Consumi: il 48% degli italiani cambia dieta per motivi sostenibili

L’Italia si distingue per essere uno dei paesi più orientati alla sostenibilità.
Il 36 % degli italiani (erano il 53 % nel 2022) ritiene che entro 20 anni sarà impossibile salvare gli oceani dai danni irreparabili causati dall’uomo. Nel frattempo, quasi la metà dei consumatori italiani che cambia le proprie abitudini alimentari lo fa a causa di preoccupazioni ambientali. 

È quanto rileva una nuova ricerca globale promossa da Marine Stewardship Council (MSC), organizzazione non profit che protegge gli oceani promuovendo la pesca sostenibile.
La ricerca è stata pubblicata in occasione della quarta edizione delle Settimane della Pesca Sostenibile, una campagna nata per ricordare l’importanza del consumo sostenibile di prodotti ittici.

Gli italiani mangerebbero più pesce se fossero sicuri di non danneggiare gli oceani

Se il 48% degli italiani ha cambiato dieta rispetto a due anni fa per motivi ambientali, a livello globale la percentuale si ferma al 43%.
Il cambiamento maggiore nella dieta si è verificato nelle carni rosse, come manzo e agnello. A livello globale, il 39% degli intervistati ha confermato di averne ridotto il consumo negli ultimi due anni, mentre in Italia la percentuale sale al 57%.

Inoltre, il 46% dei nostri concittadini ha mangiato più verdure e il 12% più pesce rispetto a due anni fa.
Guardando al futuro, il 27% degli intervistati globali e il 38% dei consumatori italiani sarebbero disposti a mangiare più pesce se avessero la sicurezza di non causare danni agli oceani.

La maggiore preoccupazione ambientale è il cambiamento climatico

A livello globale, il cambiamento climatico è la principale preoccupazione che riguarda l’ambiente (51%), seguito dal timore per eventi estremi e distruzione di boschi e foreste.

Anche nel nostro Paese la prima preoccupazione ambientale riguarda il cambiamento climatico (56%), seguito però dai danni causati da inquinamento e spazzatura versati in fiumi e torrenti (43%), ed eventi estremi (43%).
Molto alta anche la preoccupazione per lo stato degli oceani: il 91% degli intervistati globali e il 94% di quelli italiani si dice preoccupato per la loro sorte.

Crolla l’ottimismo sulla possibilità di salvare i mari da danni irreversibili

Diminuisce la percentuale di italiani che ritiene che entro 20 anni sarà possibile salvare gli oceani dai danni irreparabili causati dall’uomo (dal 53% del 2022 al 36% di oggi), mentre cresce la quota di chi ritiene improbabile che la propria specie ittica preferita possa essere disponibile tra 20 anni (dal 33% al 50%).

A fianco di questo quadro poco rassicurante, la ricerca rileva anche un buon livello di empowerment e attenzione alla sostenibilità da parte degli italiani. L’Italia si classifica terza tra tutti i Paesi interessati dall’indagine per importanza data a questo tema.

Spreco alimentare, in Italia è aumentato del 45% in un anno

Nel 2024, lo spreco alimentare nelle case italiane ha registrato un preoccupante aumento del 45,6%, rispetto ai dati rilevati nell’agosto 2023. Ogni settimana, ben 683,3 grammi di cibo per persona finiscono nella spazzatura: si tratta di un notevole incremento rispetto ai 469,4 grammi del 2023. Questi dati emergono dal Rapporto Internazionale Waste Watcher 2024, presentato a Roma presso lo Spazio Europa. Il report, dal titolo “Lo spreco alimentare nei Paesi del G7: dall’analisi all’azione”, è stato curato dall’Osservatorio Waste Watcher International-Campagna Spreco Zero, in collaborazione con l’Università di Bologna e Ipsos. Lo studio punta a richiamare l’attenzione del prossimo G7 Agricoltura sul tema cruciale dello spreco di cibo.

