Imprese italiane: più società di capitali, meno imprese individuali nel primo trimestre 2025

Nei primi tre mesi dell’anno, il mondo delle imprese italiane si mostra sostanzialmente stabile. Secondo l’ultimo report di Unioncamere e InfoCamere, basato sui dati del Registro delle Imprese, il saldo tra aperture e chiusure si è attestato a -3.061 unità. Una variazione dello stock pari a -0,05%, tra i risultati meno negativi registrati negli ultimi dieci anni.

Se si guarda allo stesso periodo del 2024, quando il calo era stato di oltre 10mila imprese, il quadro risulta decisamente più incoraggiante. Va ricordato che il primo trimestre risente di una fisiologica stagionalità negativa, legata alla formalizzazione di molte cessazioni comunicate a fine anno.

La doppia velocità del sistema imprenditoriale

Dietro la sostanziale stabilità, si conferma una dinamica imprenditoriale a due velocità. Da una parte le società di capitali, che continuano a crescere a ritmi sostenuti, registrando un saldo positivo di 13.358 imprese (+0,7%). Dall’altra, si riducono ancora le imprese individuali (-11.597 unità), le società di persone (-4.316) e le cooperative (-506).

Questa tendenza evidenzia un progressivo rafforzamento di modelli d’impresa strutturati, a scapito delle realtà più piccole e tradizionali.

Centro Italia in controtendenza

Dal punto di vista geografico, il Centro Italia è l’unica area a chiudere il trimestre in positivo, con un saldo di +422 imprese. A trainare la crescita è soprattutto il Lazio, che da solo registra un incremento di 1.657 attività. Nord, Sud e Isole mostrano invece ancora segni meno, sebbene meno marcati rispetto a un anno fa.

Bene i servizi professionali, calo per i settori tradizionali

A livello settoriale, il comparto che mostra la performance migliore è quello dei servizi professionali, scientifici e tecnici, con un saldo attivo di 2.795 imprese (+1,10% rispetto a dicembre 2024). Una crescita che conferma il trend di successo per le attività ad alto valore aggiunto, legate alla consulenza e alla competenza specialistica.

In difficoltà invece settori più tradizionali come il commercio (-7.627 imprese, -0,56%), l’agricoltura (-5.809 imprese, -0,84%) e la manifattura (-2.747 imprese, -0,55%).

Il sentiment degli italiani tra incertezze economiche e timori per la politica estera

I dati emersi dall’ultimo sondaggio Ipsos, presentato da Nando Pagnoncelli durante la trasmissione DiMartedì, offrono uno spaccato significativo sullo stato d’animo degli italiani.

La sensazione generale è di preoccupazione diffusa, sia per la situazione economica interna, sia per gli scenari internazionali legati alla politica degli Stati Uniti, in particolare quella portata avanti da Donald Trump.

Economia personale in peggioramento

Alla domanda sull’andamento della propria condizione economica, il 43% degli intervistati ha dichiarato che la situazione, personale e familiare, è peggiorata dall’inizio dell’attuale governo. Solo una minoranza – il 16% – ha percepito un miglioramento, mentre un ampio 41% non ha saputo o voluto esprimere un parere.

Anche guardando al futuro, l’ottimismo è scarso. Il 46% degli italiani si aspetta un peggioramento nei prossimi 12 mesi, a fronte di appena l’11% che prevede un miglioramento. Ancora una volta, quasi la metà del campione – il 43% – resta incerto sul da farsi, segno di un malessere diffuso e di un’incapacità di immaginare cambiamenti positivi a breve termine.

Lo “spauracchio” dei dazi

Sul fronte internazionale, gli italiani si mostrano critici nei confronti del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Secondo il sondaggio Ipsos, il 73% degli intervistati ha espresso un giudizio negativo sul leader americano, mentre solo il 17% ha una visione favorevole. Il restante 10% ha preferito non prendere posizione.

