Milano Cortina 2026, per le PMI è un’occasione di crescita

Un evento sportivo può trasformarsi in un’occasione di sviluppo economico e sociale. È quanto emerge da un’indagine condotta da Ipsos per Visa, Official Payment Technology Partner dei Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali.

Secondo lo studio, il 95% delle piccole e medie imprese del Nord Italia coinvolte nelle aree ospitanti si aspetta effetti positivi dall’appuntamento di Milano Cortina 2026, con il 64% che intravede ricadute concrete per la propria attività.

Opportunità diverse a seconda della geografia

Le aspettative cambiano a seconda della geografia. A Milano, oltre sette aziende su dieci puntano su una crescita della clientela locale e nazionale. Nelle località montane, invece, prevale l’idea di un afflusso più marcato di turisti internazionali: l’83% delle imprese crede che i Giochi saranno un potente strumento di visibilità.

Secondo Nevio Devidé, Chief Revenue Officer della Fondazione Milano Cortina 2026, lo studio offre una fotografia preziosa dell’impatto che l’evento avrà sul tessuto imprenditoriale. Una “legacy” che non si limiterà ai due anni di preparazione e all’evento stesso, ma potrà proiettarsi nel tempo.

Tra investimenti e digitalizzazione

Quasi la metà delle imprese intervistate ha già investito o intende farlo in vista dei Giochi. Le priorità riguardano ristrutturazioni, personale, marketing e soprattutto innovazione digitale. Il 53% di chi ha pianificato spese punta infatti sui sistemi di pagamento, considerati strategici per accogliere un pubblico sempre più internazionale.

In media, le aziende hanno messo a budget il 14% del proprio fatturato per iniziative legate all’evento, con alberghi e ristorazione tra i settori più attivi.

I pagamenti digitali come volano di sviluppo

Più del 90% delle PMI ritiene che i visitatori utilizzeranno principalmente pagamenti elettronici. Lo scenario è chiaro: carte e sistemi contactless guideranno lo shopping, i trasporti e la ristorazione.

Visa, dal canto suo, sta lavorando per estendere la digitalizzazione nei territori coinvolti. “Abbiamo già introdotto i pagamenti contactless sui principali mezzi pubblici di Milano, Venezia e Verona, e presto lo faremo anche nelle altre aree dei Giochi” ha spiegato Stefano M. Stoppani, Country Manager di Visa Italia.

Uno sguardo oltre il 2026

I benefici non si fermano al breve termine. Il 47% delle PMI prevede un aumento del fatturato anche dopo i Giochi, mentre il 39% immagina miglioramenti sul territorio in termini di infrastrutture e servizi.

Milano Cortina 2026, dunque, non sarà soltanto una vetrina sportiva globale, ma anche una leva di trasformazione per l’economia locale. Per le piccole e medie imprese italiane, la gara è già iniziata.

Smart city: come connettere cittadini, imprese e PA?

Nel 2023 gli investimenti pubblici in progetti smart in Italia hanno superato per la prima volta 1 miliardo di euro (Intesa Sanpaolo Innovation Center, 2025).
Tuttavia, il divario tra chi ha accesso alle tecnologie e chi ne è escluso tende ad ampliarsi, rischiando di lasciare indietro ampie fasce della popolazione.

Lo sviluppo delle smart cities passa da un ecosistema digitale integrato e accessibile, capace di connettere cittadini, imprese e PA attraverso infrastrutture e servizi intelligenti. Il 78% delle amministrazioni che ha realizzato progetti smart ha ottenuto benefici pari o superiori alle aspettative, ma persistono forti criticità, diseguaglianze territoriali e culturali. 
Emerge dallo studio della Rome Business School “Sfide e opportunità delle smart cities tra transizione digitale, turismo e sostenibilità”.

Non è un traguardo tecnologico, ma un processo sociale e culturale

“Una smart city non è un traguardo tecnologico, ma un processo sociale e culturale: solo se saprà essere inclusiva, trasparente e partecipativa, l’innovazione potrà generare valore e benessere per tutti”, sottolinea Valerio Mancini, Direttore del Centro di Ricerca Divulgativo di Rome Business School.

