Il 2026 porta un bagno di realtà: gli italiani si affacciano sull’anno nuovo poco entusiasti e disillusi

Gli italiani che si affacciano sul 2026 sembrano immergersi in un ‘bagno di realtà’ dove conflitti bellici, diseguaglianze sociali, climate change sono moneta corrente e influenzano l’economia.
L’istantanea scattata da due survey dell’Ufficio Studi Coop non lascia dubbi. Se preoccupazione è la prima parola scelta dagli italiani per definire l’anno appena arrivato (37%), tra gli opinion leader intervistati la maggioranza (43%) utilizza il sostantivo ‘turbolenza’ per descrivere lo scenario 2026 e il 34% sceglie ‘instabilità’ (‘stabilità’ 1%).

Un’instabilità che orienta negativamente anche le previsioni sull’andamento dei mercati finanziari come in forte ribasso o soggetti a contrazione.
Non manca però la voglia di resistere: il 25% degli italiani si attacca disperatamente all’ottimismo. E il 24% chiama in causa addirittura curiosità e fiducia.

Lo scenario internazionale ammanta di negatività le aspettative

Più gli italiani guardano allo scenario nazionale e internazionale più la tensione sale e ammanta di negatività le aspettative.
L’impressione è di essere in un contesto confuso ed erratico con improvvise imprevedibili accelerazioni, i cui comandi paiono affidati a pochi leader mondiali, Netanyahu, Putin e Trump, su cui pesano giudizi fortemente negativi (80%).

Così è anche per il mercato del lavoro (lo ‘vede nero’ il 43%, solo l’11% associa positività), per il fattore sicurezza (47% negativo, 8% positivo), l’accesso ai servizi sanitari (48% vs 9%) e non si fanno sconti neanche allo stato dell’economia italiana (percezione negativa 42%, 21% positiva) e i rischi dei cambiamenti climatici (negativi 50%, 20% positivi).

Un’Italia ripiegata su sé stessa

Comprensibile quindi attendersi un 2026 ancora difficile, con l’Italia che torna fanalino di coda dell’Europa.
Gli italiani sanno di dover spendere di più, ma lo faranno quasi esclusivamente per consumi di necessità. Oltre a utenze e bollette (+22%) il timore di spendere di più vale anche per la salute fisica (+10%) e il cibo (+9%).

È un’Italia delle piccole cose dove la wish list per il nuovo anno si riempie di frugalità rinunciataria e dove sono soprattutto i ’vorrei ma non posso’ a dare il senso di un Paese raggomitolato nella dimensione familiare. 
Trasferirsi all’estero, cambiare lavoro, dedicarsi di più alla propria formazione rimangono quindi anche nel 2026 i sogni nel cassetto dei più giovani.

L’era del cinismo e della realizzazione personale

D’altronde la disillusione fa rima con la tranquillità, ma anche con un maggiore cinismo. Nel 2026 gli italiani sacrificano comportamenti ispirati a integrità e ideali, ma anche a generosità e altruismo, con i primi che scendono in due anni del 4% e i secondi del 9%, in nome di un disincantato benessere individuale.

Infatti, se ’tranquillità e armonia’ sale del 5% la ricerca di ‘realizzazione e successo’ personale del 10% in due anni.
Le più determinate per questo spostamento sul ‘sé’ sono le giovani donne. Il 26% delle 18-29enni punta sul successo. Sono il 10% in più rispetto alla media.

Mutui: nel 2025 rate tassi variabili scendono di 50 euro

Il 18 dicembre, durante l’ultimo incontro dell’anno, per la quarta volta di fila e dopo 8 tagli consecutivi la BCE ha tenuto fermi i tassi d’interesse, e non ci si aspetta un nuovo intervento nel prossimo futuro.
Secondo quanto riporta Facile.it, per la rata mensile di un mutuo variabile standard il 2025 si sta chiudendo con un calo di circa 50 euro. La rata è passata da 666 euro mensili di inizio anno a circa 617 euro.