Frutta e verdura gli alimenti più sprecati

Secondo la ricerca, gli alimenti più colpiti dallo spreco sono quelli alla base della Dieta Mediterranea. La classifica dei prodotti più sprecati vede al primo posto la frutta fresca, con 27,1 grammi gettati via a settimana per persona, seguita dalle verdure (24,6 g), pane fresco (24,1 g), insalate (22,3 g) e tuberi come cipolle e aglio (20 g). Questi dati evidenziano la scarsa gestione della spesa e delle risorse alimentari a livello domestico.

Le cause del fenomeno

Il rapporto identifica diverse cause alla base di questo fenomeno. Il 42% degli italiani dichiara di dover buttare frutta e verdura perché si deteriorano rapidamente una volta conservate in frigorifero. Inoltre, il 37% afferma di dover gettare alimenti perché già vecchi al momento dell’acquisto. Un altro fattore critico è legato al comportamento dei consumatori: il 37% dimentica il cibo in frigorifero o nella dispensa, causando il deterioramento degli alimenti. Solo il 23% pianifica i pasti settimanali, e il 75% degli italiani non riutilizza creativamente gli avanzi.

Le soluzioni proposte dagli esperti

Andrea Segrè, direttore scientifico dell’Osservatorio Waste Watcher, sottolinea la gravità di questo aumento dello spreco, legato anche alla diminuzione della qualità dei prodotti acquistati dalle famiglie a basso reddito. Secondo Segrè, è necessario un intervento istituzionale per promuovere l’educazione alimentare e migliorare la gestione degli alimenti nelle case italiane.

Le differenze nei comportamenti fra Nord e Sud 

Lo studio evidenzia anche significative differenze geografiche: il Sud e il Centro Italia sono le aree più colpite dallo spreco, con il 9% in più rispetto alla media nazionale. In queste regioni si sprecano rispettivamente 747 e 744 grammi di cibo a settimana, mentre il Nord risulta più virtuoso, con un valore inferiore del 11% rispetto alla media nazionale.

Aumentano le richieste di mutui: I semestre 2024 + 3,4%

È quanto confermano i dati dell’analisi del Barometro CRIF, basata sul Sistema di Informazioni Creditizie EURISC: i primi mesi del 2024 sono stati caratterizzati da una progressiva crescita della domanda dei mutui immobiliari da parte delle famiglie italiane. Un andamento positivo conseguente al taglio dei tassi di interesse da parte della BCE.

In particolare, nel I semestre 2024 le richieste dei mutui hanno segnato +3,4% rispetto al corrispondente periodo dell’anno precedente, valore che continua a essere influenzato dal fenomeno surroghe, in crescita del +6,4% nel I trimestre 2024 rispetto al I trimestre 2023.
Anche l’importo medio ha subito una leggera crescita (+1,0%), per un valore complessivo di 145.687 euro.

Dinamica ancora più positiva a giugno: raggiunto il 5,8%

Guardando al solo mese di giugno le richieste di mutuo arrivano a un valore del 5,8%, secondo valore massimo del semestre dopo il picco raggiunto a marzo.

La dinamica positiva è confermata anche se guardiamo al solo mese di giugno con un aumento del +3,0%.
“La domanda di mutui nei primi mesi dell’anno è stata influenzata positivamente dall’offerta di mutui a tasso fisso sempre più competitiva, che in particolare ha favorito le surroghe, e che unitamente alle prospettive di riduzione dei tassi, dovrebbe infondere maggiore stabilità e sicurezza alle famiglie nel programmare spese a lungo termine”, commenta Simone Capecchi, Executive Director di CRIF.

Piani di rimborso oltre 15 anni per 8 domande su 10

Per quanto riguarda la distribuzione per fascia di importo, nel I semestre del 2024 le richieste di mutuo per importi compresi tra 100.000 e 150.000 euro raccolgono le principali richieste con oltre il 30% del totale, a cui segue la fascia 150.000-300.000 euro con il 27,4%.
Dall’analisi della distribuzione delle richieste per durata, emerge che la classe più vivace è quella tra i 25–30 anni, con il 37,3% del totale.

