Italiani e investimenti: 2 milioni scommettono sulle criptovalute

Qual è il rapporto fra gli italiani e gli investimenti finanziari, considerando le nuove possibilità per far crescere (si spera) i propri risparmi? Tra le nuove tendenze spicca sicuramente il boom delle criptovalute. Secondo una ricerca commissionata da Facile.it e condotta da mUp Research, circa 2 milioni di cittadini hanno scelto di puntare su valute digitali per far crescere i propri risparmi.

Cripto: il digitale conquista i più giovani

La fascia d’età più attratta da questo tipo di investimento è quella tra i 25 e i 34 anni, dove la propensione è del 53% superiore alla media. Il Nord Est si conferma una delle aree più ricettive, con un’adesione del 33% sopra la media nazionale.

Inoltre, l’interesse degli uomini per le criptovalute è decisamente più marcato rispetto a quello delle donne: investe in cripto quasi il 7% dei maschi, contro il 2,9% delle signore.

Polizze, fondi e titoli: gli strumenti più diffusi

Se si guarda al complesso degli strumenti utilizzati, emerge che 21 milioni di italiani hanno almeno un investimento attivo. Le polizze vita risultano le più diffuse (16,4%), in particolare tra i 45 e i 54 anni. A seguire troviamo i fondi pensione (15,5%), apprezzati dai 35-44enni.

Tra le scelte più comuni figurano anche i fondi comuni d’investimento (14,7%) e i titoli di Stato (14,5%), prediletti soprattutto dagli over 65. Il conto deposito è un’altra opzione popolare (15,3%), soprattutto nel Nord Est. Infine, circa 4,7 milioni di italiani scelgono di investire direttamente in azioni.

Chi investe di più? Età, area geografica e differenze di genere

Gli investimenti sono più diffusi tra gli individui dai 45 ai 64 anni, che rappresentano oltre la metà degli investitori. A livello territoriale, la maggiore concentrazione si registra nel Nord Ovest, dove il 59% degli intervistati dichiara di avere somme investite.

Il divario tra uomini e donne resta importante: investe infatti il 61% degli uomini, ma solo il 42% delle donne.

Motivazioni e criticità nella gestione del denaro

La ragione principale per cui si investe? Per il 37% degli italiani, l’obiettivo è semplicemente far rendere il denaro. Seguono motivazioni legate alla sicurezza futura, come creare un fondo per emergenze o assicurarsi una pensione integrativa. In molti casi, le scelte finanziarie sono orientate al benessere dei figli: quasi 2 milioni di persone investono per lasciare un’eredità, e 1,8 milioni per sostenere la formazione dei propri figli.

C’è però chi resta fuori dal mondo degli investimenti per mancanza di competenze: è il caso del 15% degli intervistati, con un picco vicino al 30% tra i giovani sotto i 34 anni.

Verso una maggiore consapevolezza finanziaria

“Risparmio e investimento devono andare di pari passo per garantire tranquillità economica nel tempo”, sottolinea Maurizio Pescarini, amministratore delegato di Facile.it. Proprio per facilitare l’accesso a strumenti semplici e comprensibili, il portale ha lanciato una nuova sezione dedicata al confronto di prodotti finanziari, supportata da esperti in grado di orientare anche i meno esperti.

Allarme dipendenza digitale: bambini e adolescenti sempre più fragili

La tecnologia permea ogni aspetto della vita quotidiana, offrendo strumenti straordinari. Ma accanto ai vantaggi emergono effetti collaterali inquietanti, specie tra i più giovani.

La cronaca recente racconta casi allarmanti: un quindicenne ricoverato in Piemonte per una crisi d’astinenza da smartphone e una bambina a Roma che si è lanciata dalla finestra dopo che le era stato tolto il cellulare. Segnali evidenti di un disagio che ha radici più profonde e che chiama in causa famiglia, scuola e istituzioni.