Particolare attenzione ha suscitato la questione dei dazi commerciali recentemente paventati da Trump. Il 61% degli italiani si è detto preoccupato per le possibili conseguenze economiche di queste misure protezionistiche, temendo impatti negativi sull’economia globale e, di riflesso, su quella nazionale. Solo il 24% non ha manifestato timori, mentre il 15% è rimasto neutrale.

Conclusione: un Paese in attesa di certezze

L’indagine Ipsos mostra un’Italia sospesa, in cerca di rassicurazioni. La combinazione tra un’economia percepita come stagnante e l’instabilità dello scenario internazionale contribuisce a rafforzare un senso generale di sfiducia.

Per il momento, gli italiani osservano e attendono, sperando in segnali concreti di miglioramento.

Lavoro: a febbraio 2025 crescono occupati e inattivi, diminuiscono i disoccupati

Emerge dai dati Istat relativi alle previsioni sull’occupazione. Nel mese di febbraio 2025 il numero di occupati è salito a 24 milioni e 332mila. La crescita rispetto al mese precedente coinvolge i lavoratori autonomi, che salgono a 5 milioni e 170mila, e i dipendenti a termine (2 milioni 710mila), mentre sono sostanzialmente stabili i dipendenti permanenti (16 milioni 451mila).

L’occupazione aumenta anche rispetto a febbraio 2024 (+567mila occupati) come sintesi della crescita dei dipendenti permanenti (+538mila) e degli autonomi (+141mila) a fronte del calo dei dipendenti a termine (-112mila).
Su base mensile, crescono sia il tasso di occupazione, al 63,0% ((+0,1%), e quello di inattività, al 32,9% (+0,1%), mentre il tasso di disoccupazione diminuisce al 5,9% (-0,3%),

Occupazione: +47mila unità rispetto a gennaio

Rispetto al mese precedente a febbraio 2025 la crescita degli occupati e degli inattivi si associa alla diminuzione dei disoccupati.
L’aumento dell’occupazione (+0,2%, pari a +47mila unità) riguarda le donne, i dipendenti a termine, gli autonomi e tutte le classi d’età, a eccezione dei 25-34enni per i quali, come avviene per gli uomini, il numero di occupati diminuisce.

Il calo delle persone in cerca di lavoro (-4,9%, pari a -79mila unità) interessa gli uomini, le donne e tutte le classi d’età.  Quanto al tasso di disoccupazione giovanile, nel mese diminuisce al 16,9% (-1,4%) rispetto a gennaio 2025.

A livello trimestrale -1,7% inattivi

La crescita degli inattivi (+0,3%, pari a +33mila unità) coinvolge gli uomini e i 25-34enni. Questo, a fronte di un calo tra le donne e nelle altre classi d’età, a eccezione dei 15-24enni, per i quali si registra una sostanziale stabilità.

Confrontando il trimestre dicembre 2024-febbraio 2025 con quello precedente (settembre-novembre 2024), si registra un aumento di 199mila occupati (+0,8%).
La crescita dell’occupazione, osservata nel confronto trimestrale, si associa all’aumento delle persone in cerca di lavoro (+2,0%, pari a +32mila unità) e alla diminuzione degli inattivi (-1,7%, pari a -208mila unità).

Il confronto annuale conferma i dati mensili 

Sempre a febbraio 2025, il numero di occupati supera quello di febbraio 2024 del 2,4%, pari a +567mila unità.
L’aumento degli occupati riguarda gli uomini, le donne, i giovani tra 15 e 24 anni e chi ha almeno 50 anni d’età, mentre per i 25-49enni si osserva una diminuzione.

Complessivamente, in un anno il tasso di occupazione sale dell’1,1%.
Inoltre, rispetto a febbraio 2024, diminuisce sia il numero di persone in cerca di lavoro (-18,4%, pari a -342mila unità) sia quello degli inattivi tra 15 e 64 anni: -0,5%, pari a -60mila unità.