Nel complesso, 8 richieste su 10 prevedono piani di rimborso superiori a 15 anni, a conferma della propensione delle famiglie a privilegiare soluzioni diluite nel tempo.
Per quanto riguarda la classe di età, le fasce 25-34 e 35-44 anni rappresentano il 61,2%, seguite dal range 45-54 anni, con il 23,2%, mentre gli over 55 raccolgono l’11,7%.

Direttiva UE case green e sviluppo del mercato

Un elemento che in prospettiva condizionerà ulteriormente lo sviluppo del mercato è la direttiva ‘case green’, approvata dal Parlamento Europeo lo scorso marzo. La direttiva pone obiettivi di efficientamento degli immobili per il 2035, con target intermedi da raggiungere nel 2030.

“Inoltre, – continua Capecchi – nei prossimi mesi, per effetto della dinamica di crescita, si potrebbe registrare un leggero aumento dei rischi di insolvenza, ma in una dinamica sostanzialmente accettabile”.

Frodi basate sul furto di identità: un pericolo per il credito al consumo 

Le frodi basate sul furto di identità continuano a rappresentare una minaccia per il settore del credito, in particolare per il credito al consumo. Secondo i dati riportati dall’Osservatorio CRIF – Mister Credit sulle Frodi Creditizie per l’anno 2023, in Italia sono stati registrati oltre 32.400 casi, con un importo medio per frode di 4.666 euro. Nonostante un leggero calo del numero di casi (-5,4%), il valore economico complessivo delle frodi è aumentato del +14,5%, superando i 151 milioni di euro. L’incremento dell’importo medio frodato (+21,1%) evidenzia un impatto finanziario più pesante per le vittime.

Il ruolo di una corretta educazione finanziaria 

“I dati riportati dal nostro Osservatorio confermano la necessità di un impegno congiunto su più fronti per contrastare efficacemente le frodi creditizie basate sul furto di identità. Se i frodatori appaiono sempre più esperti, aiutati anche dalle nuove tecnologie, gli utenti non appaiono in grado di difendersi. In linea con i risultati dello studio OECD/INFE del 2023, CRIF ritiene che rafforzare l’educazione finanziaria sia un elemento chiave nella lotta alle frodi creditizie”, afferma Beatrice Rubini, Executive Director della linea Mister Credit di CRIF.

Aumentano gli importi frodati  

L’importo medio delle transazioni fraudolente è in crescita. Secondo l’Osservatorio CRIF – Mister Credit, le frodi con importi tra 1.500 e 3.000 euro sono aumentate del +12,9%, mentre quelle tra 5.000 e 10.000 euro sono cresciute del +46,7%. Le frodi con importi superiori ai 20.000 euro hanno registrato un incremento del +28,6%. Questi dati indicano un cambiamento nelle strategie dei frodatori, che puntano sempre più su colpi di maggiore entità, sfruttando sofisticate tecniche di attacco.

Tipologie di finanziamento oggetto di frode

I prestiti finalizzati all’acquisto di beni e servizi restano la categoria di finanziamento più esposta alle frodi, con una quota del 45,3% sul totale dei casi rilevati nel 2023. Questo tipo di frode è aumentato del +18,2% rispetto all’anno precedente. Anche i prestiti personali vedono un aumento delle frodi, con un incremento del +14% nel 2023. Al contrario, le frodi su carte di credito, incluse quelle revolving, sono diminuite del -32%.

Cosa acquistano i malfattori?

Gli elettrodomestici rimangono la categoria di beni più ambita dai frodatori, nonostante una leggera contrazione rispetto all’anno precedente, con una quota del 26,4% dei casi analizzati. Le frodi nel comparto auto-moto sono aumentate del +29,4%, e quelle nel settore dei consumi, inclusi abbigliamento sportivo e beni di lusso, del +68,4%.