Di fatto, sul fronte della connettività l’Italia rimane indietro rispetto alla media europea, con la copertura delle reti fisse ad alta capacità che raggiunge “solo” il 52,9% delle famiglie (78,8% media UE), mentre la fibra ottica fino alle abitazioni è disponibile per meno del 60% (63,9% UE). Questo gap infrastrutturale penalizza soprattutto le periferie e il Mezzogiorno, limitando l’efficacia dei sistemi urbani intelligenti.

La mobilità intelligente migliora la qualità della vita

Milano guida la digitalizzazione urbana, seguita da Bologna, Roma, Torino, Reggio Emilia, Genova, Bari, Firenze, Modena e Venezia (EY Smart City Index, 2025). 

La mobilità intelligente è considerata una leva strategica non solo per la riduzione delle emissioni, ma anche per il miglioramento della qualità della vita nei centri urbani. E la mobilità sostenibile è una delle aree più sviluppate nei progetti di smart city in Italia. Le soluzioni adottate vanno dal potenziamento dei mezzi pubblici elettrici all’introduzione di servizi di micromobilità e alla gestione digitale del traffico.
Milano, ad esempio, conta oltre 18.000 biciclette in sharing e circa 2.000 punti di ricarica per veicoli elettrici, mentre a Bologna sono attivi sistemi di sensoristica urbana per la regolazione dei flussi. 

Integrare identità urbana e sostenibilità

Tra le tendenze più recenti spicca l’integrazione tra smart city e turismo. Nelle città d’arte il turismo è tra i settori che maggiormente beneficiano delle tecnologie intelligenti. A Roma, dove il Colosseo ha superato 14 milioni di visitatori nel 2024, sono stati introdotti sistemi di prenotazione a fasce orarie, assistenti digitali e accessi regolati per ridurre il sovraffollamento in siti come la Fontana di Trevi.

La città, che nel 2024 ha registrato 22 milioni di arrivi, affronta le criticità con strategie innovative, come quelle previste dal piano “Roma Smart City”, che promuove un turismo sostenibile integrato con l’identità urbana. Le entrate della tassa di soggiorno vengono reinvestite in infrastrutture, trasporti ecologici e tutela del patrimonio.

Italiani e investimenti: 2 milioni scommettono sulle criptovalute

Qual è il rapporto fra gli italiani e gli investimenti finanziari, considerando le nuove possibilità per far crescere (si spera) i propri risparmi? Tra le nuove tendenze spicca sicuramente il boom delle criptovalute. Secondo una ricerca commissionata da Facile.it e condotta da mUp Research, circa 2 milioni di cittadini hanno scelto di puntare su valute digitali per far crescere i propri risparmi.

Cripto: il digitale conquista i più giovani

La fascia d’età più attratta da questo tipo di investimento è quella tra i 25 e i 34 anni, dove la propensione è del 53% superiore alla media. Il Nord Est si conferma una delle aree più ricettive, con un’adesione del 33% sopra la media nazionale.

Inoltre, l’interesse degli uomini per le criptovalute è decisamente più marcato rispetto a quello delle donne: investe in cripto quasi il 7% dei maschi, contro il 2,9% delle signore.

Polizze, fondi e titoli: gli strumenti più diffusi

Se si guarda al complesso degli strumenti utilizzati, emerge che 21 milioni di italiani hanno almeno un investimento attivo. Le polizze vita risultano le più diffuse (16,4%), in particolare tra i 45 e i 54 anni. A seguire troviamo i fondi pensione (15,5%), apprezzati dai 35-44enni.

Tra le scelte più comuni figurano anche i fondi comuni d’investimento (14,7%) e i titoli di Stato (14,5%), prediletti soprattutto dagli over 65. Il conto deposito è un’altra opzione popolare (15,3%), soprattutto nel Nord Est. Infine, circa 4,7 milioni di italiani scelgono di investire direttamente in azioni.