Sul fronte dei tassi fissi, invece, il 2025 si è caratterizzato da un lieve inasprimento delle condizioni offerte ai consumatori.
L’aumento è stato causato dall’andamento dell’indice IRS (Interest Rate Swap), il valore di riferimento per i mutui a tasso fisso.

Perché è aumentato l’IRS?

A gennaio 2025 l’IRS a 25 anni, in media, è stato pari a 2,4%, mentre nell’ultimo mese è arrivato al 3,1%.
Un aumento che si è trasferito almeno in parte sui nuovi mutuatari, che oggi per un finanziamento standard devono far fronte a una rata più alta, in media, di circa 40 euro rispetto a inizio anno.

“Gli IRS riflettono l’andamento del mercato obbligazionario europeo caratterizzato quest’anno, in particolare nell’ultimo periodo, da un aumento dei tassi di rendimento -, spiega Facile.it -. Diverse le cause, ma tra le più importanti vi è sicuramente l’andamento del mercato azionario USA, che grazie ai risultati record sta attirando sempre più investitori a scapito dei titoli di stato europei”.

Cosa ci aspetta nel 2026?

Rispetto ai tassi variabili, un’indicazione arriva dai Futures sugli Euribor (aggiornati al 10 dicembre 2025), che per il 2026 non prevedono grosse variazioni. L’Euribor a 3 mesi, ad esempio, oggi viaggia sotto il 2,1%, e su tale livello dovrebbe rimanere per il prossimo anno.

Fondamentale rispetto alle scelte future della BCE sarà l’andamento dell’inflazione. Se dovesse ripartire, non è possibile escludere nuovi interventi della BCE, con un inasprimento degli indici.
Più complesso, invece, fare previsioni sul fronte dei tassi fissi. Ma fino a quando i rendimenti dei titoli europei continueranno a crescere, difficile immaginare una traiettoria diversa per gli IRS e i mutui legati a questo indice.

Variabile o fisso?

Nel corso del 2025 il tasso variabile è tornato a essere l’offerta mediamente più conveniente.
I variabili per un mutuo da 126.000 euro in 25 anni (LTV 70%), partono da un TAN pari a 2,54%, corrispondente a una rata di 554,5 euro.

Per lo stesso tipo di finanziamento, i tassi fissi partono da un TAN pari a 3,10%, con una rata di 604 euro.
“Scegliere oggi un tasso variabile significa partire con una rata più contenuta, ma il vantaggio economico iniziale può essere ritenuto da molti ancora non sufficiente per giustificare il rischio connesso a questo tipo di finanziamento. Per chi non è disposto a rischiare, i fissi garantiscono comunque condizioni favorevoli, oltre alla certezza che la rata resti uguale per tutte la durata del mutuo”, sottolinea Facile.it.

Mercato del lavoro: a che punto siamo in Italia?

A dicembre le aziende italiane prevedono di aprire circa 350 mila posizioni, che diventano oltre 1,3 milioni se si guarda al periodo dicembre 2025 – febbraio 2026. È il quadro tracciato dal Bollettino del Sistema Informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Ministero del Lavoro.

Un dato che, letto così, sembrerebbe rassicurante. Eppure, scavando un po’ più a fondo, emerge una realtà in chiaroscuro: la domanda di lavoro rallenta e il fabbisogno complessivo si riduce di quasi il 6% rispetto allo scorso anno.

Industria così così, bene le costruzioni

Nel settore industriale si avverte una brusca frenata. A dicembre le attivazioni previste non superano le 79 mila unità, in calo rispetto all’anno precedente, e il trend non cambia nel trimestre invernale. La manifattura, in particolare, segna una contrazione sensibile: le entrate programmate scendono a 48 mila, un dato che pesa soprattutto su comparti storicamente forti come meccanica, elettronica, alimentare e metallurgia.