Un decalogo per genitori ed educatori

Per affrontare questa crescente emergenza, l’Intergruppo Parlamentare Prevenzione e Riduzione del Rischio, presieduto dall’onorevole Gian Antonio Girelli, ha promosso un’iniziativa che coinvolge esperti, operatori sanitari e rappresentanti delle istituzioni. Il risultato è un decalogo pratico, pensato per guidare genitori ed educatori nell’educazione digitale dei ragazzi. Ecco i dieci punti fondamentali:

  1. Essere un esempio positivo: gli adulti devono usare la tecnologia in modo equilibrato, mostrando ai figli come gestirla con consapevolezza.
  2. Stabilire regole condivise: definire limiti di tempo e spazi senza schermi, coinvolgendo i figli nella definizione delle regole.
  3. Offrire alternative reali: proporre sport, letture, attività creative e momenti di noia costruttiva per ridurre il tempo online.
  4. Evitare l’uso dei dispositivi come consolazione: non usare tablet o smartphone per calmare o distrarre i bambini.
  5. Tutela dei momenti relazionali: pasti, sonno e tempo in famiglia vanno protetti dalla presenza degli schermi.
  6. Adeguare l’uso all’età: nessuno schermo prima dei 2 anni; accesso ai social solo dopo i 12 anni e sempre con supervisione.
  7. Non anticipare i social media: l’ingresso precoce nei social comporta rischi emotivi e relazionali.
  8. Sorveglianza attiva: conoscere le app utilizzate, discutere con i figli di ciò che vedono online.
  9. Riconoscere segnali di allarme: isolamento, irritabilità, dipendenza dal dispositivo vanno osservati e affrontati con l’aiuto di un esperto.
  10. Agire insieme come comunità: famiglie, scuola, sanità e istituzioni devono collaborare per una crescita digitale sana.

Parlano gli esperti: la connessione non sostituisce la relazione

Durante la conferenza stampa di presentazione, il professor Giuseppe Ducci, direttore del Dipartimento di Salute Mentale di Roma 1, ha lanciato un monito: “Quella che chiamiamo dipendenza da smartphone è solo la punta dell’iceberg. I bambini sviluppano legami emotivi guardando negli occhi, non negli schermi. Se questi momenti vengono sostituiti dalla connessione digitale, le conseguenze si manifestano nell’adolescenza, con problemi affettivi, isolamento e disagio emotivo”.

Un patto educativo per il futuro

“Serve una cultura digitale condivisa, per evitare che la tecnologia si trasformi in una minaccia”, ha affermato l’on. Girelli. “Non possiamo più ignorare il problema. Dobbiamo educare, prevenire e intervenire con strumenti concreti”.

Il decalogo è un primo passo per ritrovare il giusto equilibrio tra tecnologia e relazioni umane, tra connessione e consapevolezza.

Mangiare fuori: nel 2024 spesi “solo” 85 miliardi, meno del pre-Covid 

Da oltre dieci anni la spesa per il cibo in Italia è sostanzialmente uguale. I consumi alimentari totali nel 2024 ammontano a 234 miliardi di euro, di cui 150 miliardi per il solo consumo domestico, che nei due anni del Covid (2020-2021 ha segnato il record di 157 miliardi. Il  livello degli attuali consumi alimentari ci riporta quindi ai numeri del 2015.

Nel 2024 per la ristorazione fuori casa gli italiani hanno speso una media di 3.264 euro a famiglia, raggiungendo 85 miliardi di euro, sotto i livelli del 2018 (87 miliardi) e 2019 (88 miliardi).
Emerge dai dati elaborati da TEHA in occasione della 9a edizione del Forum Food&Beverage di Bormio.

Come recuperare terreno rispetto ai livelli pre-crisi?

“Alla base di questa stagnazione – dichiara Valerio De Molli, ceo e Managing Partner di TEHA – c’è una dinamica che distingue l’Italia da tutti gli altri Paesi OCSE: è l’unico Paese dove i salari reali medi sono diminuiti dal 2000, con una variazione annua negativa dello 0,2%, mentre la media OCSE registra un aumento dello 0,7%. A ciò si aggiunge la crescita dell’inflazione, in particolare quella alimentare, che ha raggiunto un massimo storico del +13,8% a ottobre 2022”.

La ripresa dei consumi interni rappresenta perciò una condizione fondamentale per il rilancio economico. La domanda interna sostiene il 60% del Pil, di cui i consumi alimentari costituiscono una parte fondamentale.
Per le imprese dell’agroalimentare, “diventa cruciale recuperare terreno rispetto ai livelli pre-crisi – aggiunge Benedetta Bioschi, partner TEHA – e innescare un circolo virtuoso di crescita sostenuta dalla domanda”. 