Chi investe di più? Età, area geografica e differenze di genere

Gli investimenti sono più diffusi tra gli individui dai 45 ai 64 anni, che rappresentano oltre la metà degli investitori. A livello territoriale, la maggiore concentrazione si registra nel Nord Ovest, dove il 59% degli intervistati dichiara di avere somme investite.

Il divario tra uomini e donne resta importante: investe infatti il 61% degli uomini, ma solo il 42% delle donne.

Motivazioni e criticità nella gestione del denaro

La ragione principale per cui si investe? Per il 37% degli italiani, l’obiettivo è semplicemente far rendere il denaro. Seguono motivazioni legate alla sicurezza futura, come creare un fondo per emergenze o assicurarsi una pensione integrativa. In molti casi, le scelte finanziarie sono orientate al benessere dei figli: quasi 2 milioni di persone investono per lasciare un’eredità, e 1,8 milioni per sostenere la formazione dei propri figli.

C’è però chi resta fuori dal mondo degli investimenti per mancanza di competenze: è il caso del 15% degli intervistati, con un picco vicino al 30% tra i giovani sotto i 34 anni.

Verso una maggiore consapevolezza finanziaria

“Risparmio e investimento devono andare di pari passo per garantire tranquillità economica nel tempo”, sottolinea Maurizio Pescarini, amministratore delegato di Facile.it. Proprio per facilitare l’accesso a strumenti semplici e comprensibili, il portale ha lanciato una nuova sezione dedicata al confronto di prodotti finanziari, supportata da esperti in grado di orientare anche i meno esperti.

Business Travel: ad aprile 2025 più spesa, ma meno valore

Il BTT di Uvet GBT è un indice numerico che fotografa l’andamento mensile del settore del Business Travel, il mercato dei viaggi d’affari.
L’indice si rapporta alla corrispondente estrazione dati del 2019 considerando quest’ultima sempre a valore 100.

Secondo il BTT (Business Travel Trend), l’indice mensile sui dati del Business Travel in Italia, realizzato da Gruppo GBT con il Centro Studi Promotor (CSP), nel mese di aprile 2025 si registra una lieve flessione, che raggiunge quota 106, con un calo di 2 punti rispetto allo stesso mese del 2024.
Sempre nello stesso periodo, il numero di transazioni diminuisce di 5 punti, mentre la spesa media aumenta di 4 punti.

Dazi USA fanno contrarre il volume d’affari

Negli ultimi cinque anni il mercato del Business Travel in Italia ha mostrato la dimensione dell’impatto dovuto alla crisi pandemica. Inoltre, le settimane successive all’annuncio del presidente USA Donald Trump riguardo all’introduzione di nuovi dazi su scala globale, hanno dato il via a quella che si profila come una vera e propria ‘guerra commerciale mondiale’.

E se la Cina sembra essere il principale bersaglio delle misure statunitensi, anche l’Unione Europea risulta coinvolta in un’escalation dagli esiti imprevedibili.
Di conseguenza, anche il settore Business Travel registra una contrazione del volume d’affari.

Nonostante gli scenari sfavorevoli il BTT Travel Value si mantiene costante

Nel mese di aprile 2025 anche la presenza di numerose festività ha accentuato la contrazione rispetto allo stesso periodo del 2024.
Nonostante questi scenari, il BTT Travel Value progressivo si mantiene costante rispetto al valore dello scorso mese, attestandosi nuovamente a quota 103.

L’attribuzione  di ‘100’ ai dati 2019 rappresenta un punto di partenza convenzionale per il BTT, una sorta di unità di misura di base adottata per esprimere gli andamenti mensili attuali e per il prossimo futuro.
L’analisi di un valore (numero transazioni, spesa globale o spesa media per transazione) in viaggi d’affari sintetizzata con indice 109, ad esempio, indica, un incremento del 9% rispetto al suo corrispettivo.