Controcorrente il comparto delle costruzioni, spinto ancora da alcune misure di incentivo e da una domanda strutturale di manodopera: qui le assunzioni attese aumentano, superando quota 31 mila nel mese e 132 mila nel trimestre.

Servizi al top: il turismo guida la classifica

Il terziario resta il “motore” del mercato del lavoro: 256 mila contratti previsti a dicembre, pur con un lieve rallentamento. Il turismo – tra alloggi e ristorazione – continua a guidare la classifica dei settori più dinamici, seguito da commercio e servizi alla persona.

Ruoli “difficili” per il comparto dell’agricoltura

Nel primario la domanda resta più o meno in linea con l’anno precedente, con una prevalenza di ingressi nelle coltivazioni arboree e nei campi. In lieve crescita le opportunità per chi lavora negli allevamenti e nelle serre, dove però trovare personale qualificato non è semplice.

Come reperire i profili giusti

Il dato più preoccupante non riguarda tanto il numero delle assunzioni quanto la difficoltà di portarle a termine. Quasi un profilo su due – il 46% – è difficile da reperire. Le criticità maggiori emergono nell’industria metalmeccanica, nelle costruzioni e nel legno-arredo. Professioni tecniche, informatiche, ingegneristiche e alcuni mestieri artigiani risultano particolarmente scarsi sul mercato.

Nord-Est e Trentino-Alto Adige guidano la classifica delle regioni con più difficoltà di reperimento, mentre una quota importante delle posizioni – quasi il 23% – sarà coperta da personale straniero.

Intelligenza Artificiale: come cambia il modo con cui si cercano informazioni sulla salute

Negli ultimi anni, quando si parla di salute, è come se il panorama si fosse improvvisamente espanso. In effetti, è così: ai classici consigli del medico e agli influencer che raccontano il loro punto di vista sui social, si è aggiunto un nuovo attore che attira attenzioni e soprattutto domande: l’Intelligenza Artificiale.

Una ricerca realizzata per “Influenze – L’etica del contagio”, un progetto di Fattore Mamma e Honboard con il supporto dell’Università Cattolica di Milano, ha provato a capire quanto questo cambiamento stia influenzando sia le persone comuni sia chi la medicina la esercita ogni giorno. Il lavoro ha coinvolto un ampio campione di adulti e oltre 200 medici, offrendo così un’istantanea piuttosto chiara.

Comodo, ma il mezzo non gode ancora di piena fiducia 

Il dato che colpisce di più riguarda proprio gli utenti: più della metà delle persone tra i 18 e i 54 anni ha già usato l’AI per chiarirsi un dubbio su salute, benessere o sintomi improvvisi. È facile capirne il motivo: risposte immediate, spiegazioni ordinate, nessuna attesa. In pratica, una scorciatoia sempre a portata di mano.

Eppure non è una fiducia “al buio”. Prima di prendere decisioni serie, molti preferiscono verificare quello che hanno letto: un confronto con il medico, una telefonata, una fonte ufficiale. Insomma, l’AI è utile, ma il timone resta umano.
In questo quadro continuano a pesare parecchio anche gli influencer medici: il 63% delle persone segue profili specializzati, segno che, quando si parla di salute, la competenza rimane un punto fermo, anche nello scorrere veloce dei social.

I pazienti oggi sono super informati 

Dal lato dei medici il discorso si fa ancora più interessante. Due professionisti su tre usano l’AI nella quotidianità, e più della metà anche nella pratica clinica: ricerche scientifiche, aggiornamenti, qualche supporto alla diagnosi. È uno strumento che apre possibilità, ma non senza qualche perplessità.

