Allarme dipendenza digitale: bambini e adolescenti sempre più fragili

La tecnologia permea ogni aspetto della vita quotidiana, offrendo strumenti straordinari. Ma accanto ai vantaggi emergono effetti collaterali inquietanti, specie tra i più giovani.

La cronaca recente racconta casi allarmanti: un quindicenne ricoverato in Piemonte per una crisi d’astinenza da smartphone e una bambina a Roma che si è lanciata dalla finestra dopo che le era stato tolto il cellulare. Segnali evidenti di un disagio che ha radici più profonde e che chiama in causa famiglia, scuola e istituzioni.

Un decalogo per genitori ed educatori

Per affrontare questa crescente emergenza, l’Intergruppo Parlamentare Prevenzione e Riduzione del Rischio, presieduto dall’onorevole Gian Antonio Girelli, ha promosso un’iniziativa che coinvolge esperti, operatori sanitari e rappresentanti delle istituzioni. Il risultato è un decalogo pratico, pensato per guidare genitori ed educatori nell’educazione digitale dei ragazzi. Ecco i dieci punti fondamentali:

  1. Essere un esempio positivo: gli adulti devono usare la tecnologia in modo equilibrato, mostrando ai figli come gestirla con consapevolezza.
  2. Stabilire regole condivise: definire limiti di tempo e spazi senza schermi, coinvolgendo i figli nella definizione delle regole.
  3. Offrire alternative reali: proporre sport, letture, attività creative e momenti di noia costruttiva per ridurre il tempo online.
  4. Evitare l’uso dei dispositivi come consolazione: non usare tablet o smartphone per calmare o distrarre i bambini.
  5. Tutela dei momenti relazionali: pasti, sonno e tempo in famiglia vanno protetti dalla presenza degli schermi.
  6. Adeguare l’uso all’età: nessuno schermo prima dei 2 anni; accesso ai social solo dopo i 12 anni e sempre con supervisione.
  7. Non anticipare i social media: l’ingresso precoce nei social comporta rischi emotivi e relazionali.
  8. Sorveglianza attiva: conoscere le app utilizzate, discutere con i figli di ciò che vedono online.
  9. Riconoscere segnali di allarme: isolamento, irritabilità, dipendenza dal dispositivo vanno osservati e affrontati con l’aiuto di un esperto.
  10. Agire insieme come comunità: famiglie, scuola, sanità e istituzioni devono collaborare per una crescita digitale sana.

Parlano gli esperti: la connessione non sostituisce la relazione

Durante la conferenza stampa di presentazione, il professor Giuseppe Ducci, direttore del Dipartimento di Salute Mentale di Roma 1, ha lanciato un monito: “Quella che chiamiamo dipendenza da smartphone è solo la punta dell’iceberg. I bambini sviluppano legami emotivi guardando negli occhi, non negli schermi. Se questi momenti vengono sostituiti dalla connessione digitale, le conseguenze si manifestano nell’adolescenza, con problemi affettivi, isolamento e disagio emotivo”.

Un patto educativo per il futuro

“Serve una cultura digitale condivisa, per evitare che la tecnologia si trasformi in una minaccia”, ha affermato l’on. Girelli. “Non possiamo più ignorare il problema. Dobbiamo educare, prevenire e intervenire con strumenti concreti”.

Il decalogo è un primo passo per ritrovare il giusto equilibrio tra tecnologia e relazioni umane, tra connessione e consapevolezza.

Mangiare fuori: nel 2024 spesi “solo” 85 miliardi, meno del pre-Covid 

Da oltre dieci anni la spesa per il cibo in Italia è sostanzialmente uguale. I consumi alimentari totali nel 2024 ammontano a 234 miliardi di euro, di cui 150 miliardi per il solo consumo domestico, che nei due anni del Covid (2020-2021 ha segnato il record di 157 miliardi. Il  livello degli attuali consumi alimentari ci riporta quindi ai numeri del 2015.