Welfare aziendale, per gli italiani aiuta la felicità al lavoro

Lo ha scoperto la quinta edizione dell’Osservatorio BenEssere Felicità, realizzata dall’Associazione Ricerca Felicità con la partnership tecnica di Up Day: il 60% delle lavoratrici e dei lavoratori italiani riconosce il welfare aziendale come utile alla felicità al lavoro, e il 45% lo considera un elemento di benessere in azienda, anche se non un plus per cambiare lavoro.

Ma in un Paese dove la Great Resignation rallenta, ma in generale si è lievemente meno felici rispetto al 2024 (in media 3.09 punti su 5 rispetto a 3.24 del 2023), donne, Generazione Z e lavoratori autonomi sono, a sorpresa, i più felici del proprio lavoro. 

Generi e generazioni a confronto: donne e GenZ più felici

Di fatto, se le donne superano gli uomini per felicità al lavoro (3.28 vs 3.23) la GenZ è capofila, con un valore medio di 3.34 punti.
Seguono a ruota Baby Boomers (3.31), Millennials (3.27) e Generazione X (3.21).
Tra dipendenti e autonomi, poi, questi ultimi sono più felici del proprio lavoro (3.40 vs 3.22), e i laureati lo sono più di chi non ha avuto un percorso formativo universitario (3.33 vs 3.21).

Alla domanda ‘quanto il welfare aziendale determina la felicità dei/delle collaboratori/collaboratrici in azienda?’ emerge che uomini e donne sono pressoché allineati, con rispettivamente una media di 3.59 e 3.58 punti. 

Great Resignation: quasi il 60% oggi dice no

Tra le generazioni, i più positivi sono i Millennials, con 3.66 punti, seguiti da Baby Boomers (3.61) GenZ (3.57) e Generazione X (3.53).
Il Sud e le Isole, con 3.71 punti, guidano geograficamente questa consapevolezza.
Seguono Nord Ovest (3.56), Nord Est (3.52) e chiude Centro con 3.50.

I dati confermano inoltre come quest’anno rallenti lievemente la Great Resignation. Infatti, alla possibilità di cambiare posto di lavoro o lavoro nei prossimi 12 mesi il 59.9% dice no (nel 2024 era il 55%).
Rimane costante il 24% di chi vorrebbe cambiare azienda o posto di lavoro, ma scende al 17% la percentuale di chi vorrebbe cambiare lavoro (l’anno scorso era il 21%).

Stipendio resta il criterio principale della scelta

“Tra gli aspetti considerati più importanti nello scegliere un nuovo posto di lavoro rimane in prima posizione avere uno stipendio maggiore – afferma Elisabetta Dallavalle, presidente Associazione Ricerca Felicità -, che rispetto al 42% dell’anno scorso sale al 48%, oltre 25 punti percentuali sopra flessibilità (22%) e opportunità di crescita (21%)”.

Scende poi la possibilità di un welfare aziendale o del settore migliore, che passa dal 17% del 2024 al 13%.
E anche quest’anno come l’anno passato, lavorare in un ambiente/azienda dal marchio noto è l’ultima scelta per i lavoratori e le lavoratrici italiane.

Parità di genere: un’analisi globale per scoprire se il gender equality è realtà

Ogni anno, il WIN – Worldwide Independent Network of Market Research, in collaborazione con BVA Doxa per l’Italia, svolge un’indagine sulla parità di genere, coinvolgendo quasi 35.000 persone in 39 paesi.

I risultati offrono una visione articolata sul tema, anche se spesso contraddittoria: sebbene il 65% delle donne a livello mondiale ritenga che si sia raggiunta la parità, il 75% continua a farsi carico della maggior parte delle faccende domestiche.

Disparità tra percezione e realtà

Dal 2019, questa ricerca monitora i progressi in ambito familiare, politico e lavorativo. I dati mostrano una percezione stabile della parità domestica e politica tra le varie fasce d’età, con variazioni minime (1% per la casa, 2% per la politica). Ci sono invece differenze importanti in ambito lavorativo: il 63% dei giovani tra i 18 e i 24 anni crede che l’uguaglianza sia stata raggiunta, mentre tra gli over 65 la percentuale scende al 50%.