Molti faticano a fidarsi totalmente: verificare ciò che l’AI suggerisce richiede tempo, e il timore di errori, bias o incertezze sulle fonti non è da poco. A complicare il quadro c’è anche l’arrivo in studio di pazienti già “carichi” di informazioni lette online o generate da sistemi intelligenti. Una risorsa, certo, ma anche una sfida nella gestione della relazione.
Non stupisce quindi che oltre il 75% dei medici chieda più formazione dedicata. L’obiettivo, in fondo, è semplice: non lasciarsi travolgere dalla tecnologia, ma imparare a usarla in modo consapevole, trasformandola in un alleato utile.

Composizione negoziata: nel 2025 strumento preferito per salvare le imprese

Nel 2025 la composizione negoziata è il principale strumento di soluzione della crisi di impresa. Secondo i dati elaborati da Unioncamere sulla composizione negoziata aggiornati al 10 novembre, sono 423 le istanze con esito positivo presentate dalle aziende coinvolgendo complessivamente 23mila dipendenti.

Da quando la composizione negoziata è stata introdotta per consentire il risanamento di aziende in condizioni di squilibrio patrimoniale o economico-finanziario, le istanze sono oltre 3.600, +1.800 rispetto al 2024, 2.043 archiviate (di cui 210 rifiutate e 423 con esito positivo), 320 i giorni necessari ad accompagnare le aziende in un percorso di risanamento e soluzione della crisi. 

Tempistiche brevi, costi contenuti, accesso a misure protettive del patrimonio

L’attrattività di questo strumento stragiudiziale si deve a una serie di vantaggi, tra cui il carattere stragiudiziale e volontario, le tempistiche brevi stabilite per legge, le trattative riservate tra debitore e creditore, i costi contenuti e la salvaguardia della continuità aziendale, la gestione diretta dell’impresa e l’accesso alle misure protettive del patrimonio. 

Nel 2025, oltre ad aumentare sensibilmente il numero delle istanze presentate raddoppiano i casi di successo. Il tasso di successo, in media del 20%, nell’ultimo trimestre 2025 raggiunge il 25%.
Le istanze attualmente in gestione presso i vari esperti incaricati sul territorio nazionale sono 1.230.

Solo il 4% delle istanze riguarda le piccole imprese

La maggior parte delle istanze ci concentra nel Nord Italia (53%), con Lombardia, Lazio, Emilia Romagna e Veneto che insieme superano il 50% del totale. 
Delle 3.483 imprese che hanno avuto accesso allo strumento, solo il 4% appartiene alla categoria di imprese con ricavi minori di 200mila euro, attivo patrimoniale inferiore a 300mila euro. debiti inferiori a 500mila euro. Questo dimostra come la composizione negoziata continui a rilevarsi poco attrattiva e anche poco efficace per le piccole imprese. Il tasso di successo in questo caso è pari solo al 9%. 

Le analisi condotte confermano che uno dei principali elementi di forza della composizione negoziata è rappresentato dalle tempistiche di svolgimento della procedura che sono più rapide e contenute rispetto a quelle giudiziali delle procedure concorsuali.

Oltre 22.800 addetti coinvolti nei processi di risanamento

Le tempistiche necessarie per giungere a una chiusura favorevole della composizione negoziata sono mediamente di 320 giorni. Nei casi di esito sfavorevole la durata media è di 207 giorni.
I settori economici più rappresentati sono le attività manifatturiere (22,6%), il commercio all’ingrosso e al dettaglio (20,8%) e le costruzioni (15,2%).

Il numero di addetti convolti nei processi di risanamento è di oltre 22.800, il valore medio di addetti per impresa è 70 e, nelle classi dai 10 addetti in su, si concentra oltre il 59% delle imprese, di cui il 16% presenta un numero di addetti superiore a 100.
Il valore medio della produzione delle imprese considerate, invece, è di circa 16 milioni di euro.

Prezzi al consumo: a ottobre 2025 scendono dello 0,3%

A ottobre 2025, secondo le stime preliminari dell’Istat, l’inflazione rallenta sensibilmente, scendendo a +1,2%, appena al di sotto del valore di fine 2024. La decelerazione risente del marcato ridimensionamento del ritmo di crescita dei prezzi degli Alimentari non lavorati e del calo di quelli degli Energetici regolamentati.