Nel 2024 per la ristorazione fuori casa gli italiani hanno speso una media di 3.264 euro a famiglia, raggiungendo 85 miliardi di euro, sotto i livelli del 2018 (87 miliardi) e 2019 (88 miliardi).
Emerge dai dati elaborati da TEHA in occasione della 9a edizione del Forum Food&Beverage di Bormio.

Come recuperare terreno rispetto ai livelli pre-crisi?

“Alla base di questa stagnazione – dichiara Valerio De Molli, ceo e Managing Partner di TEHA – c’è una dinamica che distingue l’Italia da tutti gli altri Paesi OCSE: è l’unico Paese dove i salari reali medi sono diminuiti dal 2000, con una variazione annua negativa dello 0,2%, mentre la media OCSE registra un aumento dello 0,7%. A ciò si aggiunge la crescita dell’inflazione, in particolare quella alimentare, che ha raggiunto un massimo storico del +13,8% a ottobre 2022”.

La ripresa dei consumi interni rappresenta perciò una condizione fondamentale per il rilancio economico. La domanda interna sostiene il 60% del Pil, di cui i consumi alimentari costituiscono una parte fondamentale.
Per le imprese dell’agroalimentare, “diventa cruciale recuperare terreno rispetto ai livelli pre-crisi – aggiunge Benedetta Bioschi, partner TEHA – e innescare un circolo virtuoso di crescita sostenuta dalla domanda”. 

I “redditi” più alti spendono oltre 800 euro al mese

L’impatto dell’inflazione non è uniforme e colpisce in modo più severo le famiglie con redditi più bassi.
Nel 2023, il 78% della spesa delle famiglie con reddito più basso è assorbito da spese incomprimibili, il 25% in più rispetto alle famiglie con reddito più alto.

Questa polarizzazione si riflette chiaramente nelle abitudini alimentari. Le famiglie del ‘quinto quintile’ spendono in media 806 euro al mese per l’alimentazione in casa, accettando una spesa maggiore pur di acquistare la stessa tipologia di prodotto, mentre quelle del primo quintile si fermano a 372 euro. 

Meglio cucinare in casa

La differenza è ancora più forte nel consumo fuori casa, che rappresenta il 43,1% della spesa alimentare per i redditi più alti e appena il 12,5% per i più poveri.
Allo stesso tempo, emerge una tendenza marcata a cucinare in casa-

Oltre il 90% del campione aumenterà questa abitudine, non solo per contenere la spesa, ma anche come risposta al bisogno di controllo e qualità del cibo.
E tre italiani su 10 manterranno o aumenteranno l’abitudine di ordinare cibo attraverso le app di delivery.

Birra sostenibile: la rivoluzione green è guidata dalla Gen Z

La sostenibilità guida le preferenze di oltre tre consumatori di birra su quattro, coinvolgendo trasversalmente tutte le generazioni. Ma è la GenZ a mostrare una sensibilità superiore rispetto a Millennials e GenX.

Le differenze generazionali indicano i giovani tra 18 e 27 particolarmente attenti a packaging ecologico (43%), salute e sicurezza sul lavoro (24%), mentre i Millennials si concentrano sull’utilizzo di energia pulita (37%).
La GenX pone invece maggiore enfasi sulla tutela del suolo (56%) e sulla produzione locale e stagionale (47%). Emerge dall’indagine condotta da BVA Doxa per il Centro Informazione Birra (CIB) di AssoBirra.

I driver di scelta per l’acquisto

Il 40% dei GenZ dichiara di aver consapevolmente acquistato birra da aziende impegnate nella sostenibilità, a fronte del 29% dei Millennials e del 25% della GenX.
In generale, oltre la metà dei consumatori si dice disposta a pagare fino al 10% in più per una birra sostenibile. La GenZ si distingue nuovamente, con il 27% che si spinge a investire anche il 20% in più, confermandosi la generazione che ha maggiormente rivisto le proprie abitudini d’acquisto in chiave green.