I “redditi” più alti spendono oltre 800 euro al mese

L’impatto dell’inflazione non è uniforme e colpisce in modo più severo le famiglie con redditi più bassi.
Nel 2023, il 78% della spesa delle famiglie con reddito più basso è assorbito da spese incomprimibili, il 25% in più rispetto alle famiglie con reddito più alto.

Questa polarizzazione si riflette chiaramente nelle abitudini alimentari. Le famiglie del ‘quinto quintile’ spendono in media 806 euro al mese per l’alimentazione in casa, accettando una spesa maggiore pur di acquistare la stessa tipologia di prodotto, mentre quelle del primo quintile si fermano a 372 euro. 

Meglio cucinare in casa

La differenza è ancora più forte nel consumo fuori casa, che rappresenta il 43,1% della spesa alimentare per i redditi più alti e appena il 12,5% per i più poveri.
Allo stesso tempo, emerge una tendenza marcata a cucinare in casa-

Oltre il 90% del campione aumenterà questa abitudine, non solo per contenere la spesa, ma anche come risposta al bisogno di controllo e qualità del cibo.
E tre italiani su 10 manterranno o aumenteranno l’abitudine di ordinare cibo attraverso le app di delivery.

Business Travel: ad aprile 2025 più spesa, ma meno valore

Il BTT di Uvet GBT è un indice numerico che fotografa l’andamento mensile del settore del Business Travel, il mercato dei viaggi d’affari.
L’indice si rapporta alla corrispondente estrazione dati del 2019 considerando quest’ultima sempre a valore 100.

Secondo il BTT (Business Travel Trend), l’indice mensile sui dati del Business Travel in Italia, realizzato da Gruppo GBT con il Centro Studi Promotor (CSP), nel mese di aprile 2025 si registra una lieve flessione, che raggiunge quota 106, con un calo di 2 punti rispetto allo stesso mese del 2024.
Sempre nello stesso periodo, il numero di transazioni diminuisce di 5 punti, mentre la spesa media aumenta di 4 punti.

Dazi USA fanno contrarre il volume d’affari

Negli ultimi cinque anni il mercato del Business Travel in Italia ha mostrato la dimensione dell’impatto dovuto alla crisi pandemica. Inoltre, le settimane successive all’annuncio del presidente USA Donald Trump riguardo all’introduzione di nuovi dazi su scala globale, hanno dato il via a quella che si profila come una vera e propria ‘guerra commerciale mondiale’.

E se la Cina sembra essere il principale bersaglio delle misure statunitensi, anche l’Unione Europea risulta coinvolta in un’escalation dagli esiti imprevedibili.
Di conseguenza, anche il settore Business Travel registra una contrazione del volume d’affari.

Nonostante gli scenari sfavorevoli il BTT Travel Value si mantiene costante

Nel mese di aprile 2025 anche la presenza di numerose festività ha accentuato la contrazione rispetto allo stesso periodo del 2024.
Nonostante questi scenari, il BTT Travel Value progressivo si mantiene costante rispetto al valore dello scorso mese, attestandosi nuovamente a quota 103.

L’attribuzione  di ‘100’ ai dati 2019 rappresenta un punto di partenza convenzionale per il BTT, una sorta di unità di misura di base adottata per esprimere gli andamenti mensili attuali e per il prossimo futuro.
L’analisi di un valore (numero transazioni, spesa globale o spesa media per transazione) in viaggi d’affari sintetizzata con indice 109, ad esempio, indica, un incremento del 9% rispetto al suo corrispettivo.

Il periodo pre-pandemia come termine del confronto

L’indicazione periodica del BTT, nel tempo, delinea un trend correlato all’andamento dell’economia.
Il BTT è quindi la sintesi di un comportamento rispetto a una scala che per convenzione è stata costruita sul periodo pre-pandemia, all’interno di un cluster omogeneo e rappresentativo del mercato dei viaggi d’affari.

L’abitudine alla sua consultazione dirà in qualsiasi momento se il Business Travel sta andando ‘meglio’ o ‘peggio’, sia in rapporto all’indice 100 sia rispetto al mese o l’anno precedente.