Chi sono le vittime

Le frodi hanno colpito maggiormente la fascia di età tra i 41 e i 50 anni, con il 22,5% delle vittime. L’aumento più significativo (+9,7%) si è registrato tra gli ultrasessantenni. A livello regionale, la Lombardia è la regione più colpita, seguita da Sicilia, Campania e Lazio.

Quanto tempo occorre per scoprire una frode?

Nel 2023, il 39,1% delle frodi è stato scoperto nei primi 6 mesi, e il 17,7% entro l’anno. Tuttavia, il 16,3% dei casi è stato scoperto dopo oltre 5 anni. “Alcuni elementi positivi emergono dall’Osservatorio, ma l’aumento dell’importo medio frodato evidenzia la notevole abilità dei criminali a colpire bersagli con maggiore capacità di spesa”, commenta Beatrice Rubini.

Smart working e settimana corta: gli italiani dicono sì

Il mondo del lavoro è in continua trasformazione, e la possibile introduzione della settimana corta, insieme alla consolidata pratica dello smart working, rappresenta un’opportunità per migliorare il benessere dei lavoratori e dell’ambiente. Un’indagine realizzata per Pulsee luce & gas, brand digitale di Axpo Italia, da NielsenIQ, ha analizzato le opinioni di un campione rappresentativo della popolazione italiana su questi temi.

I vantaggi del lavoro agile 

Secondo il rapporto, riferisce Adnkronos, un intervistato su tre lavora in modalità full remote o ibrida. Lo smart working è praticato in media per il 37% delle ore lavorative totali (uno o due giorni su cinque). Il 49% del campione preferisce il lavoro agile, mentre il 42% predilige l’ufficio. Tra i vantaggi del lavoro da casa emergono la riduzione dei tempi di spostamento (77%), con una media di 41 minuti risparmiati, e dei costi (72%), che ammontano a circa 124 euro al mese tra trasporti e pranzi di lavoro. Inoltre, il 64% dei partecipanti apprezza una migliore gestione dell’equilibrio tra vita privata e lavorativa.

L’isolamento sociale fa un po’ paura 

Nonostante i benefici, ci sono anche rischi percepiti nello smart working, come l’isolamento sociale (59%), la sedentarietà (58%) e la difficoltà a separare lavoro e vita privata (44%). L’espansione del lavoro da remoto è particolarmente adatta a professioni che non richiedono molti strumenti fisici: oltre il 70% degli intervistati ritiene di avere tutto il necessario per lavorare da casa. Tuttavia, solo il 26% possiede una sedia ergonomica, il 14% un piano di lavoro regolabile in altezza e l’11% un poggiapiedi.

Da casa si ottimizza il tempo, ma si consuma più energia 

Lavorare da remoto permette di ottimizzare il tempo per svolgere attività domestiche: l’89% degli intervistati sfrutta le pause per cucinare (66%), fare le pulizie (45%) o la lavatrice (44%). Tuttavia, questa modalità di lavoro può aumentare i consumi energetici: il 49% degli intervistati ha notato un incremento delle bollette. Per mitigare questo effetto, molti hanno adottato misure come l’uso di lampadine a basso consumo (59%), il maggiore sfruttamento della luce naturale (58%) e lo spegnimento del computer quando non in uso (44%).

Settimana corta, l’80% dei lavoratori la vuole

L’indagine ha esplorato anche l’impatto della settimana corta, desiderata dall’80% degli intervistati. Circa il 48% del campione ha figli, gestiti autonomamente nel 66% dei casi o con l’aiuto dei nonni (24%). Solo l’11% si avvale di baby-sitter, spendendo in media 115 euro al mese. La settimana corta è vista come un’opportunità per gestire meglio i propri figli e migliorare il benessere familiare.

La settimana corta è percepita positivamente per migliorare l’equilibrio tra lavoro e vita privata (72%), la soddisfazione personale (63%) e il tempo di qualità con famiglia e amici. Tuttavia, ci sono anche aspetti critici come l’aumento del carico di lavoro nei giorni lavorativi (51%), la maggiore pressione per raggiungere gli obiettivi (37%) e i problemi di coordinamento (27%).