Tra i principali driver di scelta spiccano l’agricoltura sostenibile (42%) e il packaging ecologico (37%).
Quest’ultimo tema riscuote particolare attenzione tra i più giovani, mentre la Gen X mostra un forte interesse per la provenienza delle materie prime, con un picco del 50% a favore dell’agricoltura sostenibile.

Rilevanti le fonti rinnovabili per la produzione

In crescita anche la sensibilità verso l’uso di energia rinnovabile, come quella solare o eolica, indicata dal 32% della GenZ come fattore rilevante nella scelta del prodotto.
I social media si confermano poi il canale d’informazione preferito (75%) per conoscere le iniziative sostenibili dei brand di birra, superando la televisione (56%) tra le fonti di riferimento per tutte le fasce generazionali.

I consumatori di tutte le generazioni concordano inoltre sull’importanza che le aziende produttrici di birra adottino pratiche sostenibili e siano in grado di comunicarle in modo trasparente ed efficace.
Tra tutte, la GenX risulta la più sensibile a questo tema. Il 41% considera infatti fondamentale l’impegno concreto delle aziende (33% GenZ, 27% Millennials).

La coerenza nella comunicazione aziendale

Nel complesso, il 77% dei consumatori ritiene credibile che un’azienda birraria possa adottare pratiche sostenibili.
Solo il 59% però percepisce un’effettiva coerenza tra queste azioni e l’immagine che il brand comunica.

Su questo fronte, i Millennials si dimostrano i più fiduciosi (67%), mentre la GenZ appare più scettica, con solo il 52% che riconosce un allineamento tra valori dichiarati e comportamenti reali.
Nonostante la crescente attenzione alla sostenibilità, il 65% degli intervistati non conosce il significato dei termini ‘greenwashing’ o ‘ecologismo di facciata’. La GenZ si conferma la più informata: il 44% ne ha già sentito parlare, ma solo il 58% è in grado di definire questi termini correttamente.

Il sentiment degli italiani tra incertezze economiche e timori per la politica estera

I dati emersi dall’ultimo sondaggio Ipsos, presentato da Nando Pagnoncelli durante la trasmissione DiMartedì, offrono uno spaccato significativo sullo stato d’animo degli italiani.

La sensazione generale è di preoccupazione diffusa, sia per la situazione economica interna, sia per gli scenari internazionali legati alla politica degli Stati Uniti, in particolare quella portata avanti da Donald Trump.

Economia personale in peggioramento

Alla domanda sull’andamento della propria condizione economica, il 43% degli intervistati ha dichiarato che la situazione, personale e familiare, è peggiorata dall’inizio dell’attuale governo. Solo una minoranza – il 16% – ha percepito un miglioramento, mentre un ampio 41% non ha saputo o voluto esprimere un parere.

Anche guardando al futuro, l’ottimismo è scarso. Il 46% degli italiani si aspetta un peggioramento nei prossimi 12 mesi, a fronte di appena l’11% che prevede un miglioramento. Ancora una volta, quasi la metà del campione – il 43% – resta incerto sul da farsi, segno di un malessere diffuso e di un’incapacità di immaginare cambiamenti positivi a breve termine.

Lo “spauracchio” dei dazi

Sul fronte internazionale, gli italiani si mostrano critici nei confronti del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Secondo il sondaggio Ipsos, il 73% degli intervistati ha espresso un giudizio negativo sul leader americano, mentre solo il 17% ha una visione favorevole. Il restante 10% ha preferito non prendere posizione.

Particolare attenzione ha suscitato la questione dei dazi commerciali recentemente paventati da Trump. Il 61% degli italiani si è detto preoccupato per le possibili conseguenze economiche di queste misure protezionistiche, temendo impatti negativi sull’economia globale e, di riflesso, su quella nazionale. Solo il 24% non ha manifestato timori, mentre il 15% è rimasto neutrale.

Conclusione: un Paese in attesa di certezze

L’indagine Ipsos mostra un’Italia sospesa, in cerca di rassicurazioni. La combinazione tra un’economia percepita come stagnante e l’instabilità dello scenario internazionale contribuisce a rafforzare un senso generale di sfiducia.