PMI e burocrazia: un peso insopportabile da 80 miliardi l’anno

Secondo l’Ufficio studi della CGIA, la complessità delle norme, e spesso, l’impossibilità pratica di applicarle, rappresentano un ‘dramma’ insopportabile, che costa alle Pmi 80 miliardi l’anno. Un risultato riconducibile, in particolare, a un livello di digitalizzazione dei servizi pubblici ancora troppo basso.
Di conseguenza, a pagare il conto sono le aziende. Che sottraggono tempo e risorse economiche all’attività produttiva. 

La burocrazia è un fardello che ‘schiaccia’ le Pmi e soprattutto le microimprese, costrette a destreggiarsi tra moduli da compilare, documenti da produrre, timbri da apporre, e file interminabili agli sportelli pubblici per ottenere una semplice informazione. Senza contare che i tempi medi per il rilascio di permessi e autorizzazioni da parte della PA restano tra i più elevati d’Europa.

Tempi di risposta e costi “patologici”

Nonostante la nostra PA presenti punte di eccellenza, la macchina dello Stato nel suo complesso funziona mediamente con difficoltà, soprattutto in molte regioni del Mezzogiorno, dove l’inefficienza costituisce un tratto caratteristico. 
Non solo. A preoccupare cittadini e imprese sono i tempi di risposta e i costi della burocrazia, diventati una patologia non più sopportabile. 

La semplificazione del quadro normativo è un’operazione necessaria da perseguire per alleggerire il peso della burocrazia normativa. All’inizio del mese di aprile è stato approvato un disegno di legge che prevede l’abrogazione di oltre 30.700 norme emanate tra il 1861 e il 1946.
Una volta approvata definitivamente, questa misura ridurrà del 28% lo stock di norme vigenti.

Personale impiegato solo per espletare gli obblighi di legge

Anche dal confronto con gli altri Paesi europei emerge che la nostra PA sconta differenziali di inefficienza.
Secondo un’indagine condotta dalla Banca Europea degli Investimenti (BEI), il 90% delle imprese italiane impiega personale per adempiere agli obblighi normativi. In Francia il dato è all’87%, in Germania all’ 84% e in Spagna all’ 82%. La media UE si è stabilizzata all’86%.

Tuttavia, il dato più preoccupante è riconducibile al fatto che in Italia il 24% degli imprenditori impiega oltre il 10% del personale per espletare le formalità richieste dalla legge. Un dato che scende al 14% in Francia e in Spagna e all’11% in Germania. Per una media UE pari al 17%.  

Sud italiano ultimo in Europa per efficienza

Secondo la periodica indagine condotta nel 2024 dall’Università di Göteborg sulla qualità istituzionale delle Pubbliche Amministrazioni presenti nelle 210 regioni dell’Unione Europea, i risultati delle realtà territoriali italiane sono state molto modeste.

La CGIA segnala che la prima regione d’Italia è il Friuli Venezia Giulia, al 63° posto a livello europeo. Seguono la provincia Autonoma di Trento (81°), la Liguria (95°) e la Provincia Autonoma di Bolzano (96°).
Male le regioni del Sud: Puglia al 195° posto, Calabria al 197°, Molise al 207° e Sicilia al 208°.
Nella UE la regione più efficiente è la finlandese Åland. Maglia nera, la realtà bulgara di Severozapaden.

Birra sostenibile: la rivoluzione green è guidata dalla Gen Z

La sostenibilità guida le preferenze di oltre tre consumatori di birra su quattro, coinvolgendo trasversalmente tutte le generazioni. Ma è la GenZ a mostrare una sensibilità superiore rispetto a Millennials e GenX.

Le differenze generazionali indicano i giovani tra 18 e 27 particolarmente attenti a packaging ecologico (43%), salute e sicurezza sul lavoro (24%), mentre i Millennials si concentrano sull’utilizzo di energia pulita (37%).
La GenX pone invece maggiore enfasi sulla tutela del suolo (56%) e sulla produzione locale e stagionale (47%). Emerge dall’indagine condotta da BVA Doxa per il Centro Informazione Birra (CIB) di AssoBirra.

I driver di scelta per l’acquisto

Il 40% dei GenZ dichiara di aver consapevolmente acquistato birra da aziende impegnate nella sostenibilità, a fronte del 29% dei Millennials e del 25% della GenX.
In generale, oltre la metà dei consumatori si dice disposta a pagare fino al 10% in più per una birra sostenibile. La GenZ si distingue nuovamente, con il 27% che si spinge a investire anche il 20% in più, confermandosi la generazione che ha maggiormente rivisto le proprie abitudini d’acquisto in chiave green.