In rallentamento la crescita su base annua dei prezzi del ‘carrello della spesa’ (+2,3% da +3,1%), mentre l’inflazione di fondo rimane invariata. Il tasso di inflazione acquisito a ottobre, calcolato sulla base dei dati provvisori, si attesta al +1,6%.
Secondo queste stime, nel mese di ottobre 2025 l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, evidenzia una variazione del -0,3% su base mensile, e del +1,2% su base annua (da +1,6% nel mese precedente).

Rallentamento tendenziale per Energetici regolamentati e Alimentari non lavorati

La sensibile decelerazione del tasso d’inflazione si deve prevalentemente al marcato rallentamento su base tendenziale dei prezzi degli Energetici regolamentati (da +13,9% a -0,8%), degli Alimentari non lavorati (da +4,8% a +1,9%), e in misura minore, di quelli dei Servizi relativi ai trasporti (da +2,4% a +2,0%). 

Tali effetti sono solo in parte compensati dall’accelerazione dei prezzi dei Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (da +3,1% a +3,3%).
Nel mese di ottobre, inoltre, l’inflazione di fondo, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, resta invariata (+2,0%) e quella al netto dei soli beni energetici rallenta (da +2,1% a +2,0%).

Cresce il differenziale inflazionistico tra beni e servizi

La crescita tendenziale dei prezzi dei beni si attenua (da +0,6% a +0,2%) e quella dei servizi rimane stabile (+2,6%). Pertanto, il differenziale inflazionistico tra il comparto dei servizi e quello dei beni aumenta, salendo a +2,4 punti percentuali dai +2,0 del mese precedente.

I prezzi dei Beni alimentari, per la cura della casa e della persona decelerano (da +3,1% a +2,3%), come anche quelli dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto (da +2,6% a +2,3%).

IPCA: -0,2% su base mensile, +1,3% su base annua

La variazione congiunturale negativa dell’indice generale riflette la diminuzione dei prezzi degli Energetici regolamentati (-6,7%), dei Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (-1,2%), degli Energetici non regolamentati (-0,8%), dei Beni durevoli, dei Servizi relativi alle comunicazioni e dei Servizi relativi ai trasporti (-0,3% tutti e tre), parzialmente attenuata dalla crescita dei prezzi degli Alimentari lavorati (+0,4%) e dei Servizi relativi all’abitazione (+0,3%).

L’inflazione acquisita per il 2025 è pari a +1,6% per l’indice generale e a +2,0% per la componente di fondo.
In base alle stime preliminari, l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) registra una variazione pari a -0,2% su base mensile e a +1,3% su base annua (da +1,8% del mese precedente).

Stress al lavoro: quasi metà lavoratori lo sperimenta. GenZ meno tollerante al malessere emotivo

Lo rivela la ricerca condotta all’interno dell’Osservatorio Mindworke: il 49% dei lavoratori e delle lavoratrici in Italia sperimenta elevati livelli di stress lavoro-correlato. La situazione è ancora più critica tra i dirigenti (58%).
Al contrario, chi si è appena affacciato al mondo del lavoro, pone il benessere al centro delle scelte professionali e cerca aziende capaci di offrire condizioni sane e significative. Insomma, la GenZ porta una nuova visione in azienda.

Oggi le organizzazioni hanno la responsabilità e la necessità di investire su benessere e leadership consapevole. La qualità delle relazioni e la cultura organizzativa hanno infatti un impatto diretto sul benessere delle persone. Quando i manager sono sotto pressione, engagement, motivazione e benessere psicologico del team ne risentono.

Burnout: manager sotto pressione

Il fenomeno del burnout si manifesta soprattutto nella sensazione di sfinimento, diffusa nel 40% del campione, e interessa complessivamente oltre 7 lavoratori su 10. Ma quando si presenta porta a una diagnosi per 1 su 5.
I fattori scatenanti più citati sono il sovraccarico di lavoro, e nel caso dei dirigenti, il senso di impotenza legato alla responsabilità del ruolo.