Il periodo pre-pandemia come termine del confronto

L’indicazione periodica del BTT, nel tempo, delinea un trend correlato all’andamento dell’economia.
Il BTT è quindi la sintesi di un comportamento rispetto a una scala che per convenzione è stata costruita sul periodo pre-pandemia, all’interno di un cluster omogeneo e rappresentativo del mercato dei viaggi d’affari.

L’abitudine alla sua consultazione dirà in qualsiasi momento se il Business Travel sta andando ‘meglio’ o ‘peggio’, sia in rapporto all’indice 100 sia rispetto al mese o l’anno precedente.

PMI e burocrazia: un peso insopportabile da 80 miliardi l’anno

Secondo l’Ufficio studi della CGIA, la complessità delle norme, e spesso, l’impossibilità pratica di applicarle, rappresentano un ‘dramma’ insopportabile, che costa alle Pmi 80 miliardi l’anno. Un risultato riconducibile, in particolare, a un livello di digitalizzazione dei servizi pubblici ancora troppo basso.
Di conseguenza, a pagare il conto sono le aziende. Che sottraggono tempo e risorse economiche all’attività produttiva. 

La burocrazia è un fardello che ‘schiaccia’ le Pmi e soprattutto le microimprese, costrette a destreggiarsi tra moduli da compilare, documenti da produrre, timbri da apporre, e file interminabili agli sportelli pubblici per ottenere una semplice informazione. Senza contare che i tempi medi per il rilascio di permessi e autorizzazioni da parte della PA restano tra i più elevati d’Europa.

Tempi di risposta e costi “patologici”

Nonostante la nostra PA presenti punte di eccellenza, la macchina dello Stato nel suo complesso funziona mediamente con difficoltà, soprattutto in molte regioni del Mezzogiorno, dove l’inefficienza costituisce un tratto caratteristico. 
Non solo. A preoccupare cittadini e imprese sono i tempi di risposta e i costi della burocrazia, diventati una patologia non più sopportabile. 

La semplificazione del quadro normativo è un’operazione necessaria da perseguire per alleggerire il peso della burocrazia normativa. All’inizio del mese di aprile è stato approvato un disegno di legge che prevede l’abrogazione di oltre 30.700 norme emanate tra il 1861 e il 1946.
Una volta approvata definitivamente, questa misura ridurrà del 28% lo stock di norme vigenti.

Personale impiegato solo per espletare gli obblighi di legge

Anche dal confronto con gli altri Paesi europei emerge che la nostra PA sconta differenziali di inefficienza.
Secondo un’indagine condotta dalla Banca Europea degli Investimenti (BEI), il 90% delle imprese italiane impiega personale per adempiere agli obblighi normativi. In Francia il dato è all’87%, in Germania all’ 84% e in Spagna all’ 82%. La media UE si è stabilizzata all’86%.

Tuttavia, il dato più preoccupante è riconducibile al fatto che in Italia il 24% degli imprenditori impiega oltre il 10% del personale per espletare le formalità richieste dalla legge. Un dato che scende al 14% in Francia e in Spagna e all’11% in Germania. Per una media UE pari al 17%.  

Sud italiano ultimo in Europa per efficienza

Secondo la periodica indagine condotta nel 2024 dall’Università di Göteborg sulla qualità istituzionale delle Pubbliche Amministrazioni presenti nelle 210 regioni dell’Unione Europea, i risultati delle realtà territoriali italiane sono state molto modeste.

La CGIA segnala che la prima regione d’Italia è il Friuli Venezia Giulia, al 63° posto a livello europeo. Seguono la provincia Autonoma di Trento (81°), la Liguria (95°) e la Provincia Autonoma di Bolzano (96°).
Male le regioni del Sud: Puglia al 195° posto, Calabria al 197°, Molise al 207° e Sicilia al 208°.
Nella UE la regione più efficiente è la finlandese Åland. Maglia nera, la realtà bulgara di Severozapaden.