Per il momento, gli italiani osservano e attendono, sperando in segnali concreti di miglioramento.

Lavoro: a febbraio 2025 crescono occupati e inattivi, diminuiscono i disoccupati

Emerge dai dati Istat relativi alle previsioni sull’occupazione. Nel mese di febbraio 2025 il numero di occupati è salito a 24 milioni e 332mila. La crescita rispetto al mese precedente coinvolge i lavoratori autonomi, che salgono a 5 milioni e 170mila, e i dipendenti a termine (2 milioni 710mila), mentre sono sostanzialmente stabili i dipendenti permanenti (16 milioni 451mila).

L’occupazione aumenta anche rispetto a febbraio 2024 (+567mila occupati) come sintesi della crescita dei dipendenti permanenti (+538mila) e degli autonomi (+141mila) a fronte del calo dei dipendenti a termine (-112mila).
Su base mensile, crescono sia il tasso di occupazione, al 63,0% ((+0,1%), e quello di inattività, al 32,9% (+0,1%), mentre il tasso di disoccupazione diminuisce al 5,9% (-0,3%),

Occupazione: +47mila unità rispetto a gennaio

Rispetto al mese precedente a febbraio 2025 la crescita degli occupati e degli inattivi si associa alla diminuzione dei disoccupati.
L’aumento dell’occupazione (+0,2%, pari a +47mila unità) riguarda le donne, i dipendenti a termine, gli autonomi e tutte le classi d’età, a eccezione dei 25-34enni per i quali, come avviene per gli uomini, il numero di occupati diminuisce.

Il calo delle persone in cerca di lavoro (-4,9%, pari a -79mila unità) interessa gli uomini, le donne e tutte le classi d’età.  Quanto al tasso di disoccupazione giovanile, nel mese diminuisce al 16,9% (-1,4%) rispetto a gennaio 2025.

A livello trimestrale -1,7% inattivi

La crescita degli inattivi (+0,3%, pari a +33mila unità) coinvolge gli uomini e i 25-34enni. Questo, a fronte di un calo tra le donne e nelle altre classi d’età, a eccezione dei 15-24enni, per i quali si registra una sostanziale stabilità.

Confrontando il trimestre dicembre 2024-febbraio 2025 con quello precedente (settembre-novembre 2024), si registra un aumento di 199mila occupati (+0,8%).
La crescita dell’occupazione, osservata nel confronto trimestrale, si associa all’aumento delle persone in cerca di lavoro (+2,0%, pari a +32mila unità) e alla diminuzione degli inattivi (-1,7%, pari a -208mila unità).

Il confronto annuale conferma i dati mensili 

Sempre a febbraio 2025, il numero di occupati supera quello di febbraio 2024 del 2,4%, pari a +567mila unità.
L’aumento degli occupati riguarda gli uomini, le donne, i giovani tra 15 e 24 anni e chi ha almeno 50 anni d’età, mentre per i 25-49enni si osserva una diminuzione.

Complessivamente, in un anno il tasso di occupazione sale dell’1,1%.
Inoltre, rispetto a febbraio 2024, diminuisce sia il numero di persone in cerca di lavoro (-18,4%, pari a -342mila unità) sia quello degli inattivi tra 15 e 64 anni: -0,5%, pari a -60mila unità.

Italia, 6 persone su 10 hanno un dispositivo Smart  

Nel 2024 il mercato della Smart Home in Italia torna a crescere a doppia cifra, registrando un incremento dell’11% rispetto all’anno precedente e raggiungendo un valore complessivo di 900 milioni di euro. Questo risultato appare particolarmente positivo se confrontato con il resto d’Europa, dove la crescita media si è fermata al 6,5% nei primi sei mesi dell’anno. Tuttavia, la spesa pro capite italiana per soluzioni smart rimane inferiore rispetto alla media europea, con 15,5 euro per abitante contro i 32,5 euro registrati in altri Paesi.