Conclusioni

Smart working e settimana lavorativa corta sono strumenti percepiti come utili per migliorare la qualità della vita dei lavoratori italiani, offrendo benefici nella gestione familiare, nella cura degli anziani e nella salute complessiva.

Italiani e pet, un rapporto sempre più stretto. Però…

Nella società di oggi, i pet sono a tutti gli effetti dei membri della famiglia. La presenza di animali da compagnia nelle nostre case è ormai consolidata, tanto che gli italiani li vivono come componenti del nucleo familiare,  anche in termini di cura e accudimento. Micio e Fido vengono soprattutto salvati dalla strada o scelti in un canile o gattile, diventando parte integrante della vita quotidiana di tantissimi nostri connazionali.

Un amore generalizzato

L’amore per gli animali è comunque generalizzato poiché in larghissima maggioranza gli italiani continuano a dirsi contrari a caccia, vivisezione, uso delle pellicce e animali nei circhi. Questo sentimento si riflette nella diffusione degli animali da compagnia: in quasi una casa su quattro in Italia troviamo almeno un animale da compagnia, con una percentuale del 37,3%, un aumento del 4,6% rispetto al 2023.

Cani e gatti gli animali domestici preferiti

Poco più di 4 italiani su 10 che accolgono un animale possiedono un cane (41,8%) e quasi 4 su 10 un gatto (37,7%). Questi numeri, contenuti nel 36 Rapporto Italia di Eurispes, mostrano quanto siano popolari i cani e i gatti come animali domestici nelle case italiane.

Quanto si spende per il benessere di Micio e Fido?

Il 20,3% di chi ha con sé un animale spende meno di 30 euro al mese per la sua cura e il mantenimento. Circa il 60% degli italiani, invece, effettua una spesa mensile superiore ai 30 euro ed entro i 100 euro. Dal 2015 ad oggi è sensibilmente diminuita la percentuale di coloro che riescono a spendere meno di 30 euro al mese e dai 30 ai 50 euro, segno di una maggiore consapevolezza e attenzione verso le necessità degli animali da compagnia.

La maggior parte di cani e gatti è adottata

Ma da dove arrivano gli animali presenti nelle nostre case? I pet vengono soprattutto salvati dalla strada o scelti in un canile o gattile (39,7%), ma in un caso su quattro (25%) si è trattato di un acquisto in negozio o allevamento, mentre in uno su cinque di un regalo (20,8%). Anche se l’adozione resta la scelta principale, esistono diverse strade attraverso le quali gli animali entrano nelle nostre vite.

Difficoltà e rinunce

Il 14% dei proprietari di un pet ha pensato di dare in affido il proprio animale a causa di difficoltà economiche ma di non averlo fatto, mentre il 7,1% ha dovuto prendere questa decisione. Il 13,9% ha pensato di dare in affido il proprio animale a causa delle difficoltà nel gestirlo in termini di tempo o di incompatibilità con la famiglia, ma di non aver poi proceduto in tale senso, mentre il 6,5% ha dovuto optare per l’affido ad altri. Il 20% ha rinunciato ad avere altri animali, oltre a quelli già in loro possesso, a causa di difficoltà economiche, e il 29,2% ha dovuto rinunciarvi per difficoltà nel gestirli.

Temi etici

Per quanto riguarda i temi etici legati al mondo animale, gli italiani continuano a dire “no” alla vivisezione (76,6%), alla caccia (72,9%), alla produzione e all’uso delle pellicce (78,3%) e all’utilizzo degli animali nei circhi (78,1%). Queste posizioni riflettono una forte sensibilità etica e un crescente rispetto verso gli animali nel nostro Paese.

Baby Boomer: perchè è la generazione sotto i riflettori dei marketers?