Imprese italiane: più società di capitali, meno imprese individuali nel primo trimestre 2025

Nei primi tre mesi dell’anno, il mondo delle imprese italiane si mostra sostanzialmente stabile. Secondo l’ultimo report di Unioncamere e InfoCamere, basato sui dati del Registro delle Imprese, il saldo tra aperture e chiusure si è attestato a -3.061 unità. Una variazione dello stock pari a -0,05%, tra i risultati meno negativi registrati negli ultimi dieci anni.

Se si guarda allo stesso periodo del 2024, quando il calo era stato di oltre 10mila imprese, il quadro risulta decisamente più incoraggiante. Va ricordato che il primo trimestre risente di una fisiologica stagionalità negativa, legata alla formalizzazione di molte cessazioni comunicate a fine anno.

La doppia velocità del sistema imprenditoriale

Dietro la sostanziale stabilità, si conferma una dinamica imprenditoriale a due velocità. Da una parte le società di capitali, che continuano a crescere a ritmi sostenuti, registrando un saldo positivo di 13.358 imprese (+0,7%). Dall’altra, si riducono ancora le imprese individuali (-11.597 unità), le società di persone (-4.316) e le cooperative (-506).

Questa tendenza evidenzia un progressivo rafforzamento di modelli d’impresa strutturati, a scapito delle realtà più piccole e tradizionali.

Centro Italia in controtendenza

Dal punto di vista geografico, il Centro Italia è l’unica area a chiudere il trimestre in positivo, con un saldo di +422 imprese. A trainare la crescita è soprattutto il Lazio, che da solo registra un incremento di 1.657 attività. Nord, Sud e Isole mostrano invece ancora segni meno, sebbene meno marcati rispetto a un anno fa.

Bene i servizi professionali, calo per i settori tradizionali

A livello settoriale, il comparto che mostra la performance migliore è quello dei servizi professionali, scientifici e tecnici, con un saldo attivo di 2.795 imprese (+1,10% rispetto a dicembre 2024). Una crescita che conferma il trend di successo per le attività ad alto valore aggiunto, legate alla consulenza e alla competenza specialistica.

In difficoltà invece settori più tradizionali come il commercio (-7.627 imprese, -0,56%), l’agricoltura (-5.809 imprese, -0,84%) e la manifattura (-2.747 imprese, -0,55%).

Welfare aziendale, per gli italiani aiuta la felicità al lavoro

Lo ha scoperto la quinta edizione dell’Osservatorio BenEssere Felicità, realizzata dall’Associazione Ricerca Felicità con la partnership tecnica di Up Day: il 60% delle lavoratrici e dei lavoratori italiani riconosce il welfare aziendale come utile alla felicità al lavoro, e il 45% lo considera un elemento di benessere in azienda, anche se non un plus per cambiare lavoro.

Ma in un Paese dove la Great Resignation rallenta, ma in generale si è lievemente meno felici rispetto al 2024 (in media 3.09 punti su 5 rispetto a 3.24 del 2023), donne, Generazione Z e lavoratori autonomi sono, a sorpresa, i più felici del proprio lavoro. 

Generi e generazioni a confronto: donne e GenZ più felici

Di fatto, se le donne superano gli uomini per felicità al lavoro (3.28 vs 3.23) la GenZ è capofila, con un valore medio di 3.34 punti.
Seguono a ruota Baby Boomers (3.31), Millennials (3.27) e Generazione X (3.21).
Tra dipendenti e autonomi, poi, questi ultimi sono più felici del proprio lavoro (3.40 vs 3.22), e i laureati lo sono più di chi non ha avuto un percorso formativo universitario (3.33 vs 3.21).

Alla domanda ‘quanto il welfare aziendale determina la felicità dei/delle collaboratori/collaboratrici in azienda?’ emerge che uomini e donne sono pressoché allineati, con rispettivamente una media di 3.59 e 3.58 punti. 

Great Resignation: quasi il 60% oggi dice no

Tra le generazioni, i più positivi sono i Millennials, con 3.66 punti, seguiti da Baby Boomers (3.61) GenZ (3.57) e Generazione X (3.53).
Il Sud e le Isole, con 3.71 punti, guidano geograficamente questa consapevolezza.
Seguono Nord Ovest (3.56), Nord Est (3.52) e chiude Centro con 3.50.