I giovani rappresentano la categoria di lavoratori che necessita di più tempo per recuperare, con una media di 7,6 giorni di assenza dal lavoro contro 6,2 degli impiegati e 7,0 dei dirigenti.
Al contempo, la GenZ registra un livello di benessere elevato nel 36% dei casi (white collar 26%), ed è anche la generazione più propensa a fermarsi in caso di disagio.

Autopercezione dei dirigenti e valutazione dei loro team

Quasi la metà dei giovani (46%) dichiara assenze per malessere emotivo e oltre 6 su 10 (61%) ha lasciato un impiego per tutelare la propria salute psicologica.

Quanto all’autopercezione dei dirigenti e la valutazione dei loro team emerge un distacco significativo. Se l’84% dei manager si considera in grado di promuovere un clima di fiducia e ascolto solo il 42% dei collaboratori riconosce questa qualità. E mentre l’81% dei leader ritiene di saper riconoscere i segnali di malessere nel team, la percezione dei collaboratori scende al 40%. Un divario che spiega la difficoltà dei manager a mantenere alti coinvolgimento e motivazione.

Aziende impegnate a diffondere benessere psicologico

Le sfide principali indicate dai manager sono riuscire a mantenere alta la motivazione delle persone (33%), la gestione dei conflitti (15%), e il mantenimento della coesione di gruppo (15%). Il tema dell’equità e dell’inclusione completa il quadro.

Il 49% degli impiegati percepisce la propria azienda come attenta alle pari opportunità, con punte del 69% tra i dirigenti. Tuttavia, solo il 30% si sente libero di parlare apertamente del proprio disagio psicologico.
Nonostante ciò, l’impegno dell’azienda nella promozione del benessere psicologico ha un impatto determinante sia sulla retention (59% del campione) sia su motivazione ed engagement (62%).

Intelligenza Artificiale: opportunità o minaccia per il futuro?

Gli strumenti di Intelligenza artificiale come ChatGPT avranno un impatto negativo sulle persone, distruggendo posti di lavoro? Per il 64% degli italiani, si, dei quali il 10% è fortemente in accordo con l’affermazione.
Nel confronto generazionale c’è una significativa omogeneità nelle risposte. La preoccupazione più elevata si riscontra tra i Millenials (29-44 anni), con il 14% fortemente d’accordo, ma nel complesso il timore è ampiamente diffuso.

La ricerca Sustainable AI, realizzata dalla Fondazione per la Sostenibilità Digitale mettendo a confronto quattro generazioni (GenZ, Millenials, Generazione X, Baby Boomers) mostra però come i cittadini italiani percepiscano il potenziale dell’AI anche come vettore di sostenibilità nei diversi settori.

AI e ambiente, una relazione complicata?

Un italiano su dieci (10%), allo stesso modo, si dichiara fortemente convinto del fatto che gli strumenti di AI avranno un impatto negativo sull’ambiente. Ciò che manca, secondo gli intervistati, è un’adeguata compensazione. In altre parole, i vantaggi che porta non compenserebbero il consumo energetico necessario per addestrarne i modelli e per utilizzarli.

La percentuale si mantiene sostanzialmente stabile tra la GenZ e i Millenials, per calare leggermente all’aumentare dell’età: 9% nella Generazione X e 7% nei Baby Boomers. 
Anche in questo caso, dunque, non sembra esserci una correlazione evidente tra la generazione di appartenenza e il timore nei confronti degli effetti della tecnologia.

Un contrasto all’Overtourism

Oltre il 60% degli italiani si dichiara poi d’accordo con il fatto che tecnologie come l’AI sono utili nel contrastare il fenomeno del sovraffollamento turistico, ma soltanto il 9% è fortemente in accordo con l’affermazione.