I dati emergono dalla ricerca dell’Osservatorio Internet of Things del Politecnico di Milano, presentata durante il convegno “Nuove sfide per la Smart Home tra AI, dati e sostenibilità: mission (im)possible?”. L’analisi condotta da BVA Doxa ha permesso di esplorare il livello di diffusione delle tecnologie smart nelle abitazioni italiane, il grado di consapevolezza degli utenti e il loro interesse per i dispositivi connessi.

Gli italiani e la casa intelligente

Secondo lo studio, sei italiani su dieci possiedono almeno un dispositivo smart in casa, ma solo quattro su dieci lo hanno effettivamente connesso alla rete internet. Nonostante ciò, l’interesse per questo tipo di soluzioni è in crescita: un italiano su tre si dichiara intenzionato ad acquistare nuovi dispositivi per rendere la propria abitazione più connessa e automatizzata.

Uno degli aspetti più interessanti riguarda l’interazione con la tecnologia. L’uso delle app per la gestione della Smart Home è aumentato del 18% rispetto al 2023, mentre gli assistenti vocali sono utilizzati dal 24% degli utenti (+4%). Sempre più persone combinano entrambe le modalità per un’esperienza più fluida e integrata. L’app si conferma l’interfaccia principale per il controllo della casa connessa, anche se rimane ancora molto da fare per migliorare l’interoperabilità tra i diversi dispositivi.

Tra sicurezza, risparmio e incentivi

Le principali motivazioni che spingono gli italiani verso la Smart Home riguardano la sicurezza domestica, la comodità nell’interazione con i dispositivi e il controllo dei consumi energetici. Circa il 30% desidera una casa più sicura, il 28% vorrebbe una gestione più intuitiva della domotica e il 23% è interessato a soluzioni che consentano un maggiore risparmio energetico.

In questo scenario, gli incentivi statali giocano un ruolo cruciale. Più della metà dei consumatori ritiene che le agevolazioni fiscali siano un elemento determinante nelle decisioni di acquisto. Un italiano su cinque afferma che un aumento degli incentivi lo spingerebbe a investire nella domotica nei prossimi mesi, mentre il 15% potrebbe rinunciare del tutto all’acquisto in caso di riduzione degli aiuti statali.

Il mercato della Smart Home è quindi in una fase di evoluzione, trainato dall’innovazione tecnologica e dalla crescente consapevolezza dei consumatori. Tuttavia, per garantire uno sviluppo sostenibile del settore, sarà fondamentale migliorare l’integrazione tra i dispositivi, incentivare l’uso consapevole della tecnologia e continuare a supportare gli investimenti con politiche mirate.

Startup innovative: i giovani “pesano” più al Nord, le donne al Sud

È una geografia delle startup innovative a doppia frequenza quella italiana. Nel 2024 al Nord gli under 35 conducono il 17,2% delle startup innovative dell’area, ma la mappa si ‘capovolge’ se si guarda alla quota delle startup innovative guidate da donne. Dall’analisi del Centro Studi Tagliacarne e Unioncamere emerge come nel Mezzogiorno le startup femminili pesino di più rispetto al resto del Paese. Sono infatti il 15,8% (con punte del 27,5% in Molise), rispetto al 15,1% del Centro e l’11,8% del Nord.

Al Nord però giovani e donne startupper sono più numerosi. Nel Settentrione risiede più della metà (52%) delle startup innovative under 35 del Paese (1.084 su 2.049), e oltre un terzo di quelle femminili, 745 su 1.648. Ed è il Nord-Ovest a trainare l’intera area, perché il Nord-Est frena, presentando l’incidenza più bassa per startupper femminili e under 35.

La Lombardia raccoglie metà dell’innovazione nazionale

Nel complesso, le startup innovative presentano un’incidenza dei giovani quasi doppia rispetto a quella del totale delle imprese italiane (16,9% vs 8,4%) e una quota di imprese femminili pari a circa la metà (13,6% vs 22,7%).