I dati confermano inoltre come quest’anno rallenti lievemente la Great Resignation. Infatti, alla possibilità di cambiare posto di lavoro o lavoro nei prossimi 12 mesi il 59.9% dice no (nel 2024 era il 55%).
Rimane costante il 24% di chi vorrebbe cambiare azienda o posto di lavoro, ma scende al 17% la percentuale di chi vorrebbe cambiare lavoro (l’anno scorso era il 21%).

Stipendio resta il criterio principale della scelta

“Tra gli aspetti considerati più importanti nello scegliere un nuovo posto di lavoro rimane in prima posizione avere uno stipendio maggiore – afferma Elisabetta Dallavalle, presidente Associazione Ricerca Felicità -, che rispetto al 42% dell’anno scorso sale al 48%, oltre 25 punti percentuali sopra flessibilità (22%) e opportunità di crescita (21%)”.

Scende poi la possibilità di un welfare aziendale o del settore migliore, che passa dal 17% del 2024 al 13%.
E anche quest’anno come l’anno passato, lavorare in un ambiente/azienda dal marchio noto è l’ultima scelta per i lavoratori e le lavoratrici italiane.

Parità di genere: un’analisi globale per scoprire se il gender equality è realtà

Ogni anno, il WIN – Worldwide Independent Network of Market Research, in collaborazione con BVA Doxa per l’Italia, svolge un’indagine sulla parità di genere, coinvolgendo quasi 35.000 persone in 39 paesi.

I risultati offrono una visione articolata sul tema, anche se spesso contraddittoria: sebbene il 65% delle donne a livello mondiale ritenga che si sia raggiunta la parità, il 75% continua a farsi carico della maggior parte delle faccende domestiche.

Disparità tra percezione e realtà

Dal 2019, questa ricerca monitora i progressi in ambito familiare, politico e lavorativo. I dati mostrano una percezione stabile della parità domestica e politica tra le varie fasce d’età, con variazioni minime (1% per la casa, 2% per la politica). Ci sono invece differenze importanti in ambito lavorativo: il 63% dei giovani tra i 18 e i 24 anni crede che l’uguaglianza sia stata raggiunta, mentre tra gli over 65 la percentuale scende al 50%.

Nonostante queste opinioni, l’analisi statistica mostra che la convinzione di equità non corrisponde alla reale distribuzione delle responsabilità domestiche. In sostanza, credere nella parità non significa che uomini e donne condividano allo stesso modo i compiti di tutti giorni.

Differenze internazionali

Il quadro globale varia considerevolmente da paese a paese. In Giappone la percezione della parità è tra le più basse: non per niente la divisione delle faccende domestiche riflette questa visione. Al contrario, in nazioni come Pakistan, Indonesia e Vietnam, sebbene vi sia un’alta percezione di uguaglianza, resta molto marcato il divario nella gestione della casa.

Un caso particolare è la Polonia, dove la fiducia nella parità di genere è bassa, ma la condivisione delle responsabilità domestiche è tra le più equilibrate. I dati evidenziano quanto i fattori culturali, economici e storici influenzino la percezione dell’uguaglianza.

Parità in Italia: dati a due velocità

In Italia, il 59% della popolazione ritiene che la parità di genere sia stata raggiunta in famiglia, con percentuali simili tra uomini e donne. Tuttavia, un’analisi approfondita rivela un’evidente disparità nella gestione dei compiti domestici: il 63% delle donne si occupa del bucato rispetto al 30% degli uomini, il 79% rifà il letto contro il 52% dei partner maschi, e il 61% si occupa di riordinare la casa rispetto al 34% degli uomini. L’unica attività realmente condivisa è la spesa, con un’equa suddivisione del 50%.