Una convinzione abbastanza moderata, ma con alcuni picchi significativi. Mentre, infatti, la percentuale si abbassa tra i Baby Boomers (6%) e nella Generazione X (8%), cresce molto tra i Millenials (11%) e soprattutto nella GenZ (15%). I più giovani si mostrano quindi più ottimisti nei confronti del contributo che l’AI può offrire all’interno di un settore di cruciale importanza per il Paese.
Quanto alla sanità, quasi un italiano su tre è poco o per nulla convinto rispetto al contributo che l’AI può offrire nel miglioramento del servizio in ambito sanitario. Anche in questo caso, solo il 12% è molto d’accordo.

Una fiducia ancora da costruire

Nel confronto generazionale circa la metà del campione si posiziona nella fascia intermedia “dell’abbastanza d’accordo”, evidenziando una percezione positiva dei vantaggi, ma spesso priva di reale convinzione.

Insomma, riporta Agi, quella degli italiani nei confronti dell’AI è una fiducia ancora da costruire, indipendentemente dall’ambito in cui questa tecnologia viene applicata. E le differenze nelle percezioni delle diverse generazioni indicano la necessità di attivare un dialogo intergenerazionale instaurando politiche inclusive per governare la trasformazione in atto.

Operai specializzati cercasi: sono il 15% dei nuovi ingressi nel mercato (ma non si trovano)

Trovare un operaio specializzato in Italia è diventata una missione quasi impossibile. Lo confermano i dati diffusi dall’Ufficio studi della CGIA, che ha analizzato i report Unioncamere-Ministero del Lavoro e il Sistema Informativo Excelsior.

Nel 2024, su 5,5 milioni di nuovi ingressi previsti nel mercato del lavoro, quasi 840 mila riguardavano proprio operai qualificati: parliamo del 15% del totale. Eppure, nonostante la forte domanda, i datori di lavoro incontrano ostacoli enormi nel reperirli.

Una ricerca spesso inconcludente

In quasi due terzi dei casi, le imprese hanno dichiarato difficoltà a trovare candidati. Anche quando la selezione è andata a buon fine, il tempo medio per coprire la posizione ha sfiorato i cinque mesi. Nessun’altra professione registra ostacoli così elevati.

Ancora più significativo il dato sui colloqui: quattro volte su dieci, la selezione si è interrotta perché non si è presentato nessun candidato. Per molte aziende, soprattutto le più piccole, reperire carpentieri, fresatori, saldatori o operatori di macchine a controllo numerico resta dunque una sfida quotidiana.

Generazioni a confronto: cambiano le aspettative

La carenza di manodopera qualificata ha radici profonde. Da un lato, pesano denatalità e invecchiamento della popolazione, che riducono la disponibilità complessiva di forza lavoro. Dall’altro, si aggiunge il divario tra la formazione scolastica e le competenze tecniche richieste dalle imprese, in particolare nel manifatturiero.

Non va poi trascurato il cambio di mentalità dei giovani. Rispetto al periodo pre-Covid, molti preferiscono lavori che garantiscano flessibilità, tempo libero e un migliore equilibrio vita-lavoro. Al contrario, sono meno disposti ad accettare orari lunghi, turni festivi o attività fisicamente gravose. Una tendenza che, secondo gli esperti, si consoliderà negli anni a venire.

Mestieri che rischiano di sparire

Le difficoltà si concentrano in alcuni settori chiave. Nell’edilizia scarseggiano carpentieri, ponteggiatori, cartongessisti e gruisti. Nel comparto del legno mancano ebanisti e restauratori; nel tessile-abbigliamento modellisti e confezionisti; nel calzaturiero orlatori e cucitori.

La metalmeccanica, infine, fatica a trovare tornitori, saldatori certificati e tecnici per l’assemblaggio di componenti complessi. Mestieri che, pur essendo fondamentali, rischiano di scomparire dal mercato se non verranno adeguatamente valorizzati.

