delle 290 del 2022.
L’innovazione ‘verde’ passa per le Energie Alternative (+53%), l’Immagazzinamento di Energia (+39%) e i Trasporti (+30%). In crescita anche alcuni ambiti che utilizzano le KET, tecnologie abilitanti ad alta intensità di conoscenza, in particolare, quelle legate alla manifattura avanzata e alla micro e nano elettronica. 

Tra i campi tecnologici, risulta in aumento la capacità di brevettazione italiana nell’ambito delle Tecniche industriali e trasporti, il segmento più diffuso con 1.477 domande di brevetto italiano in Europa nel 2023, la Meccanica e illuminazione (543) e l’Elettricità (404).