Nonostante queste opinioni, l’analisi statistica mostra che la convinzione di equità non corrisponde alla reale distribuzione delle responsabilità domestiche. In sostanza, credere nella parità non significa che uomini e donne condividano allo stesso modo i compiti di tutti giorni.

Differenze internazionali

Il quadro globale varia considerevolmente da paese a paese. In Giappone la percezione della parità è tra le più basse: non per niente la divisione delle faccende domestiche riflette questa visione. Al contrario, in nazioni come Pakistan, Indonesia e Vietnam, sebbene vi sia un’alta percezione di uguaglianza, resta molto marcato il divario nella gestione della casa.

Un caso particolare è la Polonia, dove la fiducia nella parità di genere è bassa, ma la condivisione delle responsabilità domestiche è tra le più equilibrate. I dati evidenziano quanto i fattori culturali, economici e storici influenzino la percezione dell’uguaglianza.

Parità in Italia: dati a due velocità

In Italia, il 59% della popolazione ritiene che la parità di genere sia stata raggiunta in famiglia, con percentuali simili tra uomini e donne. Tuttavia, un’analisi approfondita rivela un’evidente disparità nella gestione dei compiti domestici: il 63% delle donne si occupa del bucato rispetto al 30% degli uomini, il 79% rifà il letto contro il 52% dei partner maschi, e il 61% si occupa di riordinare la casa rispetto al 34% degli uomini. L’unica attività realmente condivisa è la spesa, con un’equa suddivisione del 50%.

Nel mondo del lavoro e della politica, solo il 38% degli italiani ritiene che l’uguaglianza sia stata raggiunta. Qui le differenze di genere sono ancora più evidenti: il 66% delle donne percepisce un’ineguaglianza persistente, rispetto al 50-51% degli uomini.

Violenza e molestie: va meglio, ma non si può abbassare la guardia 

A livello globale, le donne che dichiarano di aver subito violenza fisica o psicologica nell’ultimo anno sono passate dal 20% nel 2024 al 14% nel 2025. Anche le segnalazioni di molestie sessuali sono diminuite dal 10% al 7%. Va ricordato però che questi dati sono influenzati dalla partecipazione di paesi con tassi di violenza più bassi. In Turchia, ad esempio, le segnalazioni di violenza sono aumentate dal 13% al 18%, mentre in Brasile la riapertura del Ministero per le Donne ha contribuito a una significativa riduzione dei casi.

L’America Latina si conferma una delle aree più critiche: l’Argentina ha il tasso più alto di violenza (39%), mentre il Messico è in cima alla classifica per molestie sessuali (28%).

Necessità di interventi concreti

In Italia, il 17% delle donne intervistate ha subito violenza fisica o psicologica nell’ultimo anno. Questo dato colloca il paese al quattordicesimo posto su 39 nel ranking globale.

Una posizione preoccupante che sottolinea la necessità di politiche più efficaci per la tutela delle donne e il rafforzamento delle misure contro la violenza di genere.

Italia, 6 persone su 10 hanno un dispositivo Smart  

Nel 2024 il mercato della Smart Home in Italia torna a crescere a doppia cifra, registrando un incremento dell’11% rispetto all’anno precedente e raggiungendo un valore complessivo di 900 milioni di euro. Questo risultato appare particolarmente positivo se confrontato con il resto d’Europa, dove la crescita media si è fermata al 6,5% nei primi sei mesi dell’anno. Tuttavia, la spesa pro capite italiana per soluzioni smart rimane inferiore rispetto alla media europea, con 15,5 euro per abitante contro i 32,5 euro registrati in altri Paesi.