Tra i principali driver di scelta spiccano l’agricoltura sostenibile (42%) e il packaging ecologico (37%).
Quest’ultimo tema riscuote particolare attenzione tra i più giovani, mentre la Gen X mostra un forte interesse per la provenienza delle materie prime, con un picco del 50% a favore dell’agricoltura sostenibile.

Rilevanti le fonti rinnovabili per la produzione

In crescita anche la sensibilità verso l’uso di energia rinnovabile, come quella solare o eolica, indicata dal 32% della GenZ come fattore rilevante nella scelta del prodotto.
I social media si confermano poi il canale d’informazione preferito (75%) per conoscere le iniziative sostenibili dei brand di birra, superando la televisione (56%) tra le fonti di riferimento per tutte le fasce generazionali.

I consumatori di tutte le generazioni concordano inoltre sull’importanza che le aziende produttrici di birra adottino pratiche sostenibili e siano in grado di comunicarle in modo trasparente ed efficace.
Tra tutte, la GenX risulta la più sensibile a questo tema. Il 41% considera infatti fondamentale l’impegno concreto delle aziende (33% GenZ, 27% Millennials).

La coerenza nella comunicazione aziendale

Nel complesso, il 77% dei consumatori ritiene credibile che un’azienda birraria possa adottare pratiche sostenibili.
Solo il 59% però percepisce un’effettiva coerenza tra queste azioni e l’immagine che il brand comunica.

Su questo fronte, i Millennials si dimostrano i più fiduciosi (67%), mentre la GenZ appare più scettica, con solo il 52% che riconosce un allineamento tra valori dichiarati e comportamenti reali.
Nonostante la crescente attenzione alla sostenibilità, il 65% degli intervistati non conosce il significato dei termini ‘greenwashing’ o ‘ecologismo di facciata’. La GenZ si conferma la più informata: il 44% ne ha già sentito parlare, ma solo il 58% è in grado di definire questi termini correttamente.

Imprese italiane: più società di capitali, meno imprese individuali nel primo trimestre 2025

Nei primi tre mesi dell’anno, il mondo delle imprese italiane si mostra sostanzialmente stabile. Secondo l’ultimo report di Unioncamere e InfoCamere, basato sui dati del Registro delle Imprese, il saldo tra aperture e chiusure si è attestato a -3.061 unità. Una variazione dello stock pari a -0,05%, tra i risultati meno negativi registrati negli ultimi dieci anni.

Se si guarda allo stesso periodo del 2024, quando il calo era stato di oltre 10mila imprese, il quadro risulta decisamente più incoraggiante. Va ricordato che il primo trimestre risente di una fisiologica stagionalità negativa, legata alla formalizzazione di molte cessazioni comunicate a fine anno.

La doppia velocità del sistema imprenditoriale

Dietro la sostanziale stabilità, si conferma una dinamica imprenditoriale a due velocità. Da una parte le società di capitali, che continuano a crescere a ritmi sostenuti, registrando un saldo positivo di 13.358 imprese (+0,7%). Dall’altra, si riducono ancora le imprese individuali (-11.597 unità), le società di persone (-4.316) e le cooperative (-506).

Questa tendenza evidenzia un progressivo rafforzamento di modelli d’impresa strutturati, a scapito delle realtà più piccole e tradizionali.

Centro Italia in controtendenza

Dal punto di vista geografico, il Centro Italia è l’unica area a chiudere il trimestre in positivo, con un saldo di +422 imprese. A trainare la crescita è soprattutto il Lazio, che da solo registra un incremento di 1.657 attività. Nord, Sud e Isole mostrano invece ancora segni meno, sebbene meno marcati rispetto a un anno fa.

Bene i servizi professionali, calo per i settori tradizionali

A livello settoriale, il comparto che mostra la performance migliore è quello dei servizi professionali, scientifici e tecnici, con un saldo attivo di 2.795 imprese (+1,10% rispetto a dicembre 2024). Una crescita che conferma il trend di successo per le attività ad alto valore aggiunto, legate alla consulenza e alla competenza specialistica.

In difficoltà invece settori più tradizionali come il commercio (-7.627 imprese, -0,56%), l’agricoltura (-5.809 imprese, -0,84%) e la manifattura (-2.747 imprese, -0,55%).