A livello regionale, la metà delle le startup innovative si trova in Lombardia (568 giovanili, equivalenti al 27,7% del totale nazionale e 382 femminili, il 23,2%), seguita da Campania (242 under 35, 11,8% e 232 ‘rosa’, 14,1%) e Lazio (231, 11,3% e 224, 13,6%).
Non sorprende trovare nelle prime tre posizioni della classifica provinciale Milano, con 408 startup innovative giovanili (il 19,9% di quelle nazionali) e 281 startup innovative femminili (17,1%), Roma (206, 10,1% e 200, 12,1%,) e Napoli (139, 6,8% e 121, 7,3%). 

Il Mezzogiorno avanza più spedito

Tra il 2016 e il 2024 le startup innovative under 35 sono cresciute del 66,5%, ma al Meridione hanno allungato maggiormente il passo (+69,1%). Seguono il Nord (+67,5%), rallentato dall’andamento del Nord-Est (+12,7%), e il Centro (+60,2%).

Il Mezzogiorno avanza più speditamente anche sul fronte delle startup innovative femminili, con incrementi del +175,5% a fronte del +106,3% al Centro e del +99,7% al Nord.
Boom di crescita si registrano a livello regionale in Molise (+533,3%), Campania (+337,7%) e Puglia (+203,7%). Sul piano provinciale, spiccano Avellino (da 2 a 22, +1000,0%), Brindisi (+900,0%) e Como (+700,0%).

Primati regionali: dal Molise “rosa” al giovane Piemonte 

Il Molise è la prima regione dove il peso relativo le startup femminili sul totale di queste realtà locali si presenta maggiore (27,5%), seguito da Basilicata (20,6%) e Calabria (18,4%).

Sul fronte opposto, Friuli-Venezia Giulia (9,4%), Trentino-Alto Adige (10,0%) e Liguria (10,5%).
E se è il Piemonte ad accaparrarsi l’etichetta della regione più giovanile, vantando quasi una startup innovativa giovanile su quattro (23,2%), la meno giovanile è l’Abruzzo, con ‘solo’ l’11,4% di queste realtà.

I rapporti sociali allungano la vita: senza amici ci si ammala di più

Uno studio anglo-cinese pubblicato su ‘Nature Human Behaviour’ conferma l’effetto-scudo dell’amicizia sulle malattie, e spiega da cosa dipende.
Il segreto sta in un set proteico che contraddistingue le persone isolate. Se la loro salute è peggiore è proprio per colpa di queste ’proteine della solitudine’ collegate, ad esempio, allo stress, al colesterolo alto, alla resistenza insulinica, all’aterosclerosi e allo sviluppo di tumori.

Insomma, avere amici allunga la vita. Poter contare su un’ampia rete di affetti, familiari e non, riduce il rischio di cardiopatie, ictus, diabete e rafforza il sistema immunitario che protegge dalle infezioni.
Al contrario, chi ha poche relazioni sociali si ammala di più e ha più probabilità di andare incontro a una morte prematura.

Le proteine della solitudine

Calcolando i punteggi di isolamento sociale (vivere da soli, avere pochi contatti con gli altri e un basso coinvolgimento in attività di gruppo) e di solitudine (sentirsi soli), gli studiosi hanno potuto individuare le proteine presenti a livelli maggiori nelle persone socialmente isolate o sole, e capire in che modo sono correlate a una salute più scadente.

Al netto di fattori quali età, sesso e background socioeconomico, sono state identificate 175 proteine associate all’isolamento sociale e 26 legate alla solitudine, con una sovrapposizione dell’85%.

Molte di queste proteine vengono prodotte in risposta a infiammazioni, infezioni virali e come reazione immunitaria, oltre a essere correlate a malattie cardiovascolari, diabete di tipo 2, ictus e morte precoce. Gli scienziati hanno anche trovato 5 proteine specifiche per la solitudine.