I dati emergono dalla ricerca dell’Osservatorio Internet of Things del Politecnico di Milano, presentata durante il convegno “Nuove sfide per la Smart Home tra AI, dati e sostenibilità: mission (im)possible?”. L’analisi condotta da BVA Doxa ha permesso di esplorare il livello di diffusione delle tecnologie smart nelle abitazioni italiane, il grado di consapevolezza degli utenti e il loro interesse per i dispositivi connessi.

Gli italiani e la casa intelligente

Secondo lo studio, sei italiani su dieci possiedono almeno un dispositivo smart in casa, ma solo quattro su dieci lo hanno effettivamente connesso alla rete internet. Nonostante ciò, l’interesse per questo tipo di soluzioni è in crescita: un italiano su tre si dichiara intenzionato ad acquistare nuovi dispositivi per rendere la propria abitazione più connessa e automatizzata.

Uno degli aspetti più interessanti riguarda l’interazione con la tecnologia. L’uso delle app per la gestione della Smart Home è aumentato del 18% rispetto al 2023, mentre gli assistenti vocali sono utilizzati dal 24% degli utenti (+4%). Sempre più persone combinano entrambe le modalità per un’esperienza più fluida e integrata. L’app si conferma l’interfaccia principale per il controllo della casa connessa, anche se rimane ancora molto da fare per migliorare l’interoperabilità tra i diversi dispositivi.

Tra sicurezza, risparmio e incentivi

Le principali motivazioni che spingono gli italiani verso la Smart Home riguardano la sicurezza domestica, la comodità nell’interazione con i dispositivi e il controllo dei consumi energetici. Circa il 30% desidera una casa più sicura, il 28% vorrebbe una gestione più intuitiva della domotica e il 23% è interessato a soluzioni che consentano un maggiore risparmio energetico.

In questo scenario, gli incentivi statali giocano un ruolo cruciale. Più della metà dei consumatori ritiene che le agevolazioni fiscali siano un elemento determinante nelle decisioni di acquisto. Un italiano su cinque afferma che un aumento degli incentivi lo spingerebbe a investire nella domotica nei prossimi mesi, mentre il 15% potrebbe rinunciare del tutto all’acquisto in caso di riduzione degli aiuti statali.

Il mercato della Smart Home è quindi in una fase di evoluzione, trainato dall’innovazione tecnologica e dalla crescente consapevolezza dei consumatori. Tuttavia, per garantire uno sviluppo sostenibile del settore, sarà fondamentale migliorare l’integrazione tra i dispositivi, incentivare l’uso consapevole della tecnologia e continuare a supportare gli investimenti con politiche mirate.

Startup innovative: i giovani “pesano” più al Nord, le donne al Sud

È una geografia delle startup innovative a doppia frequenza quella italiana. Nel 2024 al Nord gli under 35 conducono il 17,2% delle startup innovative dell’area, ma la mappa si ‘capovolge’ se si guarda alla quota delle startup innovative guidate da donne. Dall’analisi del Centro Studi Tagliacarne e Unioncamere emerge come nel Mezzogiorno le startup femminili pesino di più rispetto al resto del Paese. Sono infatti il 15,8% (con punte del 27,5% in Molise), rispetto al 15,1% del Centro e l’11,8% del Nord.

Al Nord però giovani e donne startupper sono più numerosi. Nel Settentrione risiede più della metà (52%) delle startup innovative under 35 del Paese (1.084 su 2.049), e oltre un terzo di quelle femminili, 745 su 1.648. Ed è il Nord-Ovest a trainare l’intera area, perché il Nord-Est frena, presentando l’incidenza più bassa per startupper femminili e under 35.

La Lombardia raccoglie metà dell’innovazione nazionale

Nel complesso, le startup innovative presentano un’incidenza dei giovani quasi doppia rispetto a quella del totale delle imprese italiane (16,9% vs 8,4%) e una quota di imprese femminili pari a circa la metà (13,6% vs 22,7%).