Il sentiment degli italiani tra incertezze economiche e timori per la politica estera

I dati emersi dall’ultimo sondaggio Ipsos, presentato da Nando Pagnoncelli durante la trasmissione DiMartedì, offrono uno spaccato significativo sullo stato d’animo degli italiani.

La sensazione generale è di preoccupazione diffusa, sia per la situazione economica interna, sia per gli scenari internazionali legati alla politica degli Stati Uniti, in particolare quella portata avanti da Donald Trump.

Economia personale in peggioramento

Alla domanda sull’andamento della propria condizione economica, il 43% degli intervistati ha dichiarato che la situazione, personale e familiare, è peggiorata dall’inizio dell’attuale governo. Solo una minoranza – il 16% – ha percepito un miglioramento, mentre un ampio 41% non ha saputo o voluto esprimere un parere.

Anche guardando al futuro, l’ottimismo è scarso. Il 46% degli italiani si aspetta un peggioramento nei prossimi 12 mesi, a fronte di appena l’11% che prevede un miglioramento. Ancora una volta, quasi la metà del campione – il 43% – resta incerto sul da farsi, segno di un malessere diffuso e di un’incapacità di immaginare cambiamenti positivi a breve termine.

Lo “spauracchio” dei dazi

Sul fronte internazionale, gli italiani si mostrano critici nei confronti del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Secondo il sondaggio Ipsos, il 73% degli intervistati ha espresso un giudizio negativo sul leader americano, mentre solo il 17% ha una visione favorevole. Il restante 10% ha preferito non prendere posizione.

Particolare attenzione ha suscitato la questione dei dazi commerciali recentemente paventati da Trump. Il 61% degli italiani si è detto preoccupato per le possibili conseguenze economiche di queste misure protezionistiche, temendo impatti negativi sull’economia globale e, di riflesso, su quella nazionale. Solo il 24% non ha manifestato timori, mentre il 15% è rimasto neutrale.

Conclusione: un Paese in attesa di certezze

L’indagine Ipsos mostra un’Italia sospesa, in cerca di rassicurazioni. La combinazione tra un’economia percepita come stagnante e l’instabilità dello scenario internazionale contribuisce a rafforzare un senso generale di sfiducia.

Per il momento, gli italiani osservano e attendono, sperando in segnali concreti di miglioramento.

Lavoro: a febbraio 2025 crescono occupati e inattivi, diminuiscono i disoccupati

Emerge dai dati Istat relativi alle previsioni sull’occupazione. Nel mese di febbraio 2025 il numero di occupati è salito a 24 milioni e 332mila. La crescita rispetto al mese precedente coinvolge i lavoratori autonomi, che salgono a 5 milioni e 170mila, e i dipendenti a termine (2 milioni 710mila), mentre sono sostanzialmente stabili i dipendenti permanenti (16 milioni 451mila).

L’occupazione aumenta anche rispetto a febbraio 2024 (+567mila occupati) come sintesi della crescita dei dipendenti permanenti (+538mila) e degli autonomi (+141mila) a fronte del calo dei dipendenti a termine (-112mila).
Su base mensile, crescono sia il tasso di occupazione, al 63,0% ((+0,1%), e quello di inattività, al 32,9% (+0,1%), mentre il tasso di disoccupazione diminuisce al 5,9% (-0,3%),

Occupazione: +47mila unità rispetto a gennaio

Rispetto al mese precedente a febbraio 2025 la crescita degli occupati e degli inattivi si associa alla diminuzione dei disoccupati.
L’aumento dell’occupazione (+0,2%, pari a +47mila unità) riguarda le donne, i dipendenti a termine, gli autonomi e tutte le classi d’età, a eccezione dei 25-34enni per i quali, come avviene per gli uomini, il numero di occupati diminuisce.

Il calo delle persone in cerca di lavoro (-4,9%, pari a -79mila unità) interessa gli uomini, le donne e tutte le classi d’età.  Quanto al tasso di disoccupazione giovanile, nel mese diminuisce al 16,9% (-1,4%) rispetto a gennaio 2025.

A livello trimestrale -1,7% inattivi

La crescita degli inattivi (+0,3%, pari a +33mila unità) coinvolge gli uomini e i 25-34enni. Questo, a fronte di un calo tra le donne e nelle altre classi d’età, a eccezione dei 15-24enni, per i quali si registra una sostanziale stabilità.