Nordest l’area più critica, va meglio al Sud

Il problema non è distribuito in modo uniforme sul territorio. Il Nordest resta l’area più critica: nel 2024 il Trentino Alto Adige ha registrato una difficoltà di reperimento pari al 56,5 per cento, seguito dal Friuli Venezia Giulia e dall’Umbria. Pordenone guida la classifica nazionale con il 56,8 per cento di difficoltà, tallonata da Bolzano e Trento.

Il Sud, invece, mostra valori più contenuti: in Sicilia le difficoltà si fermano al 42 per cento, in Puglia al 41,9 e in Campania al 41. La media nazionale è del 47,8 per cento.

Le città che assumono di più

Guardando al futuro prossimo, le imprese prevedono 1,4 milioni di nuove entrate tra agosto e ottobre 2025. Milano e Roma si confermano i poli più attrattivi, con oltre 115 mila assunzioni ciascuna.

Seguono Napoli, Torino, Bari e Brescia. Numeri che confermano come, nonostante le difficoltà, il mercato del lavoro resti in fermento.

ChatGPT crea valore nella vita quotidiana e nel lavoro

Ormai l’adozione di ChatGPT si è estesa oltre la cerchia dei primi utilizzatori riducendo significativamente i divari demografici tra gli utenti. In particolare, il divario di genere. Se infatti a gennaio 2024 la percentuale di utenti con nomi femminili era del 37%, a luglio 2025 questa quota è salita a oltre il 52%, rendendo l’adozione di ChatGPT simile a quella della popolazione adulta generale

Lo rivela uno studio sull’uso di ChatGPT, frutto del lavoro congiunto tra il team di ricerca economica di OpenAI e l’economista di Harvard David Deming.
Lo studio si basa sull’analisi di 1.5 milioni di conversazioni, offrendo una visione panoramica su come l’Intelligenza artificiale stia creando valore economico nella vita di tutti i giorni e sul posto di lavoro.

Nei Paesi a reddito più basso il tasso di adozione dell’AI è 4 volte superiore

L’AI è diventata uno strumento globale, con una crescita particolarmente rapida nei Paesi a basso e medio reddito, dove a maggio 2025 i tassi di adozione sono stati oltre 4 volte superiori rispetto ai Paesi a reddito più elevato.

L’uso di ChatGPT da parte dei consumatori si concentra in gran parte su attività quotidiane e pratiche. I tre quarti delle conversazioni hanno infatti un orientamento pratico, vertendo principalmente sulla ricerca di informazioni e sulla scrittura. E se la scrittura è l’attività lavorativa più comune, la programmazione e l‘espressione personale per ora rimangono utilizzati da una nicchia di utenti.

Chiedere, Fare, Esprimere, le tre categorie dell’interazione

Secondo lo studio, le interazioni possono essere suddivise in tre categorie principali.
Con il 49% dei messaggi Chiedere (Asking) è la categoria che dimostra come le persone considerino ChatGPT più come un consigliere che come un semplice esecutore di compiti.

Fare (Doing, 40%), comprende invece interazioni orientate al compito, come la stesura di testi, la pianificazione o la programmazione, mentre Esprimere (Expressing, 11%), include un uso volto alla riflessione personale, l’esplorazione o il gioco.

AI, non è solo uno strumento per la produttività

L’impatto economico di ChatGPT si estende quindi dal lavoro alla vita personale, con circa il 30% del suo utilizzo destinato ad attività professionali e il restante 70% a scopi non lavorativi.

Entrambe le categorie, riferisce Adnkronos, continuano a crescere, sottolineando il duplice ruolo dell’AI come strumento di produttività e fattore di valore per i consumatori.
Un modo fondamentale in cui viene generato valore è attraverso il supporto decisionale, con l’AI che aiuta a migliorare il giudizio e la produttività, specialmente nelle mansioni ad alta intensità di conoscenza.