Negli ultimi 50 anni i Baby Boomer , quelli che oggi hanno tra 60 e 78 anni, hanno esercitato una grande influenza culturale, e oggi controllano buona parte della ricchezza dei Paesi più affluenti. È quindi imperativo per le aziende continuare a comprenderli, perché sono la prima generazione che ha dimostrato al mondo cosa significa davvero innovare, tanto da trasformare il segmento ‘senior’ in qualcosa che prima non esisteva.

Insomma, più longevi, più ricchi dei giovani, con più tempo a disposizione (a meno che non decidano di continuare a lavorare), i Boomers non sono gli anziani di una volta.
Un esercito che nel 2024 conta 9,7 milioni di individui in Spagna, 12,9 milioni in UK, 13,6 milioni in Italia, 14,3 milioni in Francia, 18,3 milioni in Germania.

Tanti progetti, tanti consumi

Quali sono, quindi, i trend che i marketers devono tenere in considerazione sui Boomer? 
Mentre la generazione precedente (nati fra il ’25-‘45) ha smesso di lavorare dopo 65 anni, alcuni Boomer continuano a farlo, spesso, per mantenere il livello di benessere e sostenere i figli adulti o per necessità di sentirsi inseriti nella vita sociale.

Parallelamente, iniziano altri progetti. Chi lavora continua a investire nei trasporti, abbigliamento, pasti fuori casa o tecnologia aggiornata, chi si ritira amplia i consumi del tempo libero (sport, cultura, viaggi). Per tutti cresce la centralità del benessere. Esercizio fisico e alimentazione corretta possono allontanare l’invecchiamento, ma non scongiurarlo, quindi aumenta la spesa la salute e la cura di sé. 

Welfare familiare e donne protagoniste delle decisioni d’acquisto

Per la prima volta un enorme numero di donne ha lavorato fuori casa e ora può disporre di maggior tempo e soldi da dedicare a sé. E se gli investimenti in cultura e viaggi parlano al femminile, le donne sono sempre più protagoniste anche delle decisioni di acquisto di auto e dotazioni della casa.

Il sostegno alla famiglia in senso lato (figli e nipoti) assume intensità diverse nelle grandi o piccole città, nei segmenti di status alto o basso, ma resta una rete di protezione importante (welfare familiare). Al contempo, nonni e consuoceri influenzano e contribuiscono alle decisioni di acquisto anche delle famiglia dei figli.
Quando poi inflazione e tassi crescono la duplice esigenza di salvaguardare il patrimonio e farlo fruttare coinvolge anche il supporto di figli e nipoti.

Digital education e stimoli alimentari 

La pandemia è stato un catalizzatore per una generazione da sempre ignorata dai digital marketer. Questa fascia anagrafica ha iniziato a ‘frequentare’ più spesso i social, fare acquisti ed effettuare pagamenti virtuali. Si sono sviluppate nuove forme di alfabetizzazione digitale trasformate in nuove abitudini destinate a restare.

Ma i senior sono comunque sottoposti anche a nuovi stimoli alimentari (nuove mode, integrazioni con proteine, vitamine o altro), e sarà interessante monitorare il livello di attrazione per queste nuove proposte.

Carne coltivata: cosa ne pensano gli italiani?

Qual è il sentiment degli italiani nei confronti della carne coltivata? Lo ha scoperto un gruppo di ricerca dell’Università di Ferrara insieme a SWG, che hanno intervistato 5 chef affermati, 741 studenti/studentesse all’ultimo anno dell’istituto alberghiero, 1000 consumatori e 1000 possessori di animali domestici.

Lo scenario della carne coltivata, o “artificiale”, “pulita”, “cruelty-free”, è ancora in divenire, sia per i perfezionamenti tecnologici e di processo necessari per ottimizzarne efficienza ed efficacia, sia per i test richiesti per verificarne la sicurezza e la portata dei vantaggi. Potenzialmente però è uno scenario rivoluzionario per i suoi benefici a livello collettivo e individuale.
Principalmente, in termini di copertura della crescente domanda mondiale di carne, riduzione della pressione ambientale generata dagli allevamenti intensivi, e riduzione dei rischi per la salute.