Nel mondo del lavoro e della politica, solo il 38% degli italiani ritiene che l’uguaglianza sia stata raggiunta. Qui le differenze di genere sono ancora più evidenti: il 66% delle donne percepisce un’ineguaglianza persistente, rispetto al 50-51% degli uomini.

Violenza e molestie: va meglio, ma non si può abbassare la guardia 

A livello globale, le donne che dichiarano di aver subito violenza fisica o psicologica nell’ultimo anno sono passate dal 20% nel 2024 al 14% nel 2025. Anche le segnalazioni di molestie sessuali sono diminuite dal 10% al 7%. Va ricordato però che questi dati sono influenzati dalla partecipazione di paesi con tassi di violenza più bassi. In Turchia, ad esempio, le segnalazioni di violenza sono aumentate dal 13% al 18%, mentre in Brasile la riapertura del Ministero per le Donne ha contribuito a una significativa riduzione dei casi.

L’America Latina si conferma una delle aree più critiche: l’Argentina ha il tasso più alto di violenza (39%), mentre il Messico è in cima alla classifica per molestie sessuali (28%).

Necessità di interventi concreti

In Italia, il 17% delle donne intervistate ha subito violenza fisica o psicologica nell’ultimo anno. Questo dato colloca il paese al quattordicesimo posto su 39 nel ranking globale.

Una posizione preoccupante che sottolinea la necessità di politiche più efficaci per la tutela delle donne e il rafforzamento delle misure contro la violenza di genere.

Logistica nella sanità: perché è un settore strategico

Nel settore sanitario, la logistica sta assumendo un ruolo sempre più rilevante, non solo per garantire la continuità delle attività, ma anche per migliorare il livello di servizio offerto. Però c’è ancora molta strada da fare affinché la gestione della supply chain venga considerata un vero valore aggiunto e non solo un costo operativo.

Secondo l’indagine condotta dall’Osservatorio Contract Logistics “Gino Marchet” del Politecnico di Milano, in collaborazione con Consorzio Dafne, il fatturato delle aziende logistiche attive nell’Healthcare risulta in crescita costante dal 2019 al 2023. Eppure la redditività del settore rimane contenuta: nel 2024, il margine medio si attesta al 3,5%, inferiore rispetto al 5,3% della Contract Logistics italiana.

I “conti” del mercato 

Analizzando i dati, emerge che i vettori nazionali nel settore della logistica sanitaria presentano una marginalità maggiore rispetto agli operatori logistici (5,8% contro 3,5%). Anche i vettori regionali registrano un buon andamento, con una redditività media del 4,7%, seppure inferiore ai vettori nazionali.
Diversa la situazione nella distribuzione intermedia, dove i margini sono molto più ridotti: il valore medio dell’EBITDA in questo comparto è 1,5%, con il 47% dei distributori che presenta un indice inferiore al 2%.

Sul fronte operativo, il 2024 mostra una stabilità nei volumi movimentati (-1,7% in termini di colli, +1% in chilogrammi), ma un calo nelle spedizioni (-5,5%), segnale di un consolidamento dei flussi. Le principali destinazioni sono farmacie (40%) e ospedali (43%), che rappresentano oltre l’80% del totale delle spedizioni.

Interessante la crescita del canale home delivery, che ha visto un incremento significativo: dal 1% nel 2019 al 4% nel 2024. Sul piano geografico, la maggior parte dei flussi logistici ha origine in Lombardia e Lazio (quasi il 90% del totale), mentre Campania si unisce a queste due regioni tra le principali aree di assorbimento della distribuzione.

Il ruolo chiave della digitalizzazione 

Uno degli aspetti più promettenti per il futuro della logistica sanitaria è la digitalizzazione. Ben 8 aziende sanitarie su 10 hanno dichiarato di avere in programma progetti di innovazione nei prossimi cinque anni, puntando su soluzioni tecnologiche per ottimizzare i processi logistici.
Secondo Marco Melacini, Direttore Scientifico dell’Osservatorio, negli ultimi anni si è assistito a un rafforzamento delle reti logistiche e a una maggiore collaborazione tra gli attori della filiera. Queste strategie hanno permesso di gestire meglio i flussi, riducendo le criticità legate ai picchi stagionali.