A livello regionale, la metà delle le startup innovative si trova in Lombardia (568 giovanili, equivalenti al 27,7% del totale nazionale e 382 femminili, il 23,2%), seguita da Campania (242 under 35, 11,8% e 232 ‘rosa’, 14,1%) e Lazio (231, 11,3% e 224, 13,6%).
Non sorprende trovare nelle prime tre posizioni della classifica provinciale Milano, con 408 startup innovative giovanili (il 19,9% di quelle nazionali) e 281 startup innovative femminili (17,1%), Roma (206, 10,1% e 200, 12,1%,) e Napoli (139, 6,8% e 121, 7,3%). 

Il Mezzogiorno avanza più spedito

Tra il 2016 e il 2024 le startup innovative under 35 sono cresciute del 66,5%, ma al Meridione hanno allungato maggiormente il passo (+69,1%). Seguono il Nord (+67,5%), rallentato dall’andamento del Nord-Est (+12,7%), e il Centro (+60,2%).

Il Mezzogiorno avanza più speditamente anche sul fronte delle startup innovative femminili, con incrementi del +175,5% a fronte del +106,3% al Centro e del +99,7% al Nord.
Boom di crescita si registrano a livello regionale in Molise (+533,3%), Campania (+337,7%) e Puglia (+203,7%). Sul piano provinciale, spiccano Avellino (da 2 a 22, +1000,0%), Brindisi (+900,0%) e Como (+700,0%).

Primati regionali: dal Molise “rosa” al giovane Piemonte 

Il Molise è la prima regione dove il peso relativo le startup femminili sul totale di queste realtà locali si presenta maggiore (27,5%), seguito da Basilicata (20,6%) e Calabria (18,4%).

Sul fronte opposto, Friuli-Venezia Giulia (9,4%), Trentino-Alto Adige (10,0%) e Liguria (10,5%).
E se è il Piemonte ad accaparrarsi l’etichetta della regione più giovanile, vantando quasi una startup innovativa giovanile su quattro (23,2%), la meno giovanile è l’Abruzzo, con ‘solo’ l’11,4% di queste realtà.

Logistica nella sanità: perché è un settore strategico

Nel settore sanitario, la logistica sta assumendo un ruolo sempre più rilevante, non solo per garantire la continuità delle attività, ma anche per migliorare il livello di servizio offerto. Però c’è ancora molta strada da fare affinché la gestione della supply chain venga considerata un vero valore aggiunto e non solo un costo operativo.

Secondo l’indagine condotta dall’Osservatorio Contract Logistics “Gino Marchet” del Politecnico di Milano, in collaborazione con Consorzio Dafne, il fatturato delle aziende logistiche attive nell’Healthcare risulta in crescita costante dal 2019 al 2023. Eppure la redditività del settore rimane contenuta: nel 2024, il margine medio si attesta al 3,5%, inferiore rispetto al 5,3% della Contract Logistics italiana.

I “conti” del mercato 

Analizzando i dati, emerge che i vettori nazionali nel settore della logistica sanitaria presentano una marginalità maggiore rispetto agli operatori logistici (5,8% contro 3,5%). Anche i vettori regionali registrano un buon andamento, con una redditività media del 4,7%, seppure inferiore ai vettori nazionali.
Diversa la situazione nella distribuzione intermedia, dove i margini sono molto più ridotti: il valore medio dell’EBITDA in questo comparto è 1,5%, con il 47% dei distributori che presenta un indice inferiore al 2%.

Sul fronte operativo, il 2024 mostra una stabilità nei volumi movimentati (-1,7% in termini di colli, +1% in chilogrammi), ma un calo nelle spedizioni (-5,5%), segnale di un consolidamento dei flussi. Le principali destinazioni sono farmacie (40%) e ospedali (43%), che rappresentano oltre l’80% del totale delle spedizioni.

Interessante la crescita del canale home delivery, che ha visto un incremento significativo: dal 1% nel 2019 al 4% nel 2024. Sul piano geografico, la maggior parte dei flussi logistici ha origine in Lombardia e Lazio (quasi il 90% del totale), mentre Campania si unisce a queste due regioni tra le principali aree di assorbimento della distribuzione.