Tutta colpa dell’Adm

Una delle proteine della solitudine è l’Adm, che svolge un ruolo nella risposta allo stress e nella regolazione di ormoni dello stress e ormoni sociali (come l’ossitocina, il cosiddetto ‘ormone dell’amore’, antistress e alleato del buonumore).

Gli scienziati hanno rilevato una forte associazione tra l’Adm e il volume dell’insula, centro cerebrale che presiede alla capacità di percepire cosa sta accadendo all’interno del nostro corpo: maggiori i livelli di Adm, minore il volume di quest’area.

Concentrazioni più alte di Adm sono state collegate anche a un volume inferiore del caudato sinistro, regione coinvolta nei processi emotivi, di ricompensa e sociali. Infine, livelli maggiori di Adm sono stati associati a un rischio più alto di morte precoce.

“L’isolamento sociale è un problema di salute pubblica”

Un’altra proteina della solitudine, l’Asgr1, è correlata al colesterolo alto e un maggior rischio di malattie cardiovascolari, riferisce Adnkronos. Altre ancora svolgono un ruolo nello sviluppo della resistenza insulinica, anticamera del diabete, nell’incrostazione delle arterie, alla base dell’aterosclerosi, e nella progressione del cancro.

“Sempre più persone di tutte le età riferiscono di sentirsi sole – commenta Barbara Sahakian, Dipartimento di Psichiatria dell’Università di Cambridge -. Ecco perché l’Organizzazione mondiale della Sanità ha descritto l’isolamento sociale e la solitudine come un problema di salute pubblica globale. Dobbiamo trovare modi per affrontare questo problema crescente e mantenere le persone connesse per aiutarle a rimanere in salute”.

Mutui: i consigli per superare le 5 paure più diffuse tra gli italiani

Spesso, di fronte al timore di non avere i requisiti per poter accedere a un mutuo, e di conseguenza, ricevere una risposta negativa da parte dell’istituto di credito, si rinuncia a inoltrare domanda. Di fatto, nel 2023 le compravendite immobiliari sono calate del 10%, e molti italiani hanno rinunciato ad acquistare una casa. Oltre alle motivazioni oggettive, come l’aumento dei tassi e dell’inflazione, la riduzione delle risorse economiche, a volte si tratta di motivazioni psicologiche. Per questo, Facile.it condivide le 5 risposte alle altrettante paure più diffuse degli aspiranti mutuatari.

La prima, è appunto quella di non riuscire a ottenere il mutuo nel caso la banca rifiuti la richiesta. E il consiglio è non fermarsi alla prima banca: ogni istituto di credito applica politiche diverse in materia di concessione del finanziamento, quindi è sempre bene confrontare le offerte di più banche.

Fisso, variabile, misto o con cap?

La scelta del tasso (fisso, variabile, misto, con cap, ecc.) può sembrare complessa. La prima considerazione è che, in assoluto, non esistono soluzioni giuste o sbagliate, la scelta va presa in funzione delle caratteristiche di ciascuno. Sebbene al momento attuale i tassi fissi siano nettamente più vantaggiosi rispetto a quelli variabili, non è detto che in futuro le cose non possano cambiare.

Qualora si dovesse cambiare idea dopo aver sottoscritto il finanziamento, o dovessero cambiare le condizioni di mercato, si può sempre provare a rinegoziare il mutuo tramite un accordo con la propria banca o a surrogare, spostandolo presso un altro istituto di credito.

Il dilemma della durata 

La durata del mutuo è un aspetto a cui fare molta attenzione perché determina il peso della rata mensile e gli interessi che graveranno sul finanziamento. Anche in questo caso, non esiste una scelta giusta o sbagliata in assoluto. Il consiglio è identificare la soluzione più adatta alle proprie esigenze, tenendo in considerazione che all’aumentare della durata del mutuo, gli interessi complessivi cresceranno e le rate mensili caleranno, viceversa, più sarà corto il finanziamento, meno interessi si pagheranno, ma l’esborso mensile sarà più alto.
Come per la scelta del tasso, rimane valida la possibilità di rinegoziare o surrogare il finanziamento, variando così la durata.