Come evidenzia Damiano Frosi, Direttore dell’Osservatorio Contract Logistics, le sfide del contesto attuale hanno dimostrato quanto la logistica sia essenziale per la continuità del settore Healthcare. Tuttavia, la marginalità ancora contenuta indica la necessità di un ulteriore passo avanti nella gestione strategica della supply chain.
Un aspetto cruciale è rappresentato dalla Falsified Medicine Directive (FMD), la direttiva europea sulla tracciabilità dei farmaci che entrerà in vigore in Italia. Secondo Maria Pavesi, ricercatrice dell’Osservatorio, l’obbligo di serializzazione dei medicinali porterà nuove sfide, ma anche opportunità per migliorare i processi logistici e garantire una maggiore sicurezza nella distribuzione dei farmaci.

Made in Italy: record per i prodotti della Dieta Mediterranea in tutto il mondo

Lo affermano i dati di un’analisi della Coldiretti su dati Istat: la Dieta Mediterranea segna un record sulle tavole mondiali, con le esportazioni dei prodotti simbolo dello stile alimentare Made in Italy che fanno segnare nuovi primati in valore.
Dati che confermano la leadership globale del cibo italiano dal punto di vista della qualità, della salubrità e della sicurezza alimentare.

L’analisi è stata presentata in occasione della festa di Campagna Amica al mercato del Circo Massimo a Roma per celebrare l’elezione della Dieta Mediterranea come la migliore al mondo, come conferma il nuovo best diets ranking elaborato dai media statunitense U.S. News & World’s Report’s.

Export: +56% per olio EVO

In dettaglio, nel 2024 le esportazioni di olio extravergine d’oliva tricolore sono aumentate in valore del 56%, arrivando a superare per la prima volta i due miliardi di euro, ma, come rileva Coldiretti, un incremento a doppia cifra si registra anche per il pesce (+12%).

Vendite in crescita anche per la pasta (+5%), e per il pomodoro trasformato, come sughi e passate, in salita del 6%, così come il vino, mentre frutta, verdura e legumi si attestano sul +7%.
Un successo che evidenzia l’attenzione anche all’estero verso gli effetti positivi della Dieta mediterranea sulla longevità, e i benefici per la salute.

La salute comincia a tavola

Tra gli effetti positivi sulla salute, si ricordano i benefici per cuore e sistema nervoso, oltre alla perdita e il controllo del peso, la prevenzione del cancro, delle malattie croniche e del diabete.
I vantaggi della Dieta Mediterranea, tuttavia, sono minacciati dai rischi legati ai nuovi sistemi di etichettatura, come il Nutriscore.

Questo sistema, promosso dalle multinazionali, penalizza proprio i prodotti simbolo della Dieta mediterranea, focalizzandosi su alcune sostanze nutritive come zucchero, grassi e sale, senza considerare le quantità effettive assunte.
È emblematico il fatto che alcuni prodotti tipici del Made in Italy siano catalogati con un ‘E’ rosso, il punteggio di gran lunga peggiore, mentre l’olio extravergine d’oliva, universalmente riconosciuto come un elisir di lunga vita, è passato da poco a ottenere una ‘B’ rispetto alla ‘C’ con la quale era entrato.

Sistemi di etichettatura fuorvianti penalizzano i prodotti Made in Italy

Al contrario, bevande gassate e cibi ultra trasformati, spesso privi di ingredienti naturali e di ricetta conosciuta, ottengono il punteggio più alto, con la lettera ‘A’ e il bollino verde.

Questo sistema fuorviante, sottolinea Coldiretti, dovrebbe essere definitivamente bloccato dalla nuova Commissione Europea, poiché, paradossalmente, finisce per escludere alimenti naturali e sani che fanno parte della tradizione alimentare da secoli, a favore di prodotti artificiali di cui, in alcuni casi, non si conosce nemmeno la composizione.