Il ruolo chiave della digitalizzazione 

Uno degli aspetti più promettenti per il futuro della logistica sanitaria è la digitalizzazione. Ben 8 aziende sanitarie su 10 hanno dichiarato di avere in programma progetti di innovazione nei prossimi cinque anni, puntando su soluzioni tecnologiche per ottimizzare i processi logistici.
Secondo Marco Melacini, Direttore Scientifico dell’Osservatorio, negli ultimi anni si è assistito a un rafforzamento delle reti logistiche e a una maggiore collaborazione tra gli attori della filiera. Queste strategie hanno permesso di gestire meglio i flussi, riducendo le criticità legate ai picchi stagionali.

Come evidenzia Damiano Frosi, Direttore dell’Osservatorio Contract Logistics, le sfide del contesto attuale hanno dimostrato quanto la logistica sia essenziale per la continuità del settore Healthcare. Tuttavia, la marginalità ancora contenuta indica la necessità di un ulteriore passo avanti nella gestione strategica della supply chain.
Un aspetto cruciale è rappresentato dalla Falsified Medicine Directive (FMD), la direttiva europea sulla tracciabilità dei farmaci che entrerà in vigore in Italia. Secondo Maria Pavesi, ricercatrice dell’Osservatorio, l’obbligo di serializzazione dei medicinali porterà nuove sfide, ma anche opportunità per migliorare i processi logistici e garantire una maggiore sicurezza nella distribuzione dei farmaci.

Blockchain e web3: 13 milioni di italiani interessati ai crypto-asset

Emerge da una ricerca svolta in collaborazione tra l’Osservatorio Blockchain & Web3 del Politecnico di Milano con BVA Doxa: nel 2024 circa 2,7 milioni di italiani (7% utenti internet tra 18-75 anni) possiedono crypto-asset. Nel 2023 erano 3,6 milioni (-11%).
Nonostante la flessione, il fenomeno rimane significativo: circa 13 milioni di italiani possiedono, hanno posseduto o vorrebbero possedere, questi strumenti.

La grande maggioranza di chi possiede questi strumenti (85%) ha meno di 5.000 euro di controvalore, e il 57% meno di 1.000 euro. Inoltre, per il 65% i crypto-asset rappresentano al massimo il 10% del portafoglio, mentre solo il 15% segnala un’allocazione superiore del 30%.
Anche l’interesse a futuri acquisti è diminuito (dal 20% al 17&), mentre chi ha posseduto criptovalute in passato sale dal 10% all’11%.

Le aziende sviluppano nuovi progetti

Il 2024 potrebbe apparire un anno di stasi per la blockchain e il web3, ma sotto la calma apparente si registra un’attività frenetica.
Se nel 2024 le startup che sviluppano prodotti o servizi basati nativamente sulla tecnologia blockchain hanno costruito infrastrutture di base sperimentando nuovi modelli di business e interazione con gli utenti, di contro, calano del 43% le sperimentazioni a favore dei progetti operativi.

Da parte loro, le aziende hanno sviluppato nuovi progetti, con 298 nuovi casi (+3,5% rispetto al 2023), che portano a 1576 quelli complessivamente censiti dal 2016 a oggi.
Un andamento che indica una chiara maturazione, ma anche un rallentamento nell’avvio di nuovi progetti innovativi. 

Internet of Value rimane stabile

Una crescita generale si riscontra anche tra le iniziative delle grandi imprese internazionali della lista Fortune Global 500, dove il numero di aziende attive è passato da 153 nel 2023 (31%) a 204 (41%) nel 2024.
Aumentano, in particolare, i progetti Blockchain for business (+43%), la maggioranza del totale, con 149 nuovi casi tra soluzioni di token e smart contract per ottimizzare i processi aziendali.

Stabili i nuovi progetti Internet of Value (criptovalute, stablecoin e Central Bank Digital Currency): nel 2024 si contano 88 casi, il 28% del totale.
Leggermente in calo i progetti di Decentralized web, in cui la Blockchain serve a sviluppare servizi vicini al paradigma del Web3 (61 nuovi casi, 21%).