Confrontando il trimestre dicembre 2024-febbraio 2025 con quello precedente (settembre-novembre 2024), si registra un aumento di 199mila occupati (+0,8%).
La crescita dell’occupazione, osservata nel confronto trimestrale, si associa all’aumento delle persone in cerca di lavoro (+2,0%, pari a +32mila unità) e alla diminuzione degli inattivi (-1,7%, pari a -208mila unità).

Il confronto annuale conferma i dati mensili 

Sempre a febbraio 2025, il numero di occupati supera quello di febbraio 2024 del 2,4%, pari a +567mila unità.
L’aumento degli occupati riguarda gli uomini, le donne, i giovani tra 15 e 24 anni e chi ha almeno 50 anni d’età, mentre per i 25-49enni si osserva una diminuzione.

Complessivamente, in un anno il tasso di occupazione sale dell’1,1%.
Inoltre, rispetto a febbraio 2024, diminuisce sia il numero di persone in cerca di lavoro (-18,4%, pari a -342mila unità) sia quello degli inattivi tra 15 e 64 anni: -0,5%, pari a -60mila unità.

Welfare aziendale, per gli italiani aiuta la felicità al lavoro

Lo ha scoperto la quinta edizione dell’Osservatorio BenEssere Felicità, realizzata dall’Associazione Ricerca Felicità con la partnership tecnica di Up Day: il 60% delle lavoratrici e dei lavoratori italiani riconosce il welfare aziendale come utile alla felicità al lavoro, e il 45% lo considera un elemento di benessere in azienda, anche se non un plus per cambiare lavoro.

Ma in un Paese dove la Great Resignation rallenta, ma in generale si è lievemente meno felici rispetto al 2024 (in media 3.09 punti su 5 rispetto a 3.24 del 2023), donne, Generazione Z e lavoratori autonomi sono, a sorpresa, i più felici del proprio lavoro. 

Generi e generazioni a confronto: donne e GenZ più felici

Di fatto, se le donne superano gli uomini per felicità al lavoro (3.28 vs 3.23) la GenZ è capofila, con un valore medio di 3.34 punti.
Seguono a ruota Baby Boomers (3.31), Millennials (3.27) e Generazione X (3.21).
Tra dipendenti e autonomi, poi, questi ultimi sono più felici del proprio lavoro (3.40 vs 3.22), e i laureati lo sono più di chi non ha avuto un percorso formativo universitario (3.33 vs 3.21).

Alla domanda ‘quanto il welfare aziendale determina la felicità dei/delle collaboratori/collaboratrici in azienda?’ emerge che uomini e donne sono pressoché allineati, con rispettivamente una media di 3.59 e 3.58 punti. 

Great Resignation: quasi il 60% oggi dice no

Tra le generazioni, i più positivi sono i Millennials, con 3.66 punti, seguiti da Baby Boomers (3.61) GenZ (3.57) e Generazione X (3.53).
Il Sud e le Isole, con 3.71 punti, guidano geograficamente questa consapevolezza.
Seguono Nord Ovest (3.56), Nord Est (3.52) e chiude Centro con 3.50.

I dati confermano inoltre come quest’anno rallenti lievemente la Great Resignation. Infatti, alla possibilità di cambiare posto di lavoro o lavoro nei prossimi 12 mesi il 59.9% dice no (nel 2024 era il 55%).
Rimane costante il 24% di chi vorrebbe cambiare azienda o posto di lavoro, ma scende al 17% la percentuale di chi vorrebbe cambiare lavoro (l’anno scorso era il 21%).

Stipendio resta il criterio principale della scelta

“Tra gli aspetti considerati più importanti nello scegliere un nuovo posto di lavoro rimane in prima posizione avere uno stipendio maggiore – afferma Elisabetta Dallavalle, presidente Associazione Ricerca Felicità -, che rispetto al 42% dell’anno scorso sale al 48%, oltre 25 punti percentuali sopra flessibilità (22%) e opportunità di crescita (21%)”.

Scende poi la possibilità di un welfare aziendale o del settore migliore, che passa dal 17% del 2024 al 13%.
E anche quest’anno come l’anno passato, lavorare in un ambiente/azienda dal marchio noto è l’ultima scelta per i lavoratori e le lavoratrici italiane.