“In attesa di una verifica sul campo”

“Dagli studi condotti emergono interesse e curiosità da parte degli intervistati nei confronti della carne coltivata, che non va vista in contrasto o contrapposizione con la carne tradizionale, soprattutto quella di qualità, bensì con quella da allevamenti intensivi – dichiara il professore Fulvio Fortezza, Dipartimento di Economia e Management dell’Università di Ferrara -. Non si tratta di un dettaglio, perché questa visione delle cose, ferme restando le verifiche sul campo che ancora aspettano la ‘carne di nuova generazione’, potrebbe cambiare completamente i termini della questione”.

La maggior parte degli intervistati vorrebbe assaggiarla

Tutti e 5 gli chef sono favorevoli a introdurre la carne coltivata nei loro menu, mentre il 71% circa dei futuri chef è tendenzialmente favorevole e il 69% circa tenderebbe ad assaggiarla, così come il 70% circa dei consumatori. Tra loro sembrano essere soprattutto i mangiatori di carne “con rimorsi” (uomini) a manifestare interesse per la carne coltivata e per i suoi possibili benefici sulla salute e l’ambiente.

L’idea che la carne coltivata sia promossa da chef riconosciuti tende ad aumentare la disponibilità a pagare per questa tipologia di carne.

Se fa bene all’ambiente fa bene anche al pet 

Quanto ai possessori di cani, sempre più attenti alle diete dei loro amici a quattro zampe, concepiti sempre più come veri e propri membri della famiglia, la maggioranza degli intervistati (53%) farebbe assaggiare la carne coltivata al proprio pet, mentre solo il 22% dichiara una totale chiusura in tal senso.

La percentuale di accettazione potenziale aumenta al 58% se posta in termini di disponibilità a comprarla in modo più o meno regolare.
Il 43% degli intervistati, riferisce Italpress, sarebbe disposto a pagarla almeno quanto, o addirittura di più, dei prodotti a base di carne tradizionale, in particolare per i possibili benefici di questa scelta sull’ambiente.

Mind Health Report: gli italiani e la salute mentale

Secondo i dati emersi dall’edizione 2024 di Mind Health Report, l’indagine AXA sul benessere mentale condotta da IPSOS in 16 Paesi, tra cui l’Italia, la salute mentale continua a destare preoccupazione a livello globale, con il 32% della popolazione che riporta una forma di disturbo mentale, percentuale in aumento di 5 punti rispetto al 2022.

Un quadro che desta preoccupazione anche in Italia, dove la percentuale scende al 28%, anche rispetto all’Europa, ma cresce rispetto allo scorso anno di 6 punti.
Ansia (14%) e depressione (12%) sono i disturbi più comuni. E nel 2023 il 60% degli italiani ha dichiarato di aver affrontato almeno una difficoltà personale, in particolare le donne e i giovani.

La mancanza di consapevolezza incide sulla diagnosi e la cura

Ciò che emerge da questa nuova edizione del report è la scarsa consapevolezza sul tema del benessere mentale e sull’importanza di un supporto professionale. Cresce infatti il trend relativo all’autodiagnosi e alla gestione autonoma dei disturbi. Rispetto al 2022, il numero di diagnosi effettuate da professionisti è in calo, mentre salgono significativamente le diagnosi fatte in autonomia o su Internet (+8%).

Inoltre, 9 italiani su 10 (88%) valutano la propria condizione mentale come buona o media, mentre un quarto della popolazione (26%), ad esempio, manifesta sintomi riconducibili a depressione, ansia o stress in forma grave o molto grave.

Il 44% degli italiani sceglie di auto-gestire i disturbi

Sul fronte della gestione e della cura, il 44% degli italiani ha scelto di auto-gestire i disturbi relativi al benessere mentale, un trend in aumento di 7 punti rispetto al 2022, e più diffuso rispetto al resto del mondo (40%).
Un terzo degli italiani sospettati di soffrire di depressione, ansia o stress (33%), inoltre, non ha consultato un medico quest’anno.