PA, aumentano gli investimenti

In Italia, il 2024 del Blockchain & Web3 vede una sostanziale stabilità, con un mercato pari a 40 milioni di euro (+5% ).
Il 49% degli investimenti riguarda il settore finanziario e assicurativo, che si conferma predominante, mentre aumenta la rilevanza della PA al 22%. Si registra poi un interesse per real estate (9%), logistica (4%), automotive (4%) e un drastico calo per l’agrifood (2% vs 10% 2023).

Nonostante il forte fermento degli ultimi anni, il nostro Paese rischia di rimanere indietro rispetto a molti altri Paesi europei. Le aziende investono poco in queste tecnologie e le startup italiane tendono a preferire contesti più favorevoli per l’avvio.

Made in Italy: record per i prodotti della Dieta Mediterranea in tutto il mondo

Lo affermano i dati di un’analisi della Coldiretti su dati Istat: la Dieta Mediterranea segna un record sulle tavole mondiali, con le esportazioni dei prodotti simbolo dello stile alimentare Made in Italy che fanno segnare nuovi primati in valore.
Dati che confermano la leadership globale del cibo italiano dal punto di vista della qualità, della salubrità e della sicurezza alimentare.

L’analisi è stata presentata in occasione della festa di Campagna Amica al mercato del Circo Massimo a Roma per celebrare l’elezione della Dieta Mediterranea come la migliore al mondo, come conferma il nuovo best diets ranking elaborato dai media statunitense U.S. News & World’s Report’s.

Export: +56% per olio EVO

In dettaglio, nel 2024 le esportazioni di olio extravergine d’oliva tricolore sono aumentate in valore del 56%, arrivando a superare per la prima volta i due miliardi di euro, ma, come rileva Coldiretti, un incremento a doppia cifra si registra anche per il pesce (+12%).

Vendite in crescita anche per la pasta (+5%), e per il pomodoro trasformato, come sughi e passate, in salita del 6%, così come il vino, mentre frutta, verdura e legumi si attestano sul +7%.
Un successo che evidenzia l’attenzione anche all’estero verso gli effetti positivi della Dieta mediterranea sulla longevità, e i benefici per la salute.

La salute comincia a tavola

Tra gli effetti positivi sulla salute, si ricordano i benefici per cuore e sistema nervoso, oltre alla perdita e il controllo del peso, la prevenzione del cancro, delle malattie croniche e del diabete.
I vantaggi della Dieta Mediterranea, tuttavia, sono minacciati dai rischi legati ai nuovi sistemi di etichettatura, come il Nutriscore.

Questo sistema, promosso dalle multinazionali, penalizza proprio i prodotti simbolo della Dieta mediterranea, focalizzandosi su alcune sostanze nutritive come zucchero, grassi e sale, senza considerare le quantità effettive assunte.
È emblematico il fatto che alcuni prodotti tipici del Made in Italy siano catalogati con un ‘E’ rosso, il punteggio di gran lunga peggiore, mentre l’olio extravergine d’oliva, universalmente riconosciuto come un elisir di lunga vita, è passato da poco a ottenere una ‘B’ rispetto alla ‘C’ con la quale era entrato.

Sistemi di etichettatura fuorvianti penalizzano i prodotti Made in Italy

Al contrario, bevande gassate e cibi ultra trasformati, spesso privi di ingredienti naturali e di ricetta conosciuta, ottengono il punteggio più alto, con la lettera ‘A’ e il bollino verde.

Questo sistema fuorviante, sottolinea Coldiretti, dovrebbe essere definitivamente bloccato dalla nuova Commissione Europea, poiché, paradossalmente, finisce per escludere alimenti naturali e sani che fanno parte della tradizione alimentare da secoli, a favore di prodotti artificiali di cui, in alcuni casi, non si conosce nemmeno la composizione.