Se la rata lievita considerare la surroga, o una polizza in caso di imprevisti

La possibilità che la rata cambi durante il piano di ammortamento riguarda solo il tasso variabile. Di fronte a un aumento importante del peso della rata le soluzioni sono due: allungare il piano di finanziamento o provare a cambiare banca, cercando soluzioni più convenienti attraverso la surroga.

Ma poiché le banche non sono obbligate a concedere una rinegoziazione o la surroga, bisogna evitare di bussare all’istituto di credito quando si è già con l’acqua alla gola.
Può anche accadere che nel corso del piano di ammortamento si presenti un evento inaspettato, come un licenziamento. Diverse banche offrono insieme al mutuo servizi accessori, come la possibilità di sospendere il rimborso delle rate per un periodo determinato. Oppure, si può valutare la sottoscrizione di una polizza che tuteli in caso di perdita di lavoro, infortunio o decesso.

Smart working in Italia: un modalità di lavoro che piace alle grandi aziende

Nel 2024, il lavoro da remoto continua a mantenere una presenza significativa in Italia, nonostante la fine delle normative che ne incentivavano l’adozione. I dati dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano rilevano che 3,55 milioni di italiani lavorano ancora in modalità smart, una cifra quasi stabile rispetto ai 3,58 milioni del 2023.

Questo modello si consolida soprattutto nelle grandi aziende, coinvolgendo quasi due milioni di lavoratori (+1,6% rispetto all’anno precedente), mentre risulta in calo nelle piccole e medie imprese (PMI), dove i dipendenti smart sono scesi a 520mila.

Prospettive per il 2025

Per il prossimo anno, si prevede un incremento del 5% dei lavoratori da remoto, che potrebbe portare il numero totale a 3,75 milioni. Le grandi imprese continueranno a guidare questa espansione, seguite dalla Pubblica Amministrazione (PA). Le PMI, invece, mostrano minor apertura verso l’aumento di dipendenti in smart working.

Gli aspetti più apprezzati dai lavoratori 

I lavoratori in smart working sembrano apprezzare tale modalità: il 73% si opporrebbe a un eventuale ritorno in sede. Il 27% dei lavoratori sarebbe disposto a cambiare azienda per mantenere la flessibilità, e un altro 46% cercherebbe di convincere il datore a mantenere questa opzione.

In alternativa, i lavoratori richiederebbero orari più flessibili o un aumento salariale del 20% per compensare la perdita di flessibilità.

Nuove forme di lavoro flessibile 

Sempre più organizzazioni stanno esplorando modelli innovativi di flessibilità, tra cui la settimana corta, adottata da meno del 10% delle aziende ma con un crescente interesse. Questo modello mira a migliorare l’equilibrio tra vita privata e lavoro e ad aumentare la soddisfazione dei dipendenti.

Un’altra pratica emergente è l’’International Smart Working’, presente nel 29% delle grandi imprese, che consente di lavorare da remoto anche dall’estero.

La riorganizzazione degli spazi 

Per supportare lo smart working, molte grandi aziende (78%) stanno riorganizzando gli spazi per renderli flessibili e più funzionali, una scelta condivisa in misura minore anche da PA e PMI. Cresce inoltre l’attenzione verso soluzioni che promuovono il benessere fisico e mentale dei dipendenti, sebbene siano ancora poche le iniziative in termini di sostenibilità e inclusività negli spazi di lavoro.

Il ruolo dei manager 

L’atteggiamento dei manager è fondamentale per l’adozione del lavoro agile. Nelle grandi imprese, il 53% dei responsabili promuove attivamente lo smart working, mentre nelle PMI e nella PA questa quota scende rispettivamente al 27% e al 35%.

L’adozione di una strategia efficace di smart working, condivisa da manager e lavoratori, si rivela essenziale per migliorare le prestazioni aziendali e il benessere generale.