A livello globale le difficoltà mentali tendono a esser ricondotte principalmente a ragioni personali (33%) piuttosto che professionali (23%).
Tuttavia, in Italia come nel resto del mondo, il 76% dei lavoratori sta manifestando almeno un disturbo collegabile al lavoro, tra cui stanchezza, perdita di energie e di interesse, disturbi del sonno, stress e ansia.

Mind Health e luogo di lavoro

La condizione di disagio attraversa trasversalmente tutta la popolazione aziendale, ma è significativa l’evidenza che vede i giovani riportare percentuali di disagio in linea con la popolazione più anziana.
Il disimpegno è uno dei primi campanelli di allarme che le aziende dovrebbero prendere in considerazione. Nonostante il dato sia più basso della media, il 62% degli italiani pianifica di dedicare meno energie al lavoro (rispetto al 69% a livello globale), mentre il 44% sta pensando di lasciare o cambiare impiego.

A livello globale, il 23% dei lavoratori ha preso un congedo per malattia a causa di problemi di benessere mentale (38% tra i giovani lavoratori).
In Europa, comunque, è l’Italia il Paese con il minor numero di assenze per malattia (16% vs 22% Europa).

Cybersecurity: quasi un quarto degli utenti online è vittima di stalking digitale

Nonostante a livello globale quasi un quarto degli utenti digitali (23%) abbia subito qualche forma di stalking online da parte di una persona che stava frequentando da poco, in generale le persone sembrano sottovalutare l’importanza delle impostazioni di localizzazione, la salvaguardia della privacy dei dati, e più in generale, dell’oversharing.

Uno studio commissionato da Kaspersky su un campione di 21.000 persone in tutto il mondo rivela dati impressionanti sull’entità degli abusi digitali.
In Italia il 31% ha subito violenze o abusi da parte del partner attuale o precedente, il 14% ha ricevuto e-mail o messaggi indesiderati, il 9% ha subito una violazione di account social ed email e il 6% è stato filmato o fotografato senza il proprio consenso.

Per il 18% degli italiani è normale controllare gli account social del neo partner

Inoltre, un altro 6% ha ammesso di essere stato localizzato e il 4% di aver subito l’installazione di stalkerware sui propri dispositivi.
Ma il 18% degli intervistati italiani considera normale, come misura precauzionale, cercare su Google o controllare gli account dei social media di una persona che si è iniziato a frequentare, e il 28% ha ammesso di averlo fatto all’inizio di una relazione.

È altresì preoccupante come gli italiani che dichiarano di avere una relazione da poco tempo abbiano subito più violenze o abusi rispetto a quelli che hanno una relazione di lunga durata (47% contro 28%).
In ogni caso, le donne italiane che hanno subito qualche forma di violenza o abuso sono in proporzione più numerose rispetto agli uomini (34% contro 26%).

Cresce la paura della persecuzione online

A livello globale, il 34% degli intervistati ha dichiarato di essere spaventato dall’idea di essere perseguitato online, con una percentuale di donne leggermente superiore rispetto agli uomini (36% contro 31%).

Sempre a livello globale un numero maggiore di persone che hanno subito qualche forma di stalking online proviene dall’America centrale e meridionale e dall’Asia.
In India il 42% degli intervistati ha riferito di essere stato vittima di stalking online, il 38% in Messico e il 36% in Argentina.

La tecnologia facilita l’abuso

“Navigare nei siti di incontri online e negli spazi virtuali può essere rischioso, ed è fondamentale che i social media e le app di dating implementino processi di verifica, che possano aiutare a confermare che i profili degli utenti corrispondano alle loro foto reali – ha commentato Emma Pickering, Head of Technology-Facilitated Abuse and Economic Empowerment, Refuge -. Data la natura pervasiva dello stalking e dell’abuso facilitato dalla tecnologia, consigliamo alle persone di proteggere la propria presenza online, compresi password e account. Chi è preoccupato dovrebbe contattare le autorità locali o i servizi di assistenza”.