Disuguaglianza di genere: il gap è anche digitale

Lo scorso anno 2,9 miliardi di persone non hanno avuto accesso a internet, e ancora oggi milioni di utenti possono avvalersi solo di servizi di connessione costosi o scadenti. In pratica, a quanto emerge dal Global Connectivity Report 2022 del World Economic Forum, in quest’epoca di iperconnessione un terzo della popolazione mondiale non ha ancora accesso a internet. Si tratta di una disuguaglianza che ha origini socio-demografiche, tanto che nei paesi a basso reddito l’utilizzo di internet è pari al 22%, contro il 91% dei paesi con alto reddito. Ma è anche una questione di genere, poiché la percentuale cambia anche in relazione al sesso: il 62% degli uomini utilizza internet, contro il 57% delle donne. Insomma, oggi il Gender Gap è anche Digital.

In Italia il Digital gender Gap inizia dal lavoro

Secondo il Gender Gap Report 2022 del World Economic Forum l’Italia si trova in fondo alla classifica europea per il tasso di partecipazione femminile al mondo del lavoro, l’equità retributiva e il reddito da lavoro, nonché per la presenza di donne tra alti dirigenti e professioni ad alta specializzazione. Le donne risultano essere sfavorite anche nelle carriere digitali, contesto in cui ricoprono meno posizioni degli uomini e subiscono un gender pay gap del 21%.
Inoltre, una donna su due che lavora nel settore tecnologico dichiara di aver subito molestie sul posto di lavoro.

Scarso accesso femminile agli strumenti tecnologici

L’origine di questa povertà digitale è da imputare a un’immagine stereotipata che vede la donna distante da un percorso di formazione orientato alle nuove tecnologie. Le donne più colpite sono quelle che vivono in situazioni di fragilità, presentano una bassa alfabetizzazione e un basso reddito. Fattori che rendono più difficile l’accesso agli strumenti tecnologici, scoraggiando l’empowerment femminile e l’acquisizione di competenze digitali. Le statistiche affermano che le donne hanno una probabilità del 18% in meno, rispetto agli uomini, di possedere uno smartphone, e ancora inferiore di utilizzare internet.

Non c’è innovazione senza inclusione e parità

In una società competitiva e globalizzata come la nostra, il digitale è una risorsa imprescindibile per lo sviluppo e l’innovazione. Il divario ICT acuisce significativamente le disuguaglianze di genere, impattando sulle opportunità professionali e la progressione di carriera delle donne.
Il primo passo, necessario e decisivo, per raggiungere la parità di genere è colmare il digital gap, così da garantire l’inclusione e le pari opportunità. C’è ancora tanta strada da percorrere, ma la rivoluzione socio-culturale è già in atto. Per appianare le disparità è importante che il percorso di innovazione tecnologica tenga conto dei principi di inclusione e parità. È necessario che le donne diventino protagoniste attive e proattive di questo cambiamento, entrando nei processi di progettazione, sviluppo e diffusione della tecnologia.

Lavoro: le priorità sono flessibilità, benessere e smart working

Cosa chiedono i lavoratori italiani? Secondo un’indagine di Hunters Group, società di ricerca e selezione di personale qualificato, i classici benefit materiali, come ad esempio auto aziendale, smartphone o buoni pasto, non sono più la priorità. Ora, a fare davvero la differenza sono flessibilità oraria, attenzione al benessere psico-fisico e smart working.
“Non dobbiamo cadere nell’errore – precisa Marta Arcoria, Hr manager di Hunters Group – di pensare che parlare di felicità al lavoro sia fuori luogo. Tralasciando i vari job title evocativi o quelle che potremmo definire mode passeggere, il concetto di felicità, inteso, ovviamente, in senso ampio, è molto importante per tutti i lavoratori, indipendentemente dal ruolo, dalla tipologia di azienda o dagli anni di esperienza”.

Cosa desiderano i candidati italiani?

Dal sondaggio condotto tra oltre 1.500 candidati, emerge un quadro molto chiaro. Il 47% dei lavoratori italiani preferisce la flessibilità oraria e lo smart working, per avere così la possibilità di poter bilanciare, nel modo migliore possibile, vita professionale e vita privata. Il 42% dei candidati, invece, preferisce un ambiente di lavoro sereno e la possibilità di crescita professionale. Si tratta di elementi, che in un modo o nell’altro, possono contribuire a migliorare il benessere dei lavoratori, e di conseguenza, a ridurre i livelli di stress. Sembrerebbero meno importanti, invece, i benefit materiali, scelti soltanto dall’11% dei candidati.

Stipendio e benefit materiali non sono più sufficienti

“Gli ultimi tre anni – aggiunge Marta Arcoria – hanno ridisegnato completamente i modelli organizzativi e modificato radicalmente i desideri dei candidati. Abbiamo visto come stipendio e benefit materiali non possano più essere sufficienti per trattenere un talento o per portarlo a bordo, ma dal nostro sondaggio appare evidente come il quadro sia, ancora una volta, cambiato: oggi sono indispensabili flessibilità oraria, attenzione al benessere psico-fisico e smart working perché, davvero, stare bene anche in ufficio è fondamentale”. Sono i lavoratori più giovani a non voler assolutamente rinunciare allo smart working e alla flessibilità oraria, mentre chi ha maturato più esperienza punta soprattutto a benefit materiali, come l’auto aziendale e premi immediati, come i buoni shopping.

“Sulla felicità nessuno è più disposto a negoziare”

“A livello generale – continua Arcoria – i benefit rappresentano, in maniera sempre più marcata, una forte leva di motivazione dei dipendenti attuali e potenziali. Le aziende devono necessariamente tenere in considerazione il valore che questi fattori possono avere per le persone. Non dimentichiamo, infatti, che non è raro che un candidato prediliga, a parità di trattamento economico, un’azienda attenta al benessere dei propri collaboratori e che abbia valori in cui sia più facile rispecchiarsi. E il benessere si misura anche attraverso elementi che in molti casi vengono considerati secondari. Ma sulla felicità nessuno è più disposto a negoziare”.

Lavoro e felicità: un binomio possibile, anzi necessario

La relazione tra lavoro e felicità è necessaria? Secondo l’80% degli italiani intervistati da Glickon, sì. E per la quasi totalità (97%) essere felici rende anche più produttivi. Inoltre, più del 66% si dichiara contento della posizione che occupa, e per il 34% quella posizione rappresenta effettivamente ciò che sognava di fare, mentre il 37% si è adattato, ma si ritiene comunque soddisfatto e sereno. Considerando che nell’arco della vita si trascorrono oltre 90 mila ore lavorando, l’Osservatorio Glickon ha condotto una survey per scoprire se durante tutto questo tempo passato a lavorare si è davvero felici. 

Ma c’è chi ha vissuto felicemente le proprie dimissioni

I dati emersi dalla survey sono rassicuranti, soprattutto se rapportati allo scenario del mercato del lavoro, coinvolto da grandi fenomeni sociali, culturali ed economici come Great Resignation, Quite Quitting, Hope Fatigue.  Non c’è quindi da stupirsi se il 46% afferma di essere disposto a cambiare il proprio lavoro in nome della felicità, anche se dovesse rinunciare a qualcosa in termini economici o di benefit. Trova così spiegazione la risposta del 65% che ha ammesso di aver vissuto ‘con felicità’ le proprie dimissioni o il proprio licenziamento. Ma nonostante il detto ‘i soldi non fanno la felicità’ sia sempre valido, lo stipendio resta un parametro di felicità importante per il 62% degli intervistati.

Cosa ci rende davvero felici nel nostro lavoro? 

Ma cosa ci rende davvero felici del nostro lavoro? In cima a tutto, le relazioni con i colleghi e l’ambiente lavorativo (30%), seguite dalle attività specifiche di cui ci si occupa (28%), e da flessibilità, benefit e stipendio (23%), ma anche la valorizzazione del talento e l’attenzione verso il proprio percorso di crescita (19%). Un ambito, questo, che denota però un ampio margine di miglioramento, soprattutto con l’odierna corsa ai talenti. Le aziende, quindi, dovranno essere sempre più attente non solo ad acquisire, ma anche a saper trattenere i lavoratori.

Per GenZ e Millenials le relazioni sono più importanti

Per la GenerazioneZ e i Millenials la qualità delle relazioni e la qualità del tempo è più importante (16%) rispetto alla GenerazioneX e ai Boomer (12%), così come la trasparenza e l’etica della realtà per cui si lavora (15% vs 12%), mentre per gli over 40 contano il benessere psico-fisico (25% vs 20%), la valorizzazione economica e i benefit (19% vs 17%).
Quasi cross-generazionali,  riporta Ansa, sono invece crescita e sviluppo personale (24% per under 40 vs 22% over 40), e condivisione dei valori del brand o società per cui si lavora (6%). 
‘Scegli un lavoro che ami, e non dovrai lavorare nemmeno un giorno della tua vita’ resta il mantra per il 67% degli intervistati. Ma alla domanda ‘Riesci ad avere un buon work-life-balance tanto da renderti felice e serena/o?’ il panel si divide quasi a metà, con una leggera maggioranza di ‘no’ (51%).

Anche portare a riparare i device comporta rischi per la privacy

Portare il proprio device a riparare comporta rischi per la privacy? Secondo un’indagine condotta dall’Università di Guelph (Canada) la risposta è sì. Spesso infatti i tecnici guardano i file e i dati personali dei clienti, e a volte li copiano su dispositivi esterni. Si tratta di violazioni avvenute con la stessa frequenza sia nei negozi locali sia nelle grandi catene. Nella maggior parte dei casi, la violazione viene compiuta per cercare video e foto di contenuti intimi, specialmente nel caso in cui l’utente sia donna. Le violazioni della privacy rilevate dalla ricerca riguardano quindi i dati privati, che quasi mai hanno a che fare con il problema del pc. Ma poiché perpetrate da tecnici specializzati spesso è anche difficile rilevare segnali di queste attività criminali. 

Fare un backup e rimuovere i file più critici

Per proteggere i dati personali sul computer Panda Security consiglia innanzitutto di verificare in rete la reputazione del tecnico, valutando opinioni e recensioni del negozio. Se è ancora possibile accedere ai dati, e utilizzare il computer prima di portarlo a riparare, fare un backup e rimuovere i file più critici. Rimuovere anche i dispositivi di archiviazione esterna, e utilizzare un software di crittografia per protegge i file Nei casi più estremi, dopo aver fatto il backup, utilizzare un software di cancellazione sicura per eliminare tutti i dati personali dal computer e le tracce delle ultime attività online. E non condividere le password se non è necessario a effettuare la riparazione.

I trend della privacy per il 2023

Tutelare la privacy della vita digitale degli utenti inizia a rappresentare un obiettivo concreto per i governi di tutto il mondo. Nel 2023 entreranno in vigore nuove leggi nazionali e internazionali a tutela della privacy del consumatore e relative al trattamento dei dati personali, come il GDPR europeo o il CCSA californiano. Inoltre, Google ha annunciato che ad aprile 2023 lancerà Privacy Sandbox per Android, un insieme di tecnologie proprietarie per sostituire i cookie (che verranno ritirati nel 2024) e raccogliere dati basati sui modelli di previsione dell’AI. Ma è anche possibile prevedere che nel 2023 le compagnie di assicurazioni inizieranno a offrire soluzioni pensate per tutelare i singoli utenti online, e non solo le aziende.

Le novità italiane in tema cybersecurity

Sono due le novità nel nostro paese: lo sviluppo delle certificazioni di cybersecurity e gli aiuti per la digitalizzazione provenienti dal PNRR. Nel 2023 le aziende italiane avranno quindi più strumenti per proteggere i dati personali dei clienti nel rispetto del GDPR e delle normative nazionali. Ma anche il settore pubblico dovrà difendere meglio i dati dei cittadini, altrimenti le conseguenze potrebbero essere catastrofiche L’aumento delle interconnessioni tra sistemi informatici personali, reti pubbliche, dispositivi IoT e identità digitali comporta nuovi rischi per le persone. Per questo la PA dovrà intensificare i propri sforzi per proteggere i dati personali, e garantire la continuità dei servizi in caso di cyberattacco.

Mettere un cagnolino nella foto profilo aiuta a trovare l’amore

I profili social in cui compaiono immagini di cani sono più interessanti? Sembra di sì. Forse perché generalmente si tende a pensare che i proprietari di animali domestici siano più affidabili ed empatici, poiché dimostrano di avere capacità di prendersi cura di un altro essere vivente. Di fatto, gli utenti single che si iscrivono ai portali di appuntamenti sono associati a un numero di possibilità più elevato di ricevere un match se nella loro foto profilo è presente un cagnolino. È quanto ha scoperto una ricerca commissionata da The Guide Dogs for the Blind Association, condotta dagli scienziati del britannico Kennel Club, il club cinofilo più antico del mondo.

Chi possiede animali domestici è più predisposto a instaurare una relazione stabile?

Il team di scienziati, guidato da Paul Martin, ha eseguito un sondaggio su mille adulti britannici iscritti a una applicazione o a un sito di incontri. E stando a quanto è emerso dall’indagine, circa i due terzi degli intervistati hanno riferito di trovare più interessanti i profili in cui comparivano immagini di cani. Il 60% del gruppo di intervistati riteneva poi che possedere animali domestici fosse in generale un tratto associato a una maggiore predisposizione a instaurare una relazione stabile.

I proprietari dei pet non vogliono impegnarsi con chi non ama i cani 

I proprietari di animali domestici venivano inoltre considerati più socievoli, attivi ed empatici. Il 50% degli intervistati ha infatti affermato che avrebbe scattato fotografie con un cane di amici o familiari per incrementare le possibilità di avviare una conversazione attraverso l’applicazione o il sito di incontri. Inoltre, il 59% dei proprietari di cani ha riferito di non avere intenzione di impegnarsi in una relazione con una persona non amante dei cani.

Avere un cane fornisce ulteriori possibilità di interagire nelle chat

“L’aspetto interessante – ha commentato Paul Martin – riguarda le caratteristiche in generale associate ai nostri amici a quattro zampe, e che vengono poi proiettate verso i proprietari di animali domestici. Empatia, pazienza e affidabilità sono tutti tratti desiderabili anche per un potenziale partner. Avere un cane potrebbe fornire ulteriori possibilità per interagire nelle chat e nei siti di incontri”.
Ma non è tutto, riporta AGI. “Avere un cane – ha aggiunto Helen Fisher, ricercatrice senior presso il Kinsey Institute in Indiana – rivela molti aspetti della personalità di qualcuno. Generalmente si tende a pensare che i proprietari di animali domestici siano più affidabili ed empatici, vista la capacità di prendersi cura di un altro essere vivente”.

Banche e assicurazioni italiane le più virtuose nella digitalizzazione delle vendite

Le aziende del comparto finanziario italiano possiedono un livello di integrazione tecnologica elevato. L’80% delle banche e delle assicurazioni è in grado di riconoscere i propri clienti su tutti i punti di contatto, e il 71% ha raggiunto la cosiddetta vista unica sul cliente (Single Customer View). Un risultato molto virtuoso, se paragonato alla media delle aziende italiane (18%). Inoltre, il 74% di banche e assicurazioni ha instaurato con i propri clienti una relazione continuativa nel tempo, rispetto a una media nazionale pari al 25%, e risultano anche molto mature per quanto riguarda l’integrazione tra canali fisici e online. Sono alcuni risultati del rapporto realizzato dagli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano in collaborazione con Minsait.

Una relazione con i clienti evoluta

Nel settore Banking i principali touchpoint utilizzati nella relazione aziende/clienti sono sito web proprietario (97%), email (94%), contact center (92%), filiali proprietarie e consulenti finanziari (entrambi 92%), mentre nel settore Insurance i principali canali sono email (100%), agenti e filiali proprietarie (98%), consulenti assicurativi (98%), contact center (88%), mobile app proprietarie (88%) e agenti monomandatari (85%). Il settore bancario e assicurativo, inoltre, è il più evoluto dal punto di vista tecnologico, con un’adozione delle singole tecnologie al di sopra della media: l’81% ha un Data Lake, l’80% una Customer Data Platform e l’86% piattaforme di Marketing Automation).

Maggiore integrazione dei canali

Quasi tutte le aziende, poi, possiedono un’infrastruttura in grado di integrare completamente le informazioni sui clienti: il 40% è in grado di farlo in maniera evoluta e il 52% attraverso sistemi integrati. Per quanto riguarda i processi di vendita, i modelli omnicanale più diffusi sono la possibilità di acquistare un servizio offline e ricevere la relativa documentazione online (88%), presenza nel punto fisico di personale dedicato all’assistenza clienti cross-canale (78%), e possibilità di prenotare un servizio online e di usufruirne offline (72%). Per orientarsi verso una maggiore integrazione dei canali, il 42% ha già una funzione aziendale dedicata alla gestione integrata dei diversi touchpoint, e il 26% ha introdotto un responsabile cross-funzionale con un team ad hoc per il coordinamento dei diversi canali.

Un settore attento alla sicurezza 

Quanto all’attenzione alla sicurezza, il 55% delle aziende del settore è dotata di sistemi basati su un doppio fattore di autenticazione, e sono più propense a sperimentare modalità di autenticazione innovative, come fattori biometrici (9% contro 1% campione complessivo), scansione di QR code (5% vs 1%), generazione di OTP in app (31% vs 4%). Anche per quanto riguarda l’identificazione di possibili vulnerabilità di sicurezza nelle applicazioni e infrastrutture in Cloud, il settore appare molto attento. Infatti, la totalità delle aziende svolge attività di security assessment periodiche. In ambito sicurezza e protezione dei dati, le soluzioni più diffuse tra banche e assicurazioni sono quelle afferenti al backup e recovery (95% vs 82%), soluzioni di data loss prevention (81%), e soluzioni di gestione delle identità e accessi del personale (81% vs 27%).

In Italia oggi il pieno costa di più 

Se nel 2022 gli automobilisti italiani sono stati tra quelli in Europa che hanno speso meno per il carburante, l’inizio del 2023 ci ha proiettato ai primi posti della classifica europea: oggi siamo la nazione dove accise e imposte pesano di più sul prezzo finale. Nel 2022 infatti la spesa media sostenuta dall’automobilista italiano per la benzina è stata pari a 1.008 euro, valore che ha fatto guadagnare al nostro Paese il settimo posto tra quelli analizzati da Facile.it. Facile.it ha analizzato il prezzo dei carburanti in 12 nazioni UE, considerando il prezzo riportato dalla Commissione europea e ipotizzando il consumo di un’autovettura utilitaria con una percorrenza di 10.000 km l’anno. 

Nel 2022 il prezzo del pieno era meno salato

Nel 2022 in Danimarca, ad esempio, gli automobilisti hanno speso il 15% in più rispetto a noi (1.160 euro), in Grecia il 13% (1.140 euro) e in Germania il 6% (1.069 euro). Se la Francia ha fatto registrare valori simili all’Italia (1.005 euro), più fortunati gli automobilisti austriaci, per i quali la spesa è stata del -5% rispetto a quella sostenuta dagli italiani (960 euro), e ancor più quelli sloveni (-18%, 830 euro). Quanto al prezzo del diesel, la spesa sostenuta nel 2022 dagli italiani è stata pari a 1.009 euro. Fanno meglio di noi solo Portogallo (-1%, 998 euro), Spagna (-1%, 997 euro) e Slovenia (-10%, 909 euro). Maglia nera per la Svezia, dove gli automobilisti hanno speso 1.275 euro (+21% rispetto all’Italia), e la Danimarca (1.091 euro, +8%).

Nel 2023 salgono i prezzi per gli automobilisti italiani

Prendendo in considerazione il prezzo dei carburanti rilevato nella prima settimana del 2023, la classifica cambia radicalmente. Considerando 2 settimane di uso dell’auto, se si guarda al prezzo della benzina, l’automobilista italiano balza al quarto posto della classifica, con una spesa di 42 euro, oltre il 40% in più rispetto a quello sloveno e il 15% in più rispetto a quello austriaco. Peggio di noi solo Danimarca (44 euro), Grecia e Francia (43 euro). Guardando al prezzo del diesel, invece, il conto pagato dall’automobilista italiano è il terzo più caro d’Europa: 43 euro, +24% rispetto a Slovenia e +17% sul Portogallo. Fanno peggio solo Svezia (49 euro) e Francia (44 euro).

Il peso di accise e imposte

Analizzando i dati della Commissione europea aggiornati alla prima settimana 2023 e relativi al valore percentuale di accise e imposte sul prezzo del carburante, emerge che l’Italia è la nazione dove queste voci pesano di più. Per la benzina sono pari al 58,2% del prezzo pagato alla pompa, mentre per il diesel al 51,1%. Nella prima settimana di dicembre 2022 il nostro Paese era terzultimo in classifica. Accise e imposte incidevano il 46,4% sul prezzo della benzina e il 38,9% su quello del diesel.
Curioso il caso svedese: è il Paese dove il peso percentuale delle tasse sul diesel è più basso (37,2%), ma il prezzo alla pompa è il più alto d’Europa.

Furti in appartamento in aumento in Italia: i risvolti economici e psicologici per le famiglie

Negli ultimi tempi, in Italia si stanno registrando sempre più episodi di furti in appartamento.

Tali furti comportano non soltanto una grave perdita a livello economico per le famiglie colpite, ma anche importanti risvolti psicologici.

Per questo motivo di seguito proveremo ad esaminare più da vicino questo fenomeno, purtroppo in aumento, e le conseguenze che esso ha su coloro che ne sono vittime.

Le statistiche sui furti in appartamento in Italia

Secondo le statistiche, quelli in appartamento rappresentano la maggior parte dei furti commessi in Italia. Nel 2022, ci sono stati oltre 200.000 episodi di questo tipo, con un aumento del 5% rispetto l’anno precedente.

La maggior parte di questi furti viene commesso da ladri professionisti, spesso organizzati in bande. Tuttavia, alcuni furti vengono commessi anche da conoscenti o addirittura da membri della famiglia.

I danni economici causati dai furti in appartamento

Un furto in appartamento può avere gravi conseguenze economiche per le famiglie colpite.

Oltre ai beni materiali rubati, come gioielli, denaro contante e oggetti di valore, i proprietari di casa devono anche affrontare i costi per riparare eventuali danni legati alle operazioni di scasso, come ad esempio la sostituzione di serrature o la riparazione di porte o finestre forzate.

Si tratta di conseguenze alle quali solitamente non si pensa, ma che a tutti gli effetti concorrono nella cosiddetta “conta dei danni”.

Gli effetti psicologici dei furti in appartamento

I furti in appartamento hanno anche importanti risvolti psicologici per le famiglie colpite, dunque non ci sono solo quelli economici.

Molti maturano sentimenti di disagio a seguito della violazione della propria privacy e di insicurezza all’interno di casa propria, il che può avere un impatto significativo sulla qualità della vita.

Inoltre il trauma causato dal furto, ed il  timore che possa capitare ancora, può portare a disturbi del sonno, ansia e depressione.

Come proteggersi dai furti in appartamento

Ci sono alcune misure di protezione che è possibile adottare per proteggersi dai furti in appartamento. Una delle più efficaci è l’installazione di sistemi di allarme e antintrusione.

Esistono ad esempio gli allarmi con sensori di movimento, telecamere di video sorveglianza, grate di sicurezza e porte blindate, su tutti.

È anche consigliabile l’adottare buone abitudini come il chiudere sempre a chiave porte e finestre quando si esce di casa e non condividere informazioni personali o dettagli sui propri spostamenti sui social media.

È inoltre utile fare in modo che la propria abitazione non appaia vuota per lunghi periodi di tempo, ad esempio chiedendo a un vicino di raccogliere la posta o di parcheggiare l’auto in cortile durante la nostra assenza.

Le contromisure delle autorità ai furti in appartamento

Le autorità stanno adottando nuove contromisure per contrastare l’aumento dei furti in appartamento in Italia.

Le forze dell’ordine stanno per questo intensificando i controlli sul territorio e lavorano a stretto contatto con le associazioni di proprietari di case per sensibilizzare sui rischi e sul come proteggere la propria abitazione.

Inoltre, sono stati introdotti nuovi strumenti legislativi per punire i colpevoli e prevenire il ripetersi di tali reati.

Il ruolo della comunità nella prevenzione dei furti in appartamento

Prevenire i furti in appartamento non è solo un compito delle autorità, ma anche dell’intera comunità.

I vicini di casa che si conoscono e si aiutano a vicenda possono costituire un deterrente per i ladri, rendendo più difficile per loro l’agire indisturbati.

Ad esempio, è possibile organizzare turni di vigilanza o creare un gruppo Whatsapp per condividere in tempo reale informazioni su eventuali attività sospette.

In questo modo, si può contribuire a creare un ambiente più sicuro per tutti.

Come affrontare il trauma causato da un furto in appartamento

Se si è stati vittime di un furto in appartamento, può essere difficile superare il trauma ed il senso di violazione della propria casa.

È importante ricordare che è normale provare questi sentimenti e che ci sono diversi modi per affrontarli e superarli. Ad esempio, può essere utile parlare del proprio stato d’animo con amici e familiari o con un professionista, come uno psicologo.

Inoltre, è importante prendersi cura di sé, ad esempio cercando di mantenere una routine regolare e dedicarsi ad attività che aiutino a rilassarsi e a scaricare lo stress.

In conclusione, i furti in appartamento rappresentano un grave problema in Italia, con conseguenze economiche e psicologiche per le famiglie colpite. Tuttavia, ci sono diversi modi per proteggersi e per affrontare il trauma causato da questo tipo di episodi.

È importante per questo che le autorità, le associazioni di vicinato e la comunità lavorino insieme per prevenire i furti in appartamento e creare situazioni più sicure per tutti.

Flat tax: chi paga più tasse, autonomi o dipendenti?

La flat tax è stata innalzata fino a 85mila euro di fatturato, ma a quanto emerge dai calcoli dell’Ufficio studi della Cgia gli autonomi continuano a pagare più tasse dei lavoratori dipendenti. Solo nella fascia di reddito tra 60 e i 65mila euro le partite Iva che si avvalgono della flat tax pagano meno, mentre in tutte le altre comparazioni, ovvero tra 10mila a 55mila euro di reddito, gli autonomi pagano sempre molto più di impiegati e operai. E se il confronto è tra i dipendenti e i lavoratori autonomi che non applicano la flat tax il maggior prelievo in capo a questi ultimi aumenta a dismisura, con punte di oltre 6mila euro all’anno tra le partite Iva che dichiarano tra 60 e 65mila euro di reddito.

Un vantaggio fiscale per potenziali 140.000 lavoratori autonomi

La situazione, dunque, cambia segno a partire dalla classe di reddito pari a 60mila euro. In questo caso, gli autonomi con flat tax subiranno nel 2023 un prelievo fiscale annuo inferiore ai dipendenti di 640 euro, e di 1.285 euro con un reddito da 65mila. Ma quanti sono i potenziali lavoratori autonomi che con lo slittamento della soglia a 85mila euro potranno beneficiare del vantaggio fiscale garantito dall’applicazione della flat tax? Dall’elaborazione dei dati relativi alle dichiarazioni dei redditi 2021 (anno di imposta 2020), potrebbero essere 140mila.

Per lo Stato un esborso maggiore di 404 milioni di euro all’anno

Ma gli effettivi beneficiari del regime di favore sono meno di 140.000, in quanto oltre a non superare il limite di ricavi/compensi di 85mila euro, devono rispettare ulteriori requisiti stabiliti dalla legge. Tra cui, ad esempio, non aver sostenuto spese per lavoro dipendente, accessorio o di collaborazione, superiori a 20mila euro. Secondo i dati delle dichiarazioni dei redditi 2021 i contribuenti in regime forfetario ammontano a poco meno di 1.728.000. E secondo la Relazione tecnica allegata alla legge di Bilancio 2023, si stima che l’ampliamento delle soglie di ricavi/compensi per accedere alla flat tax previsto dal Governo Meloni comporterà un costo aggiuntivo per le casse dello Stato di 404 milioni di euro all’anno, riferisce Adnkronos.

Una misura di sostegno per i professionisti iscritti alla Gestione separata

Dal 2021, però, gli autonomi dispongono dell’ISCRO (Indennità Straordinaria di Continuità Reddituale e Operativa), costituita solo per il triennio 2021-2023 e rivolta esclusivamente ai professionisti e lavoratori autonomi iscritti alla Gestione separata INPS con redditi molto bassi e momentanei cali di fatturato. Si tratta di una indennità semestrale, richiedibile una sola volta nel triennio, pari al 25% dell’ultimo reddito dichiarato. La misura di sostegno prevede l’erogazione di una indennità mensile tra 250 euro e 800 euro, a seconda dei requisiti posseduti dal richiedente.

Rinnovabili, per gli italiani non c’è tempo da perdere

Come vedono il futuro i nostri connazionali in merito a quanto sta succedendo a livello di clima e ambente? Il 92% degli italiani è preoccupato dal cambiamento climatico e per l’82% è necessaria la transizione EcoDigital: priorità è incentivare le rinnovabili. Anche con misure drastiche, per non aggravare la crisi climatica in atto. Ecco, in estrema sintesi, i dati emersi dal 20° Rapporto “Gli italiani, le rinnovabili e la Green&Blue economy” presentato al convegno di celebrazione del “Mediterranean Day”, realizzato da Fondazione UniVerde e Noto Sondaggi.

Un’emergenza collegata ai recenti disastri

“Il 92%, la quasi totalità degli italiani, è preoccupato per il cambiamento climatico” ha detto Alfonso Pecoraro Scanio, Presidente della Fondazione UniVerde. “Un’emergenza drammaticamente collegata al disastro di Ischia, come anche all’alluvione nelle Marche e al fiume di acqua e fango a Formia. Per il 76% degli italiani è prioritario aumentare la produzione da fonti rinnovabili, in particolare solare ed eolico offshore, per garantire energia al Paese senza aggravare ulteriormente la crisi climatica. Nonostante la propaganda a favore di un nucleare cosiddetto ‘pulito’, oltre l’80% ritiene che questa energia non sia la risposta al climate change. Considerato anche lo scandaloso fallimento della COP27, chiediamo al Governo un impegno per favorire la transizione energetica ed EcoDigital, come richiesto dagli italiani, evitando di impantanare Parlamento e Paese in un dibattito su centrali nucleari o trivellazioni petrolifere che ha già fatto perdere anni importanti all’Italia, invece di farla affermare quale leader delle rinnovabili e della green&blue economy”.

Le forme di energia “green”

Cresce costantemente la quota degli italiani sicura che il mercato dell’energia del futuro andrà verso le rinnovabili, arrivando al 90% (+6% rispetto alla precedente rilevazione e ben +26% negli ultimi 6 anni). È in aumento il consenso degli italiani per quanto riguarda la messa in opera di grandi impianti eolici, sia dislocati sulle colline (76%) che a mare (off-shore) ma lontani e invisibili dalla costa (39%). In merito alla transizione energetica, si mantiene stabile il campione (44%) a conoscenza che l’UE punta sull’idrogeno verde come elemento essenziale, e per il 73% sarebbe importante per l’Italia incentivare questa innovazione. Il 40% ritiene che l’Italia raggiungerà l’obiettivo del 55% di energia da fonti rinnovabili ma oltre il target fissato al 2030. pressoché tutti concordi (il 91%, con un aumento di due punti percentuali rispetto l’anno precedente) sul fatto he oggi  passare al solare sia